Piantare alberi: i giardini biblici

Il “piantare alberi”, secondo Papa Francesco (Laudato Sì, n.211) dovrebbe rappresentare uno dei comportamenti virtuosi che potrebbero avere una incidenza diretta e importante nella cura della “Casa Comune”.

Questo punto è stato ripreso dalle Comunità Laudato Sì (promosse dal Vescovo di Rieti Domenico Pompili) con il progetto di piantare 60 milioni di alberi https://comunitalaudatosi.org/

Proposta lodevole e condivisibile. E su questo Blog, manco a dirlo, “sfonda una porta aperta”.

Sul piano della fattibilità, qualcuno eccepisce che mancano i terreni dove piantare gli alberi: per l’avanzata naturale del bosco negli ex spazi agricoli, per il consumo di suolo dovuto all’ espansione urbana e delle infrastrutture. Alcuni ritengono, invece, che ci siano delle grandi potenzialità nelle aree urbane delle periferie e nei luoghi da risanare. Altri lamentano che manca il materiale vivaistico adatto come specie e dimensioni. A queste considerazioni bisognerebbe aggiungere qualcosa di più pericoloso: la frenesia, diffusa in questi ultimi mesi di “fare qualcosa” per combattere l’effetto serra, che potrebbe essere più dannosa che efficace. Quando si vedono alla TV le decine di persone che si accalcano attorno ai feriti nei paesi in guerra del Medio Oriente, viene da pensare, considerando gli standard dei soccorritori occidentali, che quel marasma di persone completerà l’azione degli ordigni piuttosto che salvare i feriti. Qualcosa di simile potrebbe accadere anche in questo caso se l’entusiasmo dei volontari dovesse prendere il posto della lucidità dei professionisti. Comunque sia, a tutto c’è rimedio.

Ecco una proposta, “di qualità”, per dare un contributo realistico e fattibile all’iniziativa del “piantare alberi”.

Ci sono molti spazi che si trovano attorno alle chiese, monasteri, cimiteri, strutture di accoglienza e di educazione che sono privi di alberi, oppure talvolta ci sono, ma sono decrepiti e vanno sostituiti, altre volte ci sono, ma sono inadatti al luogo per il loro significato simbolico. Viene in mente il caso di alcuni alberi di Giuda (Cercis siliquastrum L.), dove la tradizione vuole che si sia impiccato Giuda per il rimorso dopo il tradimento, che sono stati piantati di fronte a una chiesa. Non è stata un scelta felice, perché qualcuno potrebbe pensare che sia stato un messaggio poco rassicurante per il parroco.

Realizzare dei giardini biblici questa è la proposta. Ciò non significa creare una collezione di alberi della Bibbia, molti dei quali sono inadatti ai vari climi italiani. Ma scegliere gli alberi (nelle loro entità sottospecifiche) per l’adattabilità ecologica, il valore estetico e, in particolare, per il loro significato simbolico “biblico”.

Questi nuovi spazi verdi, se di buona qualità estetica e simbolica, potrebbero contribuire alla riqualificazione di molte zone urbane, ed essere utili per le “catechesi verdi” all’aperto. Senza voler fare dell’ecologismo a buon mercato, ora di moda, si tratta di partire dalle caratteristiche botaniche della pianta e dai significati simbolici, per fare una riflessione sulla dimensione umana, nel tentativo di rispondere agli interrogativi esistenziali dell’uomo del nostro tempo. Uno spazio educativo e ricreativo. Un luogo di incontro e di confronto.

Non ci sono esempi in Italia. Gli architetti e anche le “archistars” dopo aver realizzato ottimi edifici, (leggasi chiese) spesso trascurano l’esterno: o cementificano o demandano al vivaista la scelta degli alberi con risultati spesso opinabili. In Italia ci sono ottimi vivaisti che sanno fare bene il loro mestiere che è quello di allevare e di coltivare gli alberi, ma non si possono sostituire al paesaggista o meglio al “Maestro dei giardini”.

Speriamo che nella erigenda “Casa del futuro” di Amatrice (Rieti) dell’Arch. Stefano Boeri, si dia un buon esempio nella scelta delle piante e segnare così una svolta di qualità.

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Il frassino, albero sacro nella mitologia vichinga

Il frassino maggiore  (Fraxinus excelsior L.) è un albero deciduo, alto fino a 40 m e 1 m in diametro. Raggiunge generalmente i 150-200 anni di età.

L’areale del frassino maggiore interessa l’ Irlanda, Gran Bretagna e la parte meridionale della Scandinavia. Comprende una vasta zona della Russia spingendosi fino al mar Caspio. La parte settentrionale della penisola iberica, la penisola italiana, i Balcani e parte dell’Anatolia settentrionale.

In Italia è diffuso allo stato sporadico nelle Alpi e nell’Appennino. In Sicilia si trovano gruppi spontanei nei M. Nebrodi. Nelle zone montane si trova assieme al faggio, abete bianco, acero montano, olmo montano e nelle Alpi insieme all’abete rosso. Nelle foreste planiziarie della pianura Padana (Bosco di Olmé) il frassino maggiore vegeta con: Quercus robur L., Carpinus betulus L., Acer campestre L., Ulmus minor Miller, Tilia cordata Miller, Alnus glutinosa Gaertner, Populus alba L..

La sua distribuzione altitudinale è molto ampia: va dalla pianura Padana fino a 1500 m sulle Alpi e Appennini. Nell’Appennino è presente prevalentemente tra 800 e 1200 m.

In Italia si trovano anche due altri frassini di dimensioni minori e adatti ad ambienti diversi dal frassino maggiore: l’orniello (F.ornus L.) e il frassino ossifillo (F. angustifolia Vahl.).

Il frassino maggiore é assai esigente di luce nella fase adulta, mentre i semenzali tollerano l’ombra fino all’età di circa 7-10 anni.

Specie mesofila, tendenzialmente igrofila, può essere considerata come una grande consumatrice di acqua nel senso che controlla la sua traspirazione molto tardi.

Le stazioni ottimali sono quelle su suoli profondi, freschi, ben drenati e strutturati, pH di 5,7-7. Tollera valori di pH fino a 4,5. Si trova anche su substrati calcarei; in quanto indifferente alla presenza del calcare attivo. Tollera suoli limosi  e  moderatamente  argillosi.

Il frassino maggiore mostra un accrescimento rapido nei primi anni.

Il legno ha buone caratteristiche tecnologiche, usato un tempo per lance e frecce, ora per attrezzi sportivi, mobili, tranciati.

Specie utilizzata come pianta ornamentale, nei Paesi dell’Europa settentrionale. La colorazione gialla in autunno é molto apprezzata dal punto di vista cromatico per questo è usato allo stato isolato o per creare boschetti e alberature.

Sono state selezionate alcune forme e varietà: ‘Nana’ simile a un arbusto, ‘Spectabilis’ per la chioma fastigiata, ‘Diversifolia’ per il numero delle foglioline,’ Pendula’ dai rami piangenti, e molte altre  http://ww2.bgbm.org/EuroPlusMed/PTaxonDetail.asp?UUID=E4FC967F-1F8E-474F-A867-C1149578BC52

I Vichinghi in particolar modo, assieme ad altri popoli nordici, avevano uno stretto legame con il frassino tanto da essere chiamati aescling “gli uomini del frassino”. Da punto di vista simbolico, il frassino maggiore rappresenta l’Axis Mundi dell’universo scandinavo. Il frassino Yggdrasill sorregge con i suoi rami nove mondi nella mitologia norrena.

Albero cosmico che unisce cielo e Terra: affonda le radici nel regno degli inferi e la chioma si perde nei cieli. Simbolo di rinascita, fonte di guarigioni e di saggezza cosmica.

E’ l’albero dove si riunisce dell’assemblea. Ai rami degli alberi sacri venivano impiccate le vittime sacrificali in onore di Wodan (Odino). Tutto sommato è stato meglio che i Vichinghi si siano convertiti al cristianesimo (dall’800 al 1200 d.C.).

Gamla Uppsala (Svezia), qui sorgeva un tempio dell’antica religione norrena. Nel cimitero e attorno alla chiesa cristiana domina ancora il frassino maggiore. Proprio qui ogni 9 anni, nel mese di febbraio, venivano appesi 9 maschi ai rami degli alberi del bosco sacro.

 

Per approfondimenti

Bernetti G., Padula M. 1983.  Le latifoglie nobili. Monti e Boschi, 5: 40-44.

Boye R. 2007. Yggdrasill: La religion des anciens Scandinaves.  Payot, pp. 248.

Brosse J. 1991.  Mitologia degli alberi. Rizzoli, Milano pp. 313.

Eliade M. 1976. Trattato di storia delle religioni. Torino.

Davidson H. 1990. Gods and Myths of Northern Europe. Penguin, pp. 256.

Davies R.J., 1987. Trees and weeds. Forestry Commission Handbook n.2. HMSO, London.

Derry, T.K. 1979. A History of Scandinavia: Norway, Sweden, Denmark, Finland, and Iceland. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Duflot H.  1995. Le frêne en liberté. IDF, Paris.

Evans J., 1984. Silviculture of Broadleaved Woodland. Forestry Commission Bulletin n.62. HMSO, London.

Faure J.J., Jacamon M., Lanier L., Venet J. 1975. Le frêne (Fraxinus excelsior L.) en France. Production et culture. Rev. For. Franc., XXVII (2): 101-114.

Frazer J.G. 1950.- Il ramo d’oro. Einaudi  2 voll pp.1186.

Gellini R., Grossoni  P. 1997: Botanica forestale II. Angiosperme. Cedam, Padova, pp. 327-326.

Gravano E. 2003.  Il frassino maggiore Fraxinus excelsior L. Sherwood 92: 27-31.

Hatch L.C. 2007. Cultvars of Woody Plants. Vol I (A- G).. TCR Press; 1.0 edition.

Ilardi V., Raimondo F.M., 1999. The genus Fraxinus L.(Oleaceae) in Sicily. Flora Mediterranea  9: 305-318.

Jones G. 1984. A History of the Vikings. Oxford: Oxford University Press.

Kerr G. 1995. Silviculture of ash in southern England. Forestry 68 (1): 63-70.

Mosley S. 2010. The Environment in World History. Routledge, London.

Nordeide S. W. 2011. The Viking Age as a Period of Religious Transformation: The Christianization of Norway from AD 560–1150/1200. Brepols.

Pernille H., Schjødt J.P., Kristensen R.T. (ed.) 2007. Reflections on Old Norse Myths. Brepols.

Rosedahl E. 1987. The Vikings. London: The Penguin Press.

Savill P.S. 1991. The silviculture of trees used in British Forestry. CAB International, Wallingford.

Sawyer B., Sawyer P., Wood I.(ed.) 1987. The Christianization of Scandinavia. Alingsas, Sweden: Viktoria Bokforlagi

Sawyer P. (editor) 1997. The Oxford Illustrated History of the Vikings. Oxford: Oxford University Press.

Scohy J.P.,1990. Le frêne commun. 2ème partie: Sylviculture. Silva Belgica, 97 (5): 43-48.

Thill A. 1970. Le frêne et sa culture. Les Presses Agronomiques, Ed.J.Duculot, S.A., Gembloux, pp.85.

Thill A. 1978. La sylviculture du frêne en Belgique. Rapp. IUFRO S1 05 00 du 11-15 sept.,1978. Nancy-Champenoux.

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Zanetti M. 1989: Il bosco Olmè di Cessalto. Tipografia Biennegrafica

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Il cerro sughero (Quercus crenata Lam.)

Un albero della Famiglia delle Fagaceae, poco frequente, meritevole di attenzione, spesso confuso, dalla posizione sistematica sempre controversa.

Raramente supera i 20-22 m di altezza e il diametro di 1,20 m.

Gli elementi distintivi per il riconoscimento sintetico sono facili.

La corteccia fessurata suberosa soprattutto nelle piante adulte, tuttavia meno suberosa e meno spessa che nella sughera.

Foglie a margine crenato, semipersistenti, verdi anche durante l’inverno e caduche nella primavera, di colore scuro nella pagina superiore e biancastre in quella inferiore. Ghianda sub cilindrica ovale o oblunga, lunga 3-4 cm e larga 2 cm.

Qualche singolarità dal punto di vista biologico. Innanzitutto è una specie di antica origine ibrida tra cerro e sughera. Di questo ne risente la fruttificazione che è molto scarsa. La maturazione dei frutti avviene nell’autunno (da settembre a ottobre) del secondo anno. La disseminazione è immediata tra la fine di settembre la prima metà di ottobre. Buona la facoltà germinativa e l’emissione dei polloni dopo l’incendio.

Il cerro sughero si trova dal livello del mare fino a 1000 m (quindi dove ora non c’è la sughera), con maggiore frequenza tra 500 e 800 m nell’Italia centrale.

Una specie indifferente al substrato, si adatta a suoli degradati, argillosi e sabbiosi, purché poveri di calcare attivo.

E’ l’albero che emerge nei boschi di latifoglie durante l’inverno per la chioma verde e leggera, per questo richiama “la vita”.

Non per niente, come riferisce il Santi, sul Monte Amiata, il cerro sughero, serviva “per adornare le porte delle chiese nei giorni di feste e ricoprire i Presepj nel tempo natalizio”.

Pianta protetta in Toscana e altre regioni italiane, di interesse fitogeografico, biogenetico, paesaggistico e perché no anche ornamentale, ma solo per soggetti raffinati e sofisticati.

 

Per approfondimenti

Armiraglio S., De Carli C., Ravazzi C., Di Carlo F., Lazzarin G., Scortegagna S., Tagliaferri F. 2003. Nuove stazioni di Quercus crenata Lam. nelle Prealpi Lombarde. Note ecologiche e distribuzione in Italia nord orientale. Informatore Botanico Italiano 35 (2): 289-300.

Barbero M., Loisel R., Ozenda P. 1972. Répartition et écologie de Quercus cerris et Quercus crenata dans les Alpes maritimes et ligures. Bull. Soc. Bot. Fr. 119: 121–126

Bellarosa R., Schirone B., Maggini F., Fineschi S. 1996. Inter- and intraspecific variation in three mediterranean oaks (Q. cerris, Q. suber, Q. crenata). Proceedings of the Workshop “Inter- and intraspecific variation in European oaks: Evolutionary implications and practical consequences”. European Commission, Science Research Development: 239–276.

Camus A. 1936. Les chenes.  Tome I, Lechevalier, Paris.

Conte L., Cotti C., Cristofolini G. 2007. Molecular evidence for hybrid origin of Quercus crenata Lam. (Fagaceae) from Q. cerris L. and Q. suber L., Plant Biosystems – An International Journal Dealing with all Aspects of Plant Biology, 141:2, 181-193.

Conte F., Abbate G., Alessandrini A. Blasi C. (eds) 2005. An Annotated checklist of the Italian vascular flora. Palombi, Roma, pp. 420.

Cresta P., Salvidio S. 1991. Stazioni di Quercus crenata Lam. in Liguria: l’Alta Val Bormida (SV). L’Italia Forestale e Montana 46 (2): 133-148.

Cristofolini G., Crema S. 2005. A morphometric study of the Quercus crenata species complex (Fagaceae). Bot. Helv. 115: 155–167.

Cristofolini G., Managlia A., Crema S. 2017. Quercus crenata– the correct if long-forgotten name of the hybrid Quercus cerris × Quercus suber. Israel Journal of Plant Science 4 (1-2): 57-63.

D’Emerico S., Bianco P., Medagli P., Schirone B. 1995. Karyotype analysis in Quercus spp. (Fagaceae). Silvae Genetica 44 (2-3): 66-70.

Mercurio R. 1985. Note sulla distribuzione e sull’ecologia della Quercus crenata Lam. nella Toscana meridionale. L’Italia Forestale e Montana 40 (4): 213-223.

Mercurio R. 1998. Quercus crenata Lam. In: Corbetta F., Abbate G., Frattaroli A.R., Pirone G.P. (eds) SOS Verde. Edagricole, Bologna, pp. 157-158.

Mondino G.P. 1986. Le stazioni piemontesi di Quercus crenata Lam. L’ Italia Forestale e Montana 41(6): 350- 370.

Odasso M., Prosser F. 1996. Nota sulla presenza di Quercus crenata Lam. a Condino (Trentino, Italia). Ann. Mus. Civ. Rovereto. Sez. Arch. St. Sc. Nat., suppl. II, 11: 303-315.

Pignatti S. 1982. Flora d’Italia. Vol. I. Edagricole, Bologna.

Santi  G. 1795. Viaggio al Montamiata. 2. R. Prosperi, Pisa.

Schirone B., Schirone A., Romagnoli M., Angelaccio C., Bellarosa R. 1990. Considerazioni preliminari sulla tassonomia di Quercus crenata Lamk. In: “Approcci metodologici per la definizione dell’ambiente fisico e biologico mediterraneo, 423-452. Gruppo di Lavoro Bioritmi vegetali e Fenologia della S.B.I., Crongeas. Ed. Orantes

Schwarz O. 1993. Quercus. In: Tutin T.G. et al. (eds.). Flora Europaea, 2nd ed., Vol. 1: 72–76. Cambridge University Press, Cambridge.

Simeone MC, Cardoni S, Piredda R, Imperatori F, Avishai M, Grimm GW, Denk T. 2018. Comparative systematics and phylogeography of Quercus Section Cerris in western Eurasia: inferences from plastid and nuclear DNA variation. PeerJ 6: e5793

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Gli alberi del genere Ceiba: sacri e ornamentali.

Il genere Ceiba, della famiglia delle Bombacaceae, comprende 17 specie, originarie dell’America centro-meridionale, ma con ampia diffusione in Africa e Asia.

Ceiba pentandra (L.) Gaertn., é tra le specie più rilevanti, raggiunge 50 m di altezza con un ampia chioma, oltre 25 m in diametro, dai fiori bianchi o rosati. Albero sacro per i Maya, yaxche: E’ l’albero della vita, rappresentava per quella cultura l’axis mundi. Questo albero veniva  spesso rappresentato come una croce, ciò favorì la conversione al cristianesimo delle popolazioni Maya, vedendo che i preti al seguito dei Conquistadores spagnoli portavano il simbolo della Croce cristiana. Tuttora questo albero rimane un elemento distintivo nei villaggi dell’America centrale.

In Italia si trova l’albero bottiglia o albero antiscimmia  Ceiba insignis Kunth P.P. Gibbs & Semir (Sin. Chorisia insignis H. B. & Kunth), spesso confuso con C. speciosa (A.St-Hil.).

Albero caducifoglio, originario delle foreste semi-decidue dell’America meridionale. Introdotto in Italia nel 1836, nelle zone a clima invernale mite, cioé nelle città meridionali e insulari e nella Riviera ligure.

Può raggiungere 12 metri di altezza e 2 m in diametro. Il fusto è slargato dalla tipica forma a fiasco.

Corteccia verde (nelle piante giovani), coperta da robusti aculei conici, poi di colore grigioverde in quelle adulte. Foglie palmato-composte di colore verde brillante nella pagina superiore.

Fiori grandi e vistosi, bianco-rosa pallido (rosa- viola nell’affine C. speciosa). La fioritura avviene (a Reggio Calabria) nel tardo autunno in contemporanea con la caduta delle foglie. In altre località avviene già con la fine dell’estate.

I frutti sono capsule deiscenti pendule, persistenti, che contengono numerosi semi immersi in una lanugine di peli bianchi.

Il legno spugnoso viene usato come surrogato del sughero.

Pianta a rapido accrescimento, predilige le posizioni in pieno sole e suoli ben drenati. Essendo una specie dei climi tropicali o subtropicali, le temperature di -6 °C  anche se per poco tempo, sono letali. Può resistere a periodi siccitosi per la capacità di immagazzinare l’acqua nel suo poderoso tronco.

L’apparato radicale è temibile perché invadente, di conseguenza bisogna tenere lontano queste piante da marciapiedi, edifici, ecc.

Specie ornamentale dalla splendida fioritura, di alto pregio estetico anche per il caratteristico tronco in fase adulta.

 

Per approfondimenti

Beech E., Rivers M., Oldfield S., Smith P.P. 2017. GlobalTreeSearch: The first complete global database of tree species and country distributions. Journal of Sustainable Forestry 36 (5): 454-489.

Anderson  K., 2004. Nature, Culture, and Big Old Trees: Live Oaks and Ceibas in Louisiana and Guatemala. Austin: University of Texas Press, pp. 199.

Christenson, Allen J. 1997. The Sacred Tree of the Ancient Maya. Journal of Book of Mormon Studies: Vol. 6 No. 1, Article 2.

Gibbs  P., Semir J. 2003. A taxonomic revision of the genus Ceiba Mill. (Bombacaceae). Anales Jard Bot. Madrid 60 (2): 259-300.

Griffiths N. 2007. Sacred Dialogues: Christianity and Native Religions in the Colonial Americas 1492-1700. Lulu Enterprises, UK Ltd, pp.452.

Lopez T. 1990. Alberi della Via Marina. Edizioni Rexodes Magna Grecia, pp. 159.

Mabberley D. J. 1992. Tropical Rain Forest Ecology, 2nd edition Blackie pp. 300.

Slik J. W. F., Arroyo-Rodríguez V., Aiba S.-I., Alvarez-Loayza P., Alves L. F., Ashton P., Venticinque E. M. 2015. An estimate of the number of tropical tree species. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 112 (24), 7472–7477.

Tudge  C. 2006. The tree: A natural history of what trees are. New York, NY: Crown Publishers.

 

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L’albero dei paternostri: meglio evitare

L’albero dei paternostri o dei rosari (Melia azedarach L.), Chinaberry, non va confuso con gli alberi del gen. Azadirachta della stessa famiglia delle Meliaceae  e nello specifico con Azadirachta indica A. Juss. Sin. Melia azadirachta L.

Originario della Cina meridionale, India e Australia, ampiamente diffuso in Europa, Africa, Nord e Sud America.

Albero deciduo, alto fino a 7-12 m. Di accrescimento rapido ma poco longevo.

Foglie composte fino a 50 cm di lunghezza. Fiori piccoli e fragranti con petali viola chiaro o lilla, riuniti in infiorescenze a grappolo, la fioritura è in primavera-estate.

Il frutto è una drupa giallastra a maturità, che rimane sull’albero in inverno.

Pianta con i caratteri delle specie pioniere. Quindi esigente di luce, frugale e rustica, resiste all’inquinamento e alla siccità prolungata. Adatta a climi miti (dal mare fino a 700 m) e ai terreni poveri e degradati, ma non in quelli ad alta componente argillosa.

Il legno (mindi) di alta qualità, simile al teak, è il prodotto principale.

I semi duri penta scanalati, sono usati per la realizzazione di rosari perché essendo forati consentono di far passare un filo.

Le foglie possono essere usate come foraggio ad esclusione dei frutti. Tutte le parti della pianta sono tossiche per l’uomo se ingerite, pertanto questo albero va escluso dai luoghi frequentati da bambini, come asili, scuole e dai luoghi di ricreazione.

Gli uccelli possono mangiare il frutto senza danni e contribuire a diffondere i semi, se però questi frutti sono mangiati in quantità producono una sorta di ubriacatura (sbandamento).

La pianta contiene principi attivi repellenti nei confronti di insetti, per questo le foglie sono usate anche come insetticida naturale.

E’ un albero ornamentale data l’eleganza della chioma e dei fiori.

Introdotto in Italia fin dal 1500, è frequente nelle alberature cittadine del sud Italia. Tuttavia è bene considerare che i frutti imbrattano i marciapiedi oltre ad essere pericolosi se ingeriti, i venti rompono facilmente i rami, l’albero non si adatta alle potature e può divenire infestante. Inoltre vanno segnalati in alcune città frequenti schianti in individui adulti, verosimilmente perché non sono stati sostituiti in tempo.

 

Per approfondimenti

Little, Elbert L. 1980.The Audubon Society Field Guide to North American Trees: Western Region. Chanticleer Press Inc., N.Y. p.516-517.

Lopez T. 1990. Alberi della Via Marina. Edizioni Rexodes Magna Grecia, pp.159.

Mabberley, David J. 1984. A Monograph of Melia in Asia and the Pacific: The history of White Cedar and Persian Lilac. The Gardens’ Bulletin Singapore 34 (1): 49-64.

Saccardo P. A. 1971. Cronologia della flora Italiana. Edagricole, Bologna.

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L’albero di Natale, tra dendrologia e religione

L’uomo ha sempre avuto bisogno rendere culto per ingraziarsi le divinità, soprattutto di fronte al susseguirsi delle stagioni e degli eventi astrali. E i simboli sono sempre stati molto importanti nelle religioni.

Cullmann (1993), conferma che era una usanza pagana di esporre rami e fronde per festeggiare il solstizio d’inverno.

La Chiesa nascente doveva coniugare le antiche usanze pagane con quelle cristiane per non creare discontinuità. Cosi, la nascita del Cristo fu stabilita (a partire dal IV secolo) il 25 dicembre in sostituzione dei culti al dio Saturno (saturnali) che si celebravano durante il solstizio invernale, e di rappresentarla, ancor prima che con il presepio francescano dugentesco, con i simboli di una vita nascente come può essere un albero sempreverde.

Secondo Merlo (1997) l’origine dell’ albero di Natale risale al Medioevo quando i misteri che si recitavano la notte della vigilia fuori dalle chiese prevedevano la rappresentazione della scena del peccato originale e della cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso terrestre, cosi un abete a cui venivano appese delle mele rievocava l’albero della tentazione. Da qui il nome di “alberi del Paradiso”. In seguito avverrà la progressiva sostituzione delle mele con altri simboli: candele, dolci, ecc.

Mannozzi-Torini e Ciaffi Taddei (1972) sostengono che si deve a Martin Lutero l’usanza di celebrare le feste natalizie con un albero sempreverde (verosimilmente un abete rosso-Picea abies Karst.) decorato.

Per questo i cattolici la consideravano una espressione del mondo Protestante. La tradizione dell’albero di Natale é ora sentita in tutte le comunità cristiane e accettata anche nel mondo Cattolico, usanza consacrata con l’introduzione dell’albero di Natale in Piazza S. Pietro con il pontificato di Giovanni Paolo II.

Nelle campagne toscane della bassa collina, in mancanza dell’abete, si usava il ginepro comune.  Nel Monte Amiata, il Santi (1795) riferisce che il cerro-sughero (Quercus crenata Lam.) che mantiene le foglie in inverno, serviva “per adornare le porte delle chiese nei giorni di feste e ricoprire i Presepj nel tempo natalizio”.

Durante il XIX secolo l’abete bianco (Abies alba Mill.) era molto popolare come albero di Natale, in seguito venne sostituito dall’abete rosso (Mauri et al. 2016). Infatti Gambi (1967) sostiene che l’abete bianco ha inizialmente suggerito l’idea dell’albero di Natale, oltre che per essere un sempreverde, per la caratteristica di avere i coni eretti, sostituiti poi dalle candeline nella trasposizione allegorica.

Oggi in Europa e in Italia la specie più usata è l’abete rosso anche se si usano altre conifere: abete bianco, douglasia, pini, cipressi, cedri.

Dalla seconda meta del ‘900 l’albero di Natale con tutto il suo corollario ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica, che si discosta da qualsiasi riferimento di tipo religioso. O meglio, le feste natalizie sembrano segnare il ritorno allo scambio dei regali e alle grandi abbuffate tipiche dei saturnali.

La rivisitazione in chiave laica/pagana dei culti cristiani nelle società occidentali ha riguardato il senso dell’albero di Natale e del Natale. Il processo continua in parallelo con la sostituzione della festa dell’Epifania con quella della Befana, della festa di Tutti i Santi con Halloween, della resurrezione pasquale del Cristo con una giornata di lotta per evitare la “strage degli agnelli”. Così è, se vi pare.

 

Per approfondimenti

Brosse J. 1989. Storie e leggende degli alberi. Studio Tesi, pp. 250.

Brosse J. 1991.  Mitologia degli alberi. Rizzoli, Milano, pp. 320.

Chevalier J., Gheerbrant A. 1999. Dizionario dei simboli. BUR, Vol. I pp. 561 e Vol. II pp. 606.

Corbetta F. 1963. Alberi di Natale. Natura e Montagna 3 ( 4): 175-176.

Cullmann O. 1993. La nativité et l’arbre de Noël. Ed. du Cerf, Paris, pp.104.

Eliade M. 2007. Immagini e simboli. Jaka Book, Milano pp. 157.

Gambi G. 1967. L’ albero di Natale. Natura e Montagna 8 (3): 25-32.

Hirsch  C. 1988. L’ albero. Ed. Mediterranee, Roma, pp. 111.

Mannozzi-Torini L., Ciaffi  Taddei G. 1972. L’  albero  di Natale. Edagricole, Bologna,  pp. 114.

Mauri A., de Rigo D., Caudullo G. 2016. Abies alba in Europe: distribution, habitat, usage and threats. In: San-Miguel-Ayanz, J., de Rigo, D., Caudullo, G., Houston Durrant, T., Mauri, A. (Eds.), European Atlas of Forest Tree Species. Publ. Off. EU, Luxembourg, pp. e01493b+

Merlo V. 1997. La foresta come chiostro. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pp. 242.

Ries J. 1981. Il sacro nella storia religiosa dell’ umanità. Jaka Book, Milano pp. 243.

Santi G. 1795. Viaggio primo per la Toscana. Viaggio al Montamiata. R. Prosperi, Pisa, pp. 357.

 

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Flamboyant

Alberello poco conosciuto in Italia. Con questo nome comune si intende il Delonix regia (Bojer ex Hook) Raf. (sin. Poinciana regia Bojer ex Hook ), in italiano albero di fuoco.

Originario delle foreste aride, decidue del nord-ovest del Madagascar, introdotto dal XIX sec in molti Paesi tropicali.

Una leggenda vuole che il colore rosso dei fiori sia da attribuirsi al sangue di Cristo in Croce che si sparse in un alberello vicino.

Appartiene alla famiglia delle Fabaceae (Leguminose). La pianta è un sempreverde ad esclusione delle zone a siccità prolungata. Le foglie richiamano quelle della mimosa con vistosi e lunghi baccelli che pendono dalla chioma.

Albero che raggiunge un’altezza media di 10 m (massima di 18 m) chioma ampia multicaule, fino a 18 m di diametro. Possiede i caratteri della pianta pioniera prediligendo le zone soleggiate, e a rapido accrescimento iniziale (8 m in tre anni). Apparato radicale superficiale, invasivo che può rappresentare un problema in ambiente urbano. In alcune aree si è dimostrata una specie invadente.

Vegeta in ambienti con una temperatura media annua di 14-26 °C, ma non tollera temperature < a 10 °C.

Si adatta bene in luoghi con precipitazioni fino a 400 mm annui e a una stagione arida fino  6 mesi.

Predilige terreni sabbiosi, profondi (1 m) umidi, con pH 4.5-7.5. Non sopporta il ristagno idrico. Si adatta invece i terreni mediamente salini, calcarei.

In Italia si trova solo in alcune località della Sicilia e della Calabria.

Pianta di alto valore ornamentale per la cospicua fioritura rossa da giugno ad agosto (in Italia) già dopo 4 -5 anni dall’impianto.

Viale di palme e flamboyant (Jericho, P)

Tipica specie da ombra per la chioma abbastanza densa, ombrelliforme.

Adatta per restauro di suoli erosi. Un albero a cui guardare in futuro visto l’inaridimento del clima in molte aree della Terra. Pianta utile anche ai fini alimentari e medicinali, per produrre legna da ardere e carbone.

La distanza d’impianto in filare è superiore a 3.50 m.

Tra le varietà si ricorda la var. flavida dai fiori gialli.

 

Per approfondimenti

Brummit R.K., Chikuni A.C.,Lock J.M. Polhill R.M. 2007. Leguminosae Subfamily Caesalpinioideae. Flora Zambesiaca 3 (2): 203 – 204.

Menninger EA. 1962. Flowering trees of the world for tropics and warm climates. New York, USA: Hearthside Press Inc.

Puj DJ du, Philipson PB., Rabevohitra R. 1995. The genus Delonix (Leguminosae: Caesalpinioideae: Caesalpinieae) in Madagascar. Kew Bulletin 50 (3): 445-475.

Webb D.B., Wood P. J., Smith J.P:, Henman G.S. 1984  A guide to species selection for tropical and sub tropical plantations. Tropical Forestry Papers, No. 15. Oxford UK. Commonwealth Forestry Institute, University of Oxford.

 

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