L’albero di Natale, tra dendrologia e religione

L’uomo ha sempre avuto bisogno rendere culto per ingraziarsi le divinità, soprattutto di fronte al susseguirsi delle stagioni e degli eventi astrali. E i simboli sono sempre stati molto importanti nelle religioni.

Cullmann (1993), conferma che era una usanza pagana di esporre rami e fronde per festeggiare il solstizio d’inverno.

La Chiesa nascente doveva coniugare le antiche usanze pagane con quelle cristiane per non creare discontinuità. Cosi, la nascita del Cristo fu stabilita (a partire dal IV secolo) il 25 dicembre in sostituzione dei culti al dio Saturno (saturnali) che si celebravano durante il solstizio invernale, e di rappresentarla, ancor prima che con il presepio francescano dugentesco, con i simboli di una vita nascente come può essere un albero sempreverde.

Secondo Merlo (1997) l’origine dell’ albero di Natale risale al Medioevo quando i misteri che si recitavano la notte della vigilia fuori dalle chiese prevedevano la rappresentazione della scena del peccato originale e della cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso terrestre, cosi un abete a cui venivano appese delle mele rievocava l’albero della tentazione. Da qui il nome di “alberi del Paradiso”. In seguito avverrà la progressiva sostituzione delle mele con altri simboli: candele, dolci, ecc.

Mannozzi-Torini e Ciaffi Taddei (1972) sostengono che si deve a Martin Lutero l’usanza di celebrare le feste natalizie con un albero sempreverde (verosimilmente un abete rosso-Picea abies Karst.) decorato.

Per questo i cattolici la consideravano una espressione del mondo Protestante. La tradizione dell’albero di Natale é ora sentita in tutte le comunità cristiane e accettata anche nel mondo Cattolico, usanza consacrata con l’introduzione dell’albero di Natale in Piazza S. Pietro con il pontificato di Giovanni Paolo II.

Nelle campagne toscane della bassa collina, in mancanza dell’abete, si usava il ginepro comune.  Nel Monte Amiata, il Santi (1795) riferisce che il cerro-sughero (Quercus crenata Lam.) che mantiene le foglie in inverno, serviva “per adornare le porte delle chiese nei giorni di feste e ricoprire i Presepj nel tempo natalizio”.

Durante il XIX secolo l’abete bianco (Abies alba Mill.) era molto popolare come albero di Natale, in seguito venne sostituito dall’abete rosso (Mauri et al. 2016). Infatti Gambi (1967) sostiene che l’abete bianco ha inizialmente suggerito l’idea dell’albero di Natale, oltre che per essere un sempreverde, per la caratteristica di avere i coni eretti, sostituiti poi dalle candeline nella trasposizione allegorica.

Oggi in Europa e in Italia la specie più usata è l’abete rosso anche se si usano altre conifere: abete bianco, douglasia, pini, cipressi, cedri.

Dalla seconda meta del ‘900 l’albero di Natale con tutto il suo corollario ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica, che si discosta da qualsiasi riferimento di tipo religioso. O meglio, le feste natalizie sembrano segnare il ritorno allo scambio dei regali e alle grandi abbuffate tipiche dei saturnali.

La rivisitazione in chiave laica/pagana dei culti cristiani nelle società occidentali ha riguardato il senso dell’albero di Natale e del Natale. Il processo continua in parallelo con la sostituzione della festa dell’Epifania con quella della Befana, della festa di Tutti i Santi con Halloween, della resurrezione pasquale del Cristo con una giornata di lotta per evitare la “strage degli agnelli”. Così è, se vi pare.

 

Per approfondimenti

Brosse J. 1989. Storie e leggende degli alberi. Studio Tesi, pp. 250.

Brosse J. 1991.  Mitologia degli alberi. Rizzoli, Milano, pp. 320.

Chevalier J., Gheerbrant A. 1999. Dizionario dei simboli. BUR, Vol. I pp. 561 e Vol. II pp. 606.

Corbetta F. 1963. Alberi di Natale. Natura e Montagna 3 ( 4): 175-176.

Cullmann O. 1993. La nativité et l’arbre de Noël. Ed. du Cerf, Paris, pp.104.

Eliade M. 2007. Immagini e simboli. Jaka Book, Milano pp. 157.

Gambi G. 1967. L’ albero di Natale. Natura e Montagna 8 (3): 25-32.

Hirsch  C. 1988. L’ albero. Ed. Mediterranee, Roma, pp. 111.

Mannozzi-Torini L., Ciaffi  Taddei G. 1972. L’  albero  di Natale. Edagricole, Bologna,  pp. 114.

Mauri A., de Rigo D., Caudullo G. 2016. Abies alba in Europe: distribution, habitat, usage and threats. In: San-Miguel-Ayanz, J., de Rigo, D., Caudullo, G., Houston Durrant, T., Mauri, A. (Eds.), European Atlas of Forest Tree Species. Publ. Off. EU, Luxembourg, pp. e01493b+

Merlo V. 1997. La foresta come chiostro. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pp. 242.

Ries J. 1981. Il sacro nella storia religiosa dell’ umanità. Jaka Book, Milano pp. 243.

Santi G. 1795. Viaggio primo per la Toscana. Viaggio al Montamiata. R. Prosperi, Pisa, pp. 357.

 

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Flamboyant

Alberello poco conosciuto in Italia. Con questo nome comune si intende il Delonix regia (Bojer ex Hook) Raf. (sin. Poinciana regia Bojer ex Hook ), in italiano albero di fuoco.

Originario delle foreste aride, decidue del nord-ovest del Madagascar, introdotto dal XIX sec in molti Paesi tropicali.

Una leggenda vuole che il colore rosso dei fiori sia da attribuirsi al sangue di Cristo in Croce che si sparse in un alberello vicino.

Appartiene alla famiglia delle Fabaceae (Leguminose). La pianta è un sempreverde ad esclusione delle zone a siccità prolungata. Le foglie richiamano quelle della mimosa con vistosi e lunghi baccelli che pendono dalla chioma.

Albero che raggiunge un’altezza media di 10 m (massima di 18 m) chioma ampia multicaule, fino a 18 m di diametro. Possiede i caratteri della pianta pioniera prediligendo le zone soleggiate, e a rapido accrescimento iniziale (8 m in tre anni). Apparato radicale superficiale, invasivo che può rappresentare un problema in ambiente urbano. In alcune aree si è dimostrata una specie invadente.

Vegeta in ambienti con una temperatura media annua di 14-26 °C, ma non tollera temperature < a 10 °C.

Si adatta bene in luoghi con precipitazioni fino a 400 mm annui e a una stagione arida fino  6 mesi.

Predilige terreni sabbiosi, profondi (1 m) umidi, con pH 4.5-7.5. Non sopporta il ristagno idrico. Si adatta invece i terreni mediamente salini, calcarei.

In Italia si trova solo in alcune località della Sicilia e della Calabria.

Pianta di alto valore ornamentale per la cospicua fioritura rossa da giugno ad agosto (in Italia) già dopo 4 -5 anni dall’impianto.

Viale di palme e flamboyant (Jericho, P)

Tipica specie da ombra per la chioma abbastanza densa, ombrelliforme.

Adatta per restauro di suoli erosi. Un albero a cui guardare in futuro visto l’inaridimento del clima in molte aree della Terra. Pianta utile anche ai fini alimentari e medicinali, per produrre legna da ardere e carbone.

La distanza d’impianto in filare è superiore a 3.50 m.

Tra le varietà si ricorda la var. flavida dai fiori gialli.

Per approfondimenti

Brummit R.K., Chikuni A.C.,Lock J.M. Polhill R.M. 2007. Leguminosae Subfamily Caesalpinioideae. Flora Zambesiaca 3 (2): 203 – 204.

Menninger EA. 1962. Flowering trees of the world for tropics and warm climates. New York, USA: Hearthside Press Inc.

Puj DJ du, Philipson PB., Rabevohitra R. 1995. The genus Delonix (Leguminosae: Caesalpinioideae: Caesalpinieae) in Madagascar. Kew Bulletin 50 (3): 445-475.

Webb D.B., Wood P. J., Smith J.P:, Henman G.S. 1984  A guide to species selection for tropical and sub tropical plantations. Tropical Forestry Papers, No. 15. Oxford UK. Commonwealth Forestry Institute, University of Oxford.

 

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Museo Forestale, Ecomuseo, Silvomuseo

La deruralizzazione, l’inurbamento, il cambiamento degli stili di vita hanno suscitato l’esigenza di fare memoria di antiche professioni e di valori culturali per tramandarli alle future generazioni, per cui sono nate strutture museali di varia natura. Anche nel settore forestale sono sorte queste strutture.

Museo. Un luogo chiuso o all’aperto in cui si raccolgono e si conservano attrezzi per il lavoro in foresta, con pannelli descrittivi e illustrativi dei trattamenti selvicolturali, moderne sezioni multimediali consentono di avere un quadro esaustivo di come si svolgevano i lavori forestali: taglio, esbosco. Ma anche ricostruzioni delle lavorazioni connesse alla foresta come quella dell’artigianato del legno e delle pelli. Vengono conservati anche abiti e accessori “professionali” e della vita quotidiana, costumi tradizionali. Nell’Europa centrale e settentrionale ci sono numerosi esempi museali di ottima qualità espositiva e documentale.

Schüttesäge Museum (Foresta Nera, Germania) viene dato ampio spazio alla fluitazione del legname.

 

Museo all’aria aperta di Vlkolinec (Il Grande Fatra, Slovacchia)

Ecomuseo. Tra le varie definizioni (G.H. Rivière, M. Maggi) quella di Wikipedia sembra la più calzante: “un territorio caratterizzato da ambienti di vita tradizionali, patrimonio naturalistico e storico-artistco particolarmente rilevanti e degni di tutela, restauro e valorizzazione”.

Nell’ ambito più strettamente legislativo/istituzionale vi è la definizione contenuta nell’ art. 16 della  Legge Quadro della Cultura (LR 21/ 2010) della Regione Toscana:

“è definito ecomuseo l’istituto culturale, pubblico o privato, senza scopo di lucro che, ai fini dello sviluppo culturale ed educativo locale, assicura, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione e valorizzazione di un insieme di beni culturali, materiali e immateriali, rappresentativi di un ambiente e dei modi di vita che vi si sono succeduti e ne accompagnano lo sviluppo”.

Un esempio significativo è l’“Ecomuseo della castagna” di Raggiolo in Toscana. Esso vuole custodire la memoria delle attività umane legate alla coltura del castagno. La tutela di alcune varietà, prima di tutto la Raggiolana, e la tipicità dei prodotti ottenuti dalla trasformazione delle castagne, come la farina è invece assicurata dal Consorzio della farina di castagne del Pratomagno e del Casentino.

L’Ecomuseo della castagna di Raggiolo si articola attraverso una serie di spazi: un centro di interpretazione, antichi manufatti restaurati e funzionanti dove si possono vedere e partecipare alla seccatura delle castagne (seccatoio) e alla molitura delle castagne secche nel mulino ad acqua. Parte integrante è lo stesso borgo rurale e la Festa della castagnatura dove oltre alla degustazione dei prodotti e possibile vedere e provare l’antica pratica della pestatura delle castagne (con zoccoli e cestone), per separare le castagne appena seccate dai loro tegumenti prima di portarle al mulino.

Particolare del Mulino del Morino (Raggiolo, Arezzo)

Antico Seccatoio in funzione: castagne in essiccazione nel “caniccio” (Raggiolo, Arezzo)

Silvomuseo è una porzione di foresta dove si perpetuano tecniche colturali e di gestione tradizionali divenute desuete nella gestione corrente. Un esempio è il silvomuseo di Vallombrosa (Firenze)  dove in una parte della foresta si continua la tradizionale coltivazione, di origine monastica, dell’abete bianco. Ciò consente anche di mantenere la specificità del mosaico paesaggistico: abetine pure coetanee ma di diverse età.

Trattamento e turni opportunamente rimodulati consentono di riattivare anche una filiera produttiva specifica, in questo caso per la produzione di travi per il restauro e la conservazione di edifici storici. Quindi opportunità di ordine scientifico, culturale, didattico e paesaggistico si coniugano con quella produttiva.

Il silvomuseo, nel caso dei castagneti da frutto, si declina in modo più ampio e dinamico. Significa infatti conservare l’assetto paesaggistico, i saperi locali delle tecniche tradizionali, mantenere la diversità varietale, la salubrità e il gusto dei prodotti derivati dalla trasformazione delle castagne come la farina, salvaguardare i castagneti dalle specie invasive (pioppi, robinia, ecc.), dai patogeni. La castanicoltura moderna si discosta dalla castanicoltura tradizionale ed é orientata verso una “frutticoltura spinta”, che coltiva solo varietà che producono frutti di grandi dimensioni per attrarre il frettoloso consumatore, impiega concimi chimici e fa largo uso di trattamenti antiparassitari. Il silvomuseo è una porzione del territorio castanicolo che si può integrare con altre strutture museali e antichi manufatti. Lo scopo è di consentire un sufficiente livello di produzione di castagne tanto da riattivare l’economia locale, che faccia perno sulla vendita di prodotti locali garantiti da marchi di qualità, sulla ristorazione, sull’ecoturismo, sulla didattica e l’educazione. Dove poter partecipare alle antiche pratiche: potatura, innesto, ripulitura ma anche alla raccolta delle castagne. La peculiarità della frammentazione della proprietà privata dei castagneti impone la creazione di soggetti associativi dove incanalare le risorse pubbliche di sostegno, disciplinare la gestione dei castagneti degli associati, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, insomma tutte le attività collegate al silvomuseo.

Quindi non la ricostruzione di un ambiente effimero, di un set cinematografico dove si ambientano delle fiction televisive (forse, e perché no), non una velleità intellettualistica. Ma un’idea e una proposta concreta per ravvivare le comunità montane in continuo declino per l’esodo e l’invecchiamento della popolazione, per richiamare l’attenzione dei giovani verso nuove opportunità di impresa adeguate alle attuali dinamiche della società.

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Ma la cura dell’ambiente è di Destra o di Sinistra?

Un interessante articolo di Marco Gervasoni “Ecologisti rossi a spese nostre”, Il Giornale del 16 novembre 2019, ri-solleva la questione della Destra e della Sinistra anche in campo ambientale. E dire che molti sostengono che queste due categorie non esistono più. Niente di più sbagliato. Non si può nascondere che le categorie di Destra e Sinistra continuano a svolgere un ruolo fondamentale nel linguaggio politico e giornalistico così come in quello quotidiano.

Destra e Sinistra hanno fatto il loro ingresso nel linguaggio politico moderno durante la Rivoluzione Francese, nel periodo della Costituente. La Destra fu identificata con i realisti e divenne sinonimo di conservazione, reazione e gerarchia. La Sinistra invece fu immedesimata con le forze rivoluzionarie e dunque associata a progresso, uguaglianza, innovazione.

La contrapposizione Destra/Sinistra riguarda: religione e ateismo, conservatorismo e progressismo, tradizione ed emancipazione, realismo e utopismo, egoismo e altruismo. Due modi di essere, di porsi e di vedere le cose. I fiorentini usano una arguta espressione: “di qua e di là dall’Arno”. La metafora del fiume segna il limite tra due mondi.

Applicando lo schema Destra/Sinistra alle questioni ambientali, è di Destra una politica di sfruttamento delle risorse naturali (J. Bolsonaro e D. Trump sono oggi i punti di riferimento mondiali), una economia lineare, l’uso di fonti energetiche tradizionali, compreso il nucleare. Mentre è di Sinistra: la difesa della natura, la decrescita economica, l’economia circolare, l’energia da fonti rinnovabili.

Questa diversità di posizioni è ben evidente, nella società occidentali nei confronti degli effetti dei cambiamenti climatici. La Destra tende a raccogliere i negazionisti dei cambiamenti climatici, disconoscendo gli effetti della crisi ambientale. Il problema dell’acqua alta a Venezia, dicono,  c’è sempre stato e si risolverà con il Mose o altre soluzioni ingegneristiche, La Sinistra (ormai in Italia solo radical-chic) è in ansia, ne fa una questione esistenziale, lotta fino allo scontro (retaggio genetico di nonni e padri che un tempo combattevano contro la guerra in Vietnam, ma non contro l’invasione della Cecoslovacchia).

Il messaggio che è passato è che l’ambiente lo difende soltanto di Sinistra, declinato in chiave anticapitalista e antioccidentale. La Sinistra, nel corso degli ultimi decenni, é riuscita a impossessarsi della “questione ambientale” e ha finito per incarnarne sensibilità e contenuti. La Destra ha fatto di tutto per far accreditare questa tesi, come sostiene Marco Gervasoni nel suo articolo.

Tuttavia gli schematismi non sempre sono veritieri sul piano storico. In Italia lo sbilanciamento del TUFF (“Testo unico in materia di foreste e filiere forestali” GU Serie Generale n.92 del 20/04/2018, DL 34/2018) in favore della “gestione attiva” dei boschi è stato promosso da un governo di Sinistra (ammesso che il PD sia considerato di Sinistra), mentre doveva essere una posizione della Destra (in questo caso totalmente assente). I disastri ambientali sono avvenuti sia nei Paesi “occidentali-capitalisti” che in quelli del “socialismo reale” perché la concezione della natura e il perseguimento dei fini politici ed economici era lo stesso: la supremazia di un sistema sull’altro. Semmai c’è da rilevare che mentre in quelli “occidentali-capitalisti” c’è stata una sufficiente documentazione e informazione, tanto da far crescere una opposizione “verde”, in quelli del “socialismo reale”, in Europa prima dei cambiamenti del 1989, si cercava di negare, di disinformare (la disinformazia sovietica era un arte universalmente riconosciuta) e di ri-dimensionare i fatti. Oggi, se si prendono in esame i Paesi del vecchio blocco sovietico, sono venuti alla luce molti guasti ambientali frutto di una politica di sfruttamento incondizionato delle risorse naturali, nell’ottica del predominio sul mondo. Ne sono prova la grave situazione di inquinamento prodotta da un sistema industriale arcaico, lo sviluppo del nucleare sia per scopi civili che militari, il disboscamento delle immense foreste boreali, il disastro pianificato del lago d’Aral.

I moderni Sovranisti e Globalisti sembrano essere gli eredi delle antiche divisioni. Nuovi adepti si aggiungono in continua trasformazione: gilet gialli, gretini, sardine, ecc. con una grande capacità di compattarsi, merito dei social, e di diventare forze politiche, dagli esisti imprevedibili.

Queste contrapposizioni si ritrovano anche all’interno della Chiesa Cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II si è prodotta una divisione tra progressisti e conservatori: cattolici devoti v/s cattolici adulti, almeno in Italia. La crisi di fede che la attraversa, come sostiene Benedetto XVI, ha polarizzato le posizioni in fedeli di Destra e di Sinistra. Tanto da diventare un non sense per chi si rifà al messaggio evangelico. I primi sono preoccupati della loro sicurezza, della conservazione delle proprie identità (qui la religione diventa un fatto strumentale), sono favorevoli ad usare le risorse naturali senza tante sottigliezze, diventando l’espressione di un antropocentrismo deviato. I secondi sono disposti ad accogliere tutti i migranti (ambientali e non), sono attenti alla crisi ambientale spingendosi nelle loro posizioni fino al confine con il biocentrismo e favorevoli alla de-crescita economica.

Superare queste posizioni antitetiche sembra impossibile, probabilmente ci sono fattori genetici ancora non ben compresi, oltre che culturali, nella speranza che non siano di opportunismo.

Un lungo processo di educazione potrebbe ampliare quella componente umana che è il “buon senso”, da non confondere con il qualunquismo e il disimpegno civile. Un nuovo paradigma è indispensabile per affrontare con maggiore pacatezza e attenzione i problemi reali. Ad esempio. Se è condivisibile la guerra alla plastica monouso alimentare, che inquina a dismisura i fiumi e i mari, è difficile criminalizzare i prodotti monouso sanitari, altrimenti si dovrebbe tornare alle suore col cappellone degli ospedali che prima bollivano le siringhe e gli aghi e poi ti facevano una iniezione memorabile. Certo, anche questa potrebbe essere, per qualcuno, l’espressione di ri-uso e di economia circolare. Parlare di de-crescita sembra pericoloso, potrebbe rivelarsi una posizione incauta, una faciloneria un po’ snob, quando ci sono migliaia di posti di lavoro a rischio. Un padre di famiglia pur di lavorare non guarda all’inquinamento che produce la sua fabbrica e corre il rischio di compromettere la sua salute perché la forte spinta biologica che ha dentro di sé, lo porta a trovare in ogni caso le fonti di sostentamento della propria famiglia. Questo forse sfugge a coloro che non hanno problemi economici o a coloro che ancora non hanno fatto una attenta riflessione sulla condizione umana. Ciò non toglie che gli stabilimenti industriali nocivi per la salute umana e inquinanti non debbano essere risanati. Ma i tempi lunghi possono porre il dilemma di che cosa viene prima.

Il concetto di sostenibilità (economica, sociale, ecologica) imposto alle politiche degli Stati a partire dagli anni ’90, si è rivelato un pensiero debole. Alla sostenibilità economica e sociale che aveva fatto da paradigma fino ad allora, si doveva aggiungere quella ecologica con il crescere della sensibilità ambientale dei Paesi occidentali, a causa dell’industrializzazione che aveva determinato condizioni di invivibilità (le famose piogge acide della Germania). La realtà è però diversa. In molti casi si impongono delle scelte, in un verso o nell’altro, e spesso è difficile armonizzare i differenti criteri che sottendono la sostenibilità (a cui per rigore si dovrebbe aggiungere anche quella culturale). Quindi ci sono altri drivers (etici), fino ad ora poco considerati, che devono guidare le scelte dei decisori politici. Demandare le scelte alle asettiche (?) analisi costi-benefici, ai modelli matematici, alla intelligenza artificiale, alle consultazioni sul web, potrebbe rivelarsi altamente dannoso.

La crisi ambientale richiama la necessità di una nuova classe politica, competente, irreprensibile, fondata su valori etici e su basi scientifiche.

Intorno alla questione ambientale stanno ruotando diverse idee forti che spaziano dall’etica, alla tecnologia e all’economia, che fanno ben sperare per superare le passate contrapposizioni. Così si passa dall’ascetismo ecologico (Bartolomeo I, J. Zizioulas) al nuovo illuminismo (E.O. Wilson, C. Bastioli).

 

N.B. Per Destra, nella accezione comune, si intende quella economico-capitalista, ora predominante e determinante, ma esiste anche una Destra sociale, minoritaria e ininfluente.

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La selvicoltura dei disturbi naturali

Le dinamiche delle foreste temperate e mediterranee sono caratterizzate dai piccoli disturbi di origine naturale, almeno in assenza di eventi estremi.

Questi piccoli disturbi possono essere delle buche (gaps), grosso modo circolari e quadrangolari, di differenti dimensioni formati per la morte e la caduta di uno o più alberi (dovuta a senescenza, eventi meteorici, attacchi di insetti e funghi da cui si origina una tessitura a grana fine della foresta),  oppure  strisce (strips) di forma allungata e stretta, prodotte dalle slavine nelle compagini boschive.

La conoscenza dei processi ecologici, dopo la formazione di buche o di strisce, é essenziale per conoscere la funzionalità degli ecosistemi forestali e applicare sistemi di gestione forestale sostenibili. Su questo tema la ricerca forestale ha dato un importante contributo conoscitivo negli ultimi anni, che ha permesso di rimodulare le tecniche selvicolturali più impattanti.

Del resto la stessa selvicoltura nasce dalla osservazione di questi fenomeni naturali, che poi l’uomo ha codificato in tecniche colturali: taglio a buche, taglio a strisce, taglio saltuario per piede d’albero, taglio saltuario a gruppi.

In termini di superficie le buche non eccedono i 1500 m2, e sono normalmente distribuite nello spazio e nel tempo.

Il taglio a strisce é una operazione più impattante sul piano estetico (anche se le strisce hanno una piccola superficie pari a quella delle maggiori dimensioni ammesse nei tagli a buche), in quanto l’obiettivo è di destrutturare il popolamento per innescare nuovi processi dinamici. Tuttavia anche il taglio a strisce é considerato tra i tagli colturali sia in base all’art. 149 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (2004) che di alcune normative regionali.

Numerosi studi hanno dimostrato la sostenibilità di questi trattamenti da diversi punti di vista:

-ecologico: nelle buche ad esempio sono stati osservati  maggiore tasso di decomposizione rispetto al bosco chiuso (indisturbato), accelerazione delle dinamiche vegetazionali e maggiore resilienza dei popolamenti, aumento della biodiversità;

-paesaggistico: sono di basso impatto visuale, mantenendo una struttura articolata, senza vistose aperture, dei popolamenti;

-economico: si possono coniugare le esigenze ecologiche e economiche con una adeguata dimensionamento dei tagli.

L’impatto (sul suolo e sulle piante) della concentrazione ed esbosco del materiale legnoso può essere attenuato, fino ad annullarsi, con l’adozione di linee di gru a cavo.

La selvicoltura dei disturbi naturali sembra rispondere bene alle necessità di gestione dei boschi, di applicare misure utili per aumentare la resilienza delle foreste di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici, raccogliendo così l’appello degli 11000 scienziati di questi giorni: We  must  protect  and  restore  Earth’s ecosystems.

 

Per approfondimenti

Attiwill PM. 1994. The disturbance of forest ecosystems: the ecological basis for conservative  management.  Forest  Ecology  and  Management, 63: 247−300.

Coates  KD. 2000. Conifer seedling  response to northern temperate  canopy gaps. Forest Ecology and Management, 127: 249−269.

Coates KD. 2002. Tree recruitment in gaps of various size, clear-cut and undisturbed  mixed  forest  of  interior  British  Columbia,  Canada.  Forest Ecology and Management, 155: 387−398.

Coates KD, Burton PJ. 1997. A gap-based approach for development of silvicultural  systems  to  address  ecosystem  management  objectives.  Forest Ecology and Management, 99: 337−354.

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Schliemann  S, Bockheim JG. 2011. Methods  for  studying treefall gaps:  A review. Forest Ecology and Management  261: 1143−1151.

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Seymour RS, White AS, de Maynadier PG. 2002. Natural disturbance regimes in northeastern North America-evaluating silvicultural systems using natural scales and frequencies. Forest Ecology and Management 155: 357−367.

Spies TA, Franklin JF, Klopsch M. 1990. Canopy gaps in Douglas-fir forests of  the  Cascade Mountains.  Canadian  Journal  of Forest  Research,  20: 649−658.

Zhu J., Lu D., Zhang W. 2014. Effects of gaps on regeneration of woody plants: a meta-analysis. Journal of Forestry Research 25 (3): 501−510.

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Il leccio: sacralità, estetica, utilità

Il leccio (Quercus ilex L.), quercia sempreverde, ha un’ampia diffusione nel Bacino del Mediterraneo. In Italia i boschi di leccio si trovano da 0-200 fino a 1000 m (1200 m in Calabria, 1400-1500 m sull’Etna in Sicilia).

Albero che può raggiungere 24 m di altezza e una circonferenza di 6 m, molto longevo (> 500 anni), con grande capacità di emettere polloni dalla ceppaia dopo il taglio (fino a 250 anni) e di reagire con vigore alle potature e alle sagomature. I boschi di leccio sono molto resilienti al passaggio del fuoco e sono molto adattabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

La sacralità

Il leccio era considerato presso Greci e Romani un albero infernale di cattiva reputazione, consacrato a Pane, collegato con Ecate e le Parche, ma pure un albero di resurrezione. Il leccio insieme a tasso e cipresso era ritenuto una pianta funebre, e, nello stesso tempo, pianta simbolica dell’immortalità come il cedro e il cipresso.

Tra i numerosi esempi di boschi sacri romani a prevalenza di leccio citati in letteratura, rimangono  quello di Monte Luco (Spoleto, Perugia) e di Sutri (Viterbo). Molti boschi di leccio sono legati alla tradizione francescana: Eremo delle Carceri (Assisi, Perugia), Eremo di Greccio e di Fonte Colombo (Rieti). Molte le selvette cappuccine, tra cui: Le Celle (a Cortona), Montauto (ad Anghiari) a Lucignano e a Montevarchi in provincia di Arezzo.

In alcuni di questi siti si conservano alberi monumentali di leccio di grandi dimensioni ed età, e di valore storico.

Leccio monumentale, I Cappuccini Pestello-Montevarchi, Arezzo

L’estetica

Albero di elezione di piazze e viali cittadini.

Perfetta sagomatura di lecci in Piazza Guido Monaco ad Arezzo

Elemento portante del giardino all’italiana classico, spesso modellato a siepi e a quinte.

Lecci ben sagomati si prestano anche a supportare le istallazioni artistiche.

Istallazioni artistiche dello StudioAFA per Icastica-2014, Arezzo

La potatura ad anelli, quale retaggio quattrocentesco toscano, rivive nel Parco del Prato di Lucignano (Arezzo).

Particolari boschetti di leccio collegati al giardino sono le ragnaie, i roccoli, gli uccellari adibiti alla caccia con le reti (uccellagione).

La ragnaia prende il nome dal particolare tipo di reti (ragne) che si tendono, consiste in lunghi filari di alberi alternati a viali dove alla fine si tendono le reti. Simile é il roccolo.

Gli uccellari  sono architetture vegetali di forma rotonda o quadrata, dotati di capanne per cacciare alla pania gli uccelli e in modo particolare i tordi.

Anche i “boschetti selvatici”, pertinenti la villa, che si trovavano fuori dal recinto del giardino, erano usati per cacciare e per ricavare la legna da ardere dalle potature (Villa Romani, S. Fabiano, Arezzo).

Sono strutture vegetali di origine molto antica quanto l’uccellagione, poi ampiamente diffuse con il Rinascimento.

La conservazione di queste architetture vegetali richiede una ri-lettura della loro funzione, ora, viste le nuove sensibilità, in chiave di osservazione ornitologica.

Anche le foreste vetuste di leccio di origine naturale sono di alto valore scenico-evocativo (A’ Mancusa, in Calabria e Supramonte, in Sardegna), oltre che di alto valore naturalistico.

Le utilità

In bosco di leccio viene spesso trattato a ceduo matricinato per ottenere la legna da ardere dall’alto potere calorifico. Il ceduo composto invece aveva (ha) lo scopo di unire la produzione di legna con quella di ghiande per l’allevamento dei suini allo stato brado.

Attualmente si preferisce la conversione del ceduo matricinato in ceduo composto o in fustaia. In quest’ultimo caso l’interruzione della ceduazione, accompagnata da interventi di avviamento ad alto fusto, innesca successioni secondarie caratterizzate da un incremento di funzionalità, complessità strutturale e ricchezza biologica dei soprassuoli.

I boschi di leccio sono ricchi di funghi e di tartufi. Il leccio è simbionte del tartufo nero pregiato – Tuber melanosporum Vitt).  A tal riguardo bisogna prestare attenzione alla ceduazione, infatti  la produzione di Tuber melanosporum può cessare dopo 4-6 anni dal taglio, poi bisogna avere l’accortezza di eseguire i tagli nel mese di marzo o di novembre per favorire la produzione di tartufi.

 

Per approfondimenti

Barbero M., Loisel R., Quézel P. 1992. Biogeography, ecology and history of Mediterranean Quercus ilex ecosystems. Vegetatio 99-100: 19-34.

Bravo J. A. 2008. Selvicultura en montes bajos y medio de Quercus ilex L., Q.pyrenaica Willd. y Q. faginea Lam. In: Serrada R., Montero G., Reque J.A., (Eds) Compendio de Selvicultura Aplicada en España. INIA, Madrid, pp.657-744.

Brosse J. 1991. Mitologia degli alberi. Rizzoli, Milano, pp. 313.

Graige S. 2004. Il bosco della ragnaia. Edizioni della Ragnaia, S.Giovanni d’Asso.

Graige S. 2007. Woods in the woods. Edizioni della Ragnaia, S.Giovanni d’Asso.

De Gubernatis A. 2010. Mitologia delle piante. M.I.R. Edizioni, pp. 223

Di Berenger A. (1859-1863). Dell’antica Storia e Giurisprudenza forestale in Italia. Stabilimento tipo-litografici di G. Longo Treviso e Venezia (Studii di Archeologia forestale, Ristampa anastatica a cura dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali, Firenze 1965).

Menghini A. 2004. Il giardino dello spirito. Aboca Museum Edizioni, Roma, pp. 253.

Pozzana MC. 1996. Giardini storici. Principi e tecniche della conservazione. Alinea, Firenze, pp. 247.

Quézel P., Médail F. 2003. Ecologie et biogéographie des forets du bassin méditerranéen. Elsevier, Paris, pp. 571.

Roman F., Terradas J. (eds) 1992. Quercus ilex L. Ecosystems: function, dynamics and management. Springer, pp. 379.

Seigue A. 1985. La foret circummediterranéenne et ses problèmes. Maisonneve et Larose, Paris, pp. 502.

Roccasecca P. 1991. Criteri estetici nelle colture del giardino italiano dell’area tosco- romana. In: Nuvolari  F. Il Giardino storico all’Italiana, Electa, Firenze, pp. 91-97.

Soderini G.V. 1596. Trattato degli arbori (pubblicato da G. Sarchiani, Tip G. Silvestri, Milano 1851)

Susmel L., Viola F., Bassato G. 1976. Ecologia della lecceta del Supramonte di Orgosolo. III Contributo: produzione primaria, produzione secondaria (erbivori) condizioni attuali e possibilità di conservazione. Annali del Centro di Economia Montana delle Venezie X (1969-70), pp. 261.

Terzi A. (1955) 1982. Memorie francescane della Valle reatina. Il Velino, Rieti, pp. 508.

 

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Restauro delle foreste, un primo passo.

E’ uscito un volume “Il bosco: bene indispensabile per un presente vivibile e un futuro possibile” a cura di Orazio Ciancio e Susanna Nocentini per l’Accademia Italiana di Scienze Forestali (2019) che raccoglie una sintesi dei lavori tenuti al IV Congresso Nazionale di Selvicoltura a Torino, dal 5 al 9 novembre 2018.

Il tema del restauro forestale non è stato affrontato esplicitamente in nessuna delle 14 sessioni tematiche del Congresso. Se ne parla solo nell’ambito di una tavola rotonda: Gestione forestale sostenibile nelle aree protette: parchi e riserve curata da N. Palmieri e F. Pedrotti.

Qui il tema del restauro forestale viene cosi disarticolato:

-ricostruzione, riguarda le aree dove i boschi sono stati distrutti (per semplificare quelle suscettibili di “rimboschimento”),

-riqualificazione, sono le azioni condotte in presenza di boschi biologicamente degradati,

-protezione, interessa i boschi più o meno “incontaminati”.

Questa impostazione, rischia di creare confusione non solo dal punto di vista terminologico ma anche concettuale.

Infatti si mettono insieme gli ambiti propri del restauro con quelli della conservazione. Il restauro riguarda i boschi degradati o per usare un’altra terminologia cara ai botanici “a ridotta naturalità”. Mentre attengono alla sfera della conservazione/protezione quei boschi che sono in buone condizioni e che hanno pregi naturalistici particolari e che sono meritevoli di tutela (con un loro specifico quadro normativo), non necessariamente, anzi spesso affatto, bisognosi di un restauro vero e proprio.

Si accenna poi alla rinaturalizzazione: si dice che “una delle finalità delle aree protette è quella di indirizzare gli ecosistemi degradati o a ridotta naturalità verso condizioni di elevata naturalità”. Così come posta la frase, sembra che questa attività riguardi solo i boschi di origine naturale e non anche quelli creati dall’uomo come i rimboschimenti, di cui esiste in Italia una vasta attività sperimentale.

Un inquadramento migliore del restauro forestale potrebbe essere  quello mutuato da John Stanturf (2005 e segg.)

Rehabilitation,(rinaturalizzazione) riguarda il restauro di una composizione specifica desiderata, della struttura e dei processi di un ecosistema forestale degradato ma che è ancora presente (caso appunto dei rimboschimenti di conifere).

Reconstruction (ricostituzione), si riferisce alla creazione su ex terreni agricoli o pascoli di un nuovo sistema forestale mediante specie autoctone.  E’ questo lo spazio delle attività di “rimboschimento”. Di cui molti non capiscono la differenza da una azione di restauro. La differenza è essenzialmente sul piano concettuale oltre che operativo. Rimboschimento significa “piantare un insieme di alberi” per vari scopi: difesa del suolo, fissazione della C02 (le Kyoto Forests), produzione di legno ecc.. Restauro significa piantare alberi per innescare un progressivo sviluppo di relazioni tra i vari componenti del sistema, con l’obiettivo di creare un sistema complesso in “equilibrio dinamico”.

Reclamation,(una sorta di bonifica, ma si può parlare anche di fitorimedio, ecc.) riguarda ambienti molto degradati dove la vegetazione  é completamente scomparsa, come quelli delle aree estrattive, urbanizzate, ex siti militari o inquinati.

Replacement, (prevede una possibile sostituzione della vegetazione nel tempo) significa creare nuove foreste su ex coltivi, anche mediante specie esotiche e “nuove” entità specifiche, che poi nel tempo possono essere “naturalizzate”. Un percorso che inizialmente parte da una piantagione di alberi, per ricostruire in seguito, se opportuno, un sistema forestale complesso.

Va dato il merito che, questa tavola rotonda, ha rappresentato un primo passo di fronte alla chiusura al tema del restauro dei boschi degli anni passati, tanto da rappresentare un ritardo culturale. Il restauro delle foreste non si può circoscrivere alle aree protette (Parchi e Riserve) che senz’altro hanno una priorità. Infatti non bisogna dimenticare che molti boschi degradati, anche a seguito di eventi calamitosi che si trovano al di fuori delle aree protette, sono altrettanto meritevoli di interventi urgenti, soprattutto se mettono a rischio l’incolumità delle persone e dei manufatti.

Un ultima notazione. Si accenna a un nuovo ambito della conservazione. Ossia che “le aree di protezione dei paesaggi o i silvomusei” debbano avere un canale legislativo separato. Questo rappresenta un punto di svolta, perché la mancanza di chiarezza (tra valore naturale e valore culturale) ha creato in passato non poche conflittualità, si pensi alla vicenda del Bosco di Sant’ Antonio in  Abruzzo. I boschi che hanno un valore culturale, ossia quelli creati dall’uomo e storicizzati,  come le abetine di abete bianco, le pinete litoranee e i castagneti da frutto, richiedono strumenti di conservazione e di restauro diversi dai boschi di origine naturale.

Per approfondimenti

Mercurio R., 2010, Restauro della foresta mediterranea. Clueb, Bologna, pp. 368 ISBN 978-88-491-3399-8.

Mercurio R. 2016, Otto lezioni sul restauro forestale, Edizione digitale presso Youcanprint Self-Publishing, pp. 169, ISBN 9788892635562

Mercurio R. 2018.  Selvicoltura e Restauro delle Faggete. Edizione digitale presso Youcanprint Self-Publishing, pp. 135, ISBN  9788827810248

Mercurio R. 2018. What does forest restoration mean in Italy? Journal of Mediterranean Ecology 16: 27-36.

Mercurio R. 2019. La rinaturalizzazione dei rimboschimenti: significati, tecniche, aspettative. In: Rinaturalizzazione dei rimboschimenti di pino nero aspetti storici e gestione moderna. Accademia dei Georgofili, Firenze 27 novembre 2018. Supplemento a «I Georgofili. Atti della Accademia dei Georgofili» Anno 2018 – Serie VIII – Vol. 15 (194° dall’inizio) Quaderni 2018- II, pp. 13-28.

 

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