Restauro delle foreste, un primo passo.

E’ uscito un volume “Il bosco: bene indispensabile per un presente vivibile e un futuro possibile” a cura di Orazio Ciancio e Susanna Nocentini per l’Accademia Italiana di Scienze Forestali (2019) che raccoglie una sintesi dei lavori tenuti al IV Congresso Nazionale di Selvicoltura a Torino, dal 5 al 9 novembre 2018.

Il tema del restauro forestale non è stato affrontato esplicitamente in nessuna delle 14 sessioni tematiche del Congresso. Se ne parla solo nell’ambito di una tavola rotonda: Gestione forestale sostenibile nelle aree protette: parchi e riserve curata da N. Palmieri e F. Pedrotti.

Qui il tema del restauro forestale viene cosi disarticolato:

-ricostruzione, riguarda le aree dove i boschi sono stati distrutti (per semplificare quelle suscettibili di “rimboschimento”),

-riqualificazione, sono le azioni condotte in presenza di boschi biologicamente degradati,

-protezione, interessa i boschi più o meno “incontaminati”.

Questa impostazione, rischia di creare confusione non solo dal punto di vista terminologico ma anche concettuale.

Infatti si mettono insieme gli ambiti propri del restauro con quelli della conservazione. Il restauro riguarda i boschi degradati o per usare un’altra terminologia cara ai botanici “a ridotta naturalità”. Mentre attengono alla sfera della conservazione/protezione quei boschi che sono in buone condizioni e che hanno pregi naturalistici particolari e che sono meritevoli di tutela (con un loro specifico quadro normativo), non necessariamente, anzi spesso affatto, bisognosi di un restauro vero e proprio.

Si accenna poi alla rinaturalizzazione: si dice che “una delle finalità delle aree protette è quella di indirizzare gli ecosistemi degradati o a ridotta naturalità verso condizioni di elevata naturalità”. Così come posta la frase, sembra che questa attività riguardi solo i boschi di origine naturale e non anche quelli creati dall’uomo come i rimboschimenti, di cui esiste in Italia una vasta attività sperimentale.

Un inquadramento migliore del restauro forestale potrebbe essere  quello mutuato da John Stanturf (2005 e segg.)

Rehabilitation,(rinaturalizzazione) riguarda il restauro di una composizione specifica desiderata, della struttura e dei processi di un ecosistema forestale degradato ma che è ancora presente (caso appunto dei rimboschimenti di conifere).

Reconstruction (ricostituzione), si riferisce alla creazione su ex terreni agricoli o pascoli di un nuovo sistema forestale mediante specie autoctone.  E’ questo lo spazio delle attività di “rimboschimento”. Di cui molti non capiscono la differenza da una azione di restauro. La differenza è essenzialmente sul piano concettuale oltre che operativo. Rimboschimento significa “piantare un insieme di alberi” per vari scopi: difesa del suolo, fissazione della C02 (le Kyoto Forests), produzione di legno ecc.. Restauro significa piantare alberi per innescare un progressivo sviluppo di relazioni tra i vari componenti del sistema, con l’obiettivo di creare un sistema complesso in “equilibrio dinamico”.

Reclamation,(una sorta di bonifica, ma si può parlare anche di fitorimedio, ecc.) riguarda ambienti molto degradati dove la vegetazione  é completamente scomparsa, come quelli delle aree estrattive, urbanizzate, ex siti militari o inquinati.

Replacement, (prevede una possibile sostituzione della vegetazione nel tempo) significa creare nuove foreste su ex coltivi, anche mediante specie esotiche e “nuove” entità specifiche, che poi nel tempo possono essere “naturalizzate”. Un percorso che inizialmente parte da una piantagione di alberi, per ricostruire in seguito, se opportuno, un sistema forestale complesso.

Va dato il merito che, questa tavola rotonda, ha rappresentato un primo passo di fronte alla chiusura al tema del restauro dei boschi degli anni passati, tanto da rappresentare un ritardo culturale. Il restauro delle foreste non si può circoscrivere alle aree protette (Parchi e Riserve) che senz’altro hanno una priorità. Infatti non bisogna dimenticare che molti boschi degradati, anche a seguito di eventi calamitosi che si trovano al di fuori delle aree protette, sono altrettanto meritevoli di interventi urgenti, soprattutto se mettono a rischio l’incolumità delle persone e dei manufatti.

Un ultima notazione. Si accenna a un nuovo ambito della conservazione. Ossia che “le aree di protezione dei paesaggi o i silvomusei” debbano avere un canale legislativo separato. Questo rappresenta un punto di svolta, perché la mancanza di chiarezza (tra valore naturale e valore culturale) ha creato in passato non poche conflittualità, si pensi alla vicenda del Bosco di Sant’ Antonio in  Abruzzo. I boschi che hanno un valore culturale, ossia quelli creati dall’uomo e storicizzati,  come le abetine di abete bianco, le pinete litoranee e i castagneti da frutto, richiedono strumenti di conservazione e di restauro diversi dai boschi di origine naturale.

Per approfondimenti

Mercurio R., 2010, Restauro della foresta mediterranea. Clueb, Bologna, pp. 368 ISBN 978-88-491-3399-8.

Mercurio R. 2016, Otto lezioni sul restauro forestale, Edizione digitale presso Youcanprint Self-Publishing, pp. 169, ISBN 9788892635562

Mercurio R. 2018.  Selvicoltura e Restauro delle Faggete. Edizione digitale presso Youcanprint Self-Publishing, pp. 135, ISBN  9788827810248

Mercurio R. 2018. What does forest restoration mean in Italy? Journal of Mediterranean Ecology 16: 27-36.

Mercurio R. 2019. La rinaturalizzazione dei rimboschimenti: significati, tecniche, aspettative. In: Rinaturalizzazione dei rimboschimenti di pino nero aspetti storici e gestione moderna. Accademia dei Georgofili, Firenze 27 novembre 2018. Supplemento a «I Georgofili. Atti della Accademia dei Georgofili» Anno 2018 – Serie VIII – Vol. 15 (194° dall’inizio) Quaderni 2018- II, pp. 13-28.

 

Advertisements

,

Leave a comment

Buen Vivir e Francesco di Assisi

Buen vivir é una di quelle parole con cui si dovrà familiarizzare dopo l’apertura del Sinodo per l’Amazzonia il 6 ottobre.

E’ la traduzione più conosciuta, nel mondo occidentale, di Sumak Kawsay in quechua (ubuntu nella filosofia africana), cioè della visione, del modo di vivere dei popoli indigeni amazzonici: segnato dalla generosità, solidarietà, armonia fra tutti, nell’ottica di una idea panteista. Una visione che si pone come alternativa al neoliberismo capitalista.

Qui stà il senso dello scontro sulla gestione dell’Amazzonia. Da una parte il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro e dall’altra parte i popoli indigeni che si oppongono alla mentalità “estrattivista”, che vuole “valorizzare” la foresta. Questo approccio, a dire il vero, non è nuovo: Gli Inglesi sono stati i precursori. Vandana Shiva (Fare pace con la Terra, Feltrinelli, 2012) ha descritto molto bene cosa facevano gli Inglesi in India agli inizi dell’Ottocento: distruggevano le foreste primarie compreso il tessuto umano, sociale ed economico dei popoli indigeni, per sostituirle con piantagioni di eucalitto per produrre pasta per carta.

Buen vivir significa l’uomo che vive integrato con la natura da cui trae nutrimento, legna per cuocere i cibi, medicinali, materiali per costruire ricoveri. E’ l’uomo che prende tutto ciò che gli serve dalla foresta, che la cura e la rispetta, perché è l’unica fonte del suo sostentamento. I servizi eco sistemici non sono monetarizzati. La “proprietà” della terra, e delle sue risorse, è solo quella comune. La crescita è collettiva, non a vantaggio di un gruppo. Non ci sono lobby di interessi particolari. “Conservazione “, “Uso delle Risorse”, “Restauro della Foresta” non stanno in contrapposizione tra loro. Questo ultimo punto merita una sottolineatura perché in Italia, il sistema di potere forestale ora dominante, non  lo vuole accettare. I popoli indigeni sono nomadi, si spostano da una parte all’altra della foresta. Un insediamento umano comporta ovviamente delle alterazioni al sistema forestale, per cui, quando la comunità di sposta, “rimboschisce” lo spazio prima occupato con le specie autoctone, aiuta in altre parole la natura a “ricucire gli strappi”. Gli indigeni dell’Amazzonia ci insegnano che la pratica del restauro delle foreste è un dovere ecologico e morale.

Buen vivir, è un vivere bene insieme agli altri componenti della comunità. Questo concetto pone un problema di traduzione in inglese, che di solito viene espresso con well living, un termine legato a wellbeing, che però significa un benessere individualistico (quello Occidentale) della salute del corpo, del mangiare, del fare sesso, quindi disgiunto dall’altro.

Il rapporto uomo-foresta, secondo la concezione del Buen vivir, è semplicemente armonico.

Il 4 ottobre si usa celebrare la festa di San Francesco di Assisi, Patrono dell’Ecologia per la Chiesa Cattolica. Francesco ha rappresentato un forte segno di discontinuità (un linguaggio vieto ma ancora efficace) nel rapporto dell’uomo con l’ambiente (animali, vegetali), con gli altri e con Dio, certo nell’ottica cristiana. Una discontinuità importante anche all’interno della Chiesa stessa. Francesco, con il suo modo di proporsi indica la strada per ritrovare un’armonia globale. Dopo 800 anni il suo messaggio è ancora attuale, perché credibile e universale.

 

Francesco di Assisi, nella rappresentazione di un affresco nel Santuario di Greccio (Rieti, Lazio)

, , ,

Leave a comment

La Comunità del Bosco

Non è dato da sapere se questa sia una idea dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Toscana Marco Remaschi o meno, ma l’idea è buona e merita di farci sopra qualche riflessione.

La situazione delle aree interne montane è nota. Senza scomodare le statistiche (comunque c’è sempre il RaF-ITALIA 2019), il punto chiave è lo stato di abbandono che interessa soprattutto i boschi privati, si taglia solo l’1% della superficie boscata, segno dell’invecchiamento della popolazione, dell’esodo e del disinteresse. L’Ente pubblico non naviga in buone acque: i continui rivolgimenti amministrativi, la riduzione dei fondi e di personale, penalizzano la sua attività anche nei casi migliori. L’abbandono delle aree interne determina, di conseguenza, allarmismi per il degrado ambientale: erosione del suolo, crollo e degrado di manufatti, incendi di alta magnitudo, diffusione di specie esotiche invasive, proliferazione della fauna selvatica.

Quindi l’idea di far lavorare insieme pubblico e privato è buona. Dal momento che l’associazionismo privato nel settore forestale non ha funzionato.

Una struttura organizzativa paritaria, svincolata dalle interferenze dei partiti e delle lobby sindacali ed economiche. La Comunità del Bosco per testare forme di democrazia diretta. Dove far prevalere la professionalità, la trasparenza e il bene comune.

Il territorio amministrato dovrebbe riguardare aree omogenee da un punto di vista ambientale e sociale, non artificiose ripartizioni di tipo burocratico-amministrativo.

L’elemento innovativo dovrebbe essere la gestione integrata del territorio. Ossia la Comunità del Bosco dovrebbe occuparsi della gestione diretta dei boschi: di organizzare la coltura, la trasformazione e la vendita dei prodotti. Ma non solo. Dovrebbe occuparsi della gestione della raccolta dei prodotti secondari, in primo luogo dei funghi e tartufi.

Dovrebbe avere competenze anche sulla fauna, il problema è divenuto troppo importante per essere disgiunto dalla coltivazione dei boschi e dall’uso delle risorse forestali.

Le comunità locali potrebbero svolgere un ruolo efficace nella prevenzione, nella lotta immediata antincendio ma anche nel restauro post-incendio. Attrezzarsi per le prime emergenze meteo. Gestire le aree protette (almeno i SIC).

Gli ostacoli sono tanti. Primo, la diffidenza dei privati. Secondo, la mancanza di politici lungimiranti (statisti). Invece le impellenze economiche e sociali potrebbero costituire la spinta propulsiva ad avviare uno studio di fattibilità sulla Comunità del Bosco.

 

Leave a comment

Picking

La raccolta (autunnale) dei piccoli frutti (picking) è una attività ancestrale riservata alle donne nelle comunità Paleolitiche. Agli uomini erano riservate le attività più pesanti: caccia (hunting) e pesca (fishing).

Nei borghi rurali era una attività abituale fino agli anni ’60 e costituiva un buon integratore di reddito. Poi é diventata una attività hobbistica di appassionati cittadini. Una attività rilassante, per dare senso alle passeggiate e a una giornata all’aperto. Qualche segno di interesse si nota ai fini commerciali da parte dei giovani.

Questa stagione alla fine dell’estate (metà agosto-meta settembre) è il tempo delle corniole (Cornus mas), delle more di rovo (Rubus sp.), dei cinorrodi di rosa canina (Rosa canina). Per le prugnole (Prunus spinosa) è bene aspettare i primi freddi (ora allappano). Ancora qualche giorno per le nespole (Mespilus germanica) e per le bacche di ginepro (Juniperus communis), ottime sia per insaporire gli arrosti che per fare il Gin. Davvero speciali le marmellate di bacche sambuco (Sambucus nigra), se non sono stati raccolti i fiori a primavera (fritti, solo per pochi).

Corniole e More

Bacche di ginepro e Cinorrodi di rosa canina

Nespole e Prugnole

Bacche di sambuco nero

I frutti del melastro e del perastro sono più adatti per l’avifauna e per i piccoli mammiferi.

Buone le nocciole (Corylus avellana) adatte per essere conservate, e, come diceva uno che aveva una visione profetica: “La farina di nocciole si adopera per sofisticare la cioccolata” (Selvicoltura, pag. 328, Piccioli 1923). Non sono da meno le sorbe (Sorbus domestica), a chi piacciono.

Sorbe

I viziosi possono raccogliere spezzoni di liana di vitalba (Clematis vitalba) da fumare. Chi non può fare a meno del caffè, può pensare a un buon surrogato con le ghiande di Quercus pubescens, o per i veri intenditori di Quercus virgiliana, ammesso che uno la sappia distinguere dalla precedente.

Vitalba da fumare

Tutto queste specie si trovano nella bassa e media montagna appenninica tra 300 e 1000 m, al di sopra anche lamponi e mirtilli. I luoghi ideali sono le radure dei boschi, gli ecotoni, i margini dei campi.

I frutti possono essere consumati freschi. Si possono fare marmellate (ottime quelle di corniole) ammesso che uno sia capace, altrimenti viene fuori una poltiglia disgustosa, che funge da terreno di coltura per le muffe (e si può rischiare la pelle). Ma si possono ricavare anche sciroppi (con gli appositi estrattori), gelatine, liquori.

Se l’andamento stagionale lo consente, i funghi, soprattutto porcini e gallinacci, possono oscurare gli interessi per gli altri prodotti.

Fino a qui la poesia.

La raccolta dei piccoli frutti selvatici è appositamente regolamentata a livello nazionale (L.145 del 30 dicembre 2018, art.1, commi 692-699) sul piano fiscale https://www.redazionefiscale.it/c/notizie-flash/26742-imposta-sostitutiva-per-i-raccoglitori-occasionali-di-prodotti-selvatici-non-legnosi. Le attenzioni del fisco riguardano la raccolta di prodotti selvatici non legnosi identificati con il burocratico codice ATECO classe 02.30, ossia: “funghi, tartufi, bacche, frutta in guscio, balata e altre gomme simili al caucciù, sughero, gommalacca e resine, balsami, crine vegetale, crine marino, ghiande, frutti dell’ippocastano, muschi e licheni”. Non sfugge proprio niente.

La raccolta dei prodotti secondari del bosco è regolamentata a livello regionale come specie e quantitativi di raccolta. In Toscana la Legge Forestale n. 39/2000 art. 63 considera prodotti secondari del bosco:

-funghi epigei o ipogei

-fragole

-lamponi

-mirtilli

-more di rovo

-bacche di ginepro

-asparagi selvatici

-muschi

I limiti di raccolta giornaliera sono:

-fragole kg. 2,00

-lamponi kg. 2,00

-mirtilli kg. 2,00

-more di rovo kg. 3,00

-bacche di ginepro g. 500

-muschi g. 500 (il peso si intende come prodotto asciutto).

http://www.regione.toscana.it/-/raccogliere-prodotti-dai-boschi

 

, ,

Leave a comment

Ora il Presidente Trump vuole “valorizzare” i boschi dell’Alaska: ma non é il solo

I media scoprono un altro scandalo verde. Ma forse non c’è niente di illegale se c’è una legge dello Stato che autorizza le scelte di gestione dei boschi.

La notizia riportata dal  The Washington Post, che il Presidente degli Stati Uniti voglia autorizzare lo sfruttamento o meglio la “valorizzazione” (apertura di strade per il taglio dei boschi) della Tongass National Forest (68000 km2 nel sud-est dell’Alaska) https://www.fs.usda.gov/tongass/, non meraviglia più di tanto. Anche se, dice Newsweek, https://www.newsweek.com/trump-logging-restrictions-alaska-tongass-largest-national-forest-1456553, che l’impiego nell’ industria del legno nel sud-est dell’ Alaska é dell’1% e quello del turismo del 17%.

In parallelo, il Presidente del Brasile stà proseguendo una attività che si protrae da decenni, con il consenso e l’appoggio del mondo dell’agribusiness (da intendersi associazioni professionali agricole), e molto probabilmente con i crismi della legalità. Sono decenni che questa situazione viene denunciata anche dalla comunità scientifica forestale (ci sono articoli nelle riviste di settore forestali italiane che ne parlano da quaranta anni, a partire dalla costruzione della Transamazzonica), cosi come i missionari nei loro resoconti e c’è anche un famoso film The Medicine Man, in italiano Mato Grosso protagonista Sean Connery del 1992.

Ma la coscienza collettiva di questi fatti, se ne accorge solo ora, sotto gli effetti della sovraeccitazione prodotta da Greta, e forse, senza una reale consapevolezza di quello che accade e delle possibili conseguenze.

Il confine tra legalità e illegalità è stato sempre difficile da stabilire, almeno in pratica. Forse la questione si pone in termini di grado di accondiscendenza da parte delle autorità. Così un po’ si fa finta di non vedere, un po’ si lascia fare e un po’ si combatte. La distruzione delle foreste di cedri nel Rif (Marocco) per far posto alle coltivazioni di kif  o della Bolivia per coltivare la coca non sono mai state una novità.

Qui si apre un problema diverso che è di ordine morale.

La gravità di questo comportamento risiede nel fatto che qualcuno  pensi che ci possa essere un riscontro economico e sociale positivo per i coltivatori, giocando sul meccanismo (in questo caso amorale) che il contadino sceglie di produrre quello da cui trae il maggiore profitto.

Veniamo a casa nostra.

Il pesante sfruttamento delle foreste di faggio e abete degli Appennini è avvenuto, nell’Italia meridionale, in larga parte agli inizi degli anni ’50 del ‘900, quando imprese con conoscenze, attrezzature e spesso con capitale estero acquisirono la concessione per tagliare i boschi dei demani comunali. Questa operazione fu salutata positivamente perché gli amministratori comunali pensavano di sanare i loro bilanci e di poter fare grandi cose con gli introiti per i loro amministrati. I tagli dei boschi (discutibili sul piano selvicolturale) avvennero legalmente con tanto di delibere comunali e autorizzazioni del Corpo Forestale dello Stato. Se qualcuno vede le foto delle decauville (piccole ferrovie a scartamento ridotto costruite in foresta per esboscare il legname) con i grandi tronchi di faggio e abete che trasportavano, pensa all’America, e invece no, siamo in Calabria. Questo è avvenuto dal Pollino all’Aspromonte, e i segni si notano ancora (ad un occhio esperto) nonostante che la natura provvida abbia fatto salti mortali per ricucire gli strappi.

Ergo, forse quello che manca non sono le leggi, ma i principi etici che stanno alla base dell’agire di una società che oggi richiede un approccio diverso (senz’altro più complesso) nella gestione dei boschi.

 

 

,

Leave a comment

Brucia la foresta del Papa

La foresta di Papa Francesco è l’Amazzonia.

Due cose balzano alla mente. La prima, l’impegno del Papa per la foresta amazzonica che abbraccia aspetti sociali, economici e ambientali che avrà il suo culmine con il Sinodo per l’Amazzonia che si terrà  dal 6 al 27 ottobre di questo anno. La seconda, il grande incendio, da record, che si  é sviluppato nella foresta amazzonica brasiliana.

Senza indulgere in facili dietrologie, non si può fare a meno di sottolineare le evidenze legate ai due fatti.

L’incendio è lo strumento più semplice per distruggere la foresta per guadagnare terreni per le coltivazioni di tipo speculativo e per facilitare l’estrazione dei minerali (quindi non ha niente a che vedere con l’uso delle risorse forestali). L’area percorsa da incendi è salita del’ 40% rispetto al 2018 (gennaio-agosto), e non certo per la siccità, perché questo anno non é particolarmente siccitoso, rispetto al 2005, 2010, 2015.

Comunque per qualsiasi raffronto, i dati aggiornati sono disponibili presso il sito dell’INPE

http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/aq1km/

La posizione del Papa disturba non pochi potentati economici, non tanto per le sue posizioni ecologiste (la Laudato Sì, ha ribadito il Papa in una intervista alla Stampa il 9 agosto us, non è un’enciclica verde, è un’enciclica sociale, che si basa su una realtà “verde”, la custodia del Creato) ma per la denuncia delle ingiustizie sociali e della degenerazione morale che stanno alla base della distruzione dell’Amazzonia. E questo, secondo una antica tradizione, i potenti non lo possono accettare (cfr Erode vs Giovanni Battista), per cui il Papa-Profeta rischia di fare la fine dei Profeti, se la sua azione in difesa di uomini e foreste, non verrà sostenuta da uomini di buona volontà e di buon senso. Per ora si è fatto sentire, in modo incisivo, solo il laico Emmanuel Macron.

 

PS: per dovere di cronaca non bisogna dimenticare anche gli altri grandi incendi delle Canarie e della Siberia, ma forse qui le problematiche sono diverse.

, ,

Leave a comment

Alberi della Bibbia: l’olivo

Green (2002) considera di Olea europaea subsp. europaea: la var. europaea comprendente le  cultivar di olivo e la  var. sylvestris gli olivi selvatici.

L’olivo selvatico allo stato spontaneo è un componente della vegetazione termofila e xerofila a dominanza di sclerofille arbustive, presenti lungo le coste del Mediterraneo.

Arbusto o albero sempreverde, alto fino a 15 m, e oltre. Tronco spesso contorto e cavo con corteccia grigio-scura. Le foglie (di colore verde scuro nella pagina superiore e bianco-argenteo in quella inferiore) sono opposte, coriacee, semplici, intere, ellittico-lanceolate. Il frutto è una drupa globosa, ellissoidale o ovoidale.

Olivo piantato nel 2000 sul Monte Nebo (Giordania) da Giovanni Paolo II

L’olivo è specie molto longeva, può superare normalmente i 200-300 anni, ma sono noti soggetti millenari (Lewington e Parker 1999). Molti olivi millenari si trovano a Gerusalemme.

Olivi monumentali nellOrto del Getsemani (Gerusalemme, Israele) che significa frantoio dell’olio. Qui Gesù scelse di “farsi spremere” per produrre lolio della riconciliazione con sé stessi, con Dio, con gli uomini e con il Creato.

Pianta dei climi caldo-aridi: eliofila, termofila (resiste solo a brevi periodi quando la temperatura scende di qualche grado sotto lo zero),  xerofila (in grado di adattarsi a bassi livelli di precipitazioni di 250 mm annui). La specie si distingue per la grande resistenza e la rigenerazione di parti lese da eventi bioclimatici avversi: freddo,vento, fuoco.

L’uso per scopi alimentari risale da parte delle popolazioni mediterranee al Neolitico (10000-7000 BP) (Liphschitz et al. 1991, Zohary e Hopf 1993), inoltre era usato per olio da lume, balsami e unguenti.

Antico frantoio nella biblica città di Shiloh (West Bank)

Nella Bibbia si fà riferimento all’olivo coltivato piuttosto che a quello selvatico. San Paolo svilupperà questo tema (Rom 11, 13-28) per mostrare come Dio è in grado di far rientrare nel piano della salvezza dell’Uomo anche i non credenti (Gentili) senza venir meno alla sua promessa che il popolo ebraico è il “Suo Popolo”.

Tombe cristiane tra gli olivi (Valle del Cedron, Gerusalemme)

Nella Bibbia ci sono 25 citazioni per l’albero. Oltre 160 sono per l’olio: sostanza di alto valore simbolico se veniva usato per l’unzione di Re e Profeti e se ora nella liturgia cattolica segna l’inizio e la fine della vita.

Dt 8, 8 cosi descrive la Terra Promessa come “terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele”.

L’olivo é segno di riconciliazione di Dio con l’ umanità (Gen 8,11 “la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra”).

L’olivo che fruttifica é simbolo del Giusto (Sal 52,10 “Ma io, come olivo verdeggiante nella casa di Dio, confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”.)

L’olivo è segno di benedizione (Sal 128, 3 “i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa”.).

Messaggi simbolici: bellezza, grazia, fedeltà divina, gloria, maestà, pace, riconciliazione, fraternità, rigenerazione del genere umano, benedizione, benessere, ricchezza, fecondità, sapienza, speranza, elezione divina.

Olivi, Monastero di Santa Caterina (Sinai, Egitto)

 

Per approfondimenti

Boureux C. 2014. Les plantes de la Bible et leur symbolique. Cerf, Paris, pp. 109.

Green P.S. 2002. A revision of  Olea L. (Oleaceae). Kew Bulletin 57: 91-140.

Lewington A., Parker E. 1999. Ancient trees. Trees that live for a thousand years. Collins and Brown, London.

Liphschitz N., Gophna R., Hartman  M., Biger G. 1991. The beginning of Olive (Olea europea L.). Cultivation in the old-world: a reassessment. Journal of Archaeological Science 18: 441-453.

Maillat J., Maillat S. 1999. Les plantes dans la Bible. Éditions DésIris, Méolans – Revel, pp.303.

Moldenke H.N., Moldenke A.L. 1952. Plant of the Bible. The Ronald Press Company, New York pp. 328.

Musselman L.J. 2012. A dictionary of Bible Plants. Cambridge University Press, Cambridge, UK.

Zohary D., Hopf M. 1993. Domestication of Plants in the Old World. Oxford University Press, Oxford.

Zohary M. 1982. Plants of the Bible. Cambridge University Press, pp. 224.

Włodarczyk  Z. 2007. Review of plant species cited in the Bible. Folia Horticulturae 19 (1): 67-85.

 

Testi di interesse generale:

La Bibbia CEI, 2008.

II Padri Apostolici. 1976, Città Nuova Editrice.

Gli Apocrifi (a cura di E. Weidinger), 1992, Piemme.

Talmud. Il Trattato delle Benedizioni, a cura di Sofia Cavalletti, 1992. TEA.

 

,

Leave a comment