Camaldoli: patrimonio UNESCO

E’ iniziata la procedura per il riconoscimento del Codice Forestale Camaldolese quale Patrimonio immateriale universale dell’Umanità da parte dell’UNESCO.

Il 18 febbraio 2020 è stata presentata ad Arezzo l’iniziativa promossa da Foresta Etica https://www.forestaetica.com/ che “vuole rimettere in evidenza il valore e la potenzialità della tradizione Camaldolese di gestione della foresta e delle sue numerose risorse, sensibilizzando ad una coscienza ecologica sempre più urgente”.

Le origini del monachesimo e della selvicoltura camaldolese

Nel 1012 Romualdo edificò cinque celle e una chiesa in loco qui Campus Malduli dicitur  facente parte di una proprietà di 500 ettari del Vescovo aretino Teobaldo costituita da silvae et iuga intonsa. Oggi gli storici collocano più precisamente la fondazione dell’Eremo di Camaldoli tra il 1023 e il 1026 (Caldarelli 2009).

La prima preoccupazione dei monaci fu di assicurare all’Eremo l’isolamento necessario a una vita contemplativa condotta secondo le regole di Romualdo (Merlo 1997).

I monaci sulla base di una prassi già in corso affidarono, fin dal 1278, al “Custode della foresta” la cura e la gestione della foresta.

La ricchezza della foresta era l’abete bianco (Abies alba), anche se la foresta era composta da faggete, querceti, castagneti.

La tecnica selvicolturale tradizionale che i monaci applicarono all’abetina fu il taglio a scelta (Zattoni 1992, Romano 2010, Urbinati e Romano 2012) soprattutto per assortimenti particolari o il taglio colturale inteso come taglio fitosanitario per eliminare le piante secche o deperienti, e solo in seguito si fece ricorso al taglio a raso su piccole superfici. Bottacci (2012) afferma che i  tagli a raso su piccole superfici erano equiparabili ai tagli a buche che venivano subito rimboschite. Quindi erano piccoli appezzamenti coetanei, inframezzati e circondati da boschi di faggio, cerro, castagneti da frutto, aree agricole e pascoli. I tagli a raso sistematici, di 3-5 ettari per anno, furono iniziati dallo Stato italiano dopo la soppressione sabauda (Cardarelli 2009).

Nel 1520 venne pubblicata la Regola della Vita Eremitica da parte del Beato Paolo Giustiniani, detta anche Codice Forestale, perché conteneva la serie organica delle disposizioni, concernenti la conservazione e l’utilizzazione della foresta, emesse fin dai primi anni (Cacciamani 1965).

I monaci introdussero nuove tecnologie e attivarono quella che oggi viene chiamata la filiera foresta-legno: nel 1458 fu costruita una segheria idraulica adiacente al Monastero di Fontebono in modo da vendere direttamente il prodotto legnoso trasformato, con sensibili economie di scala.

Dalla gestione della foresta si otteneva legname da costruzione, legna da ardere, miele, castagne, funghi, erbe che alimentavano la storica farmacia, carne e latte dagli allevamenti. Le attività forestali potevano occupare da 20 a 40 operai con punte di 100. Le opere di assistenza ai malati e ai poveri si sostenevano grazie ai proventi delle attività forestali (Frigerio 1991, 2009).

Una gestione raffinata, attenta anche alla conservazione della qualità del paesaggio. Cacciamani (1965) riferisce che già nel ‘500 “i due eremiti addetti a segnare gli abeti dovevano risparmiare per quanto fosse loro possibile, le vie pubbliche e le località di accesso a Camaldoli e a Fontebono per non deturpare inutilmente la bellezza del paesaggio”.

Ci sono autorevoli giudizi che testimoniano una buona gestione della foresta da parte dei monaci camaldolesi, anche se non deve essere intesa in base agli attuali criteri di conservazione.

Il Repetti (1833) descrive la foresta di Camaldoli agli inizi dell’800 con una prima notazione sul paesaggio e afferma che “queste selve però sono interrotte e rese più vaghe all’aspetto da vasti campi coperti di suffrutici e di delicate pasture”. Chiarisce che i monaci “furono a tutti gli altri maestri nell’arte di custodire e trarre un maggior profitto possibile dalle foreste” e, con una notazione di selvicoltura, precisa che “i tagli sistematici che ad ogni centennio si eseguivano per ordine di età nelle vaste abetine di Camaldoli, il metodo costante di rimpiazzare le abbattute piante con un uguale e forse maggiore spazio di piantumaje, anno fatto sì che quel bosco variasse di aspetto e di località, ma non perisse mai.”

Mallarach (2012a,b) e Pungetti et al. (2007) ritengono che la gestione esercitata dai monaci Camaldolesi sia stata il modello e il fondamento della legislazione forestale italiana.

La soppressione

A rigore si dovrebbe parlare di soppressioni: quella granducale (1776) non ebbe effetti rilevanti, mentre quella napoleonica (1810), anche se di breve durata (nel 1816 i monaci rientreranno in possesso della foresta e delle strutture), ebbe conseguenze importanti sui beni e sull’attività dei monaci per la chiusura dell’antico ospedale e per la cattiva gestione della foresta (Pincelli 2000, Bottacci 2012). Molto più incisiva è stata la soppressione sabauda, tuttora vigente.

Con il R.D. n. 3036 del 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose e per la conversione dell’asse ecclesiastico, lo Stato italiano espropriò la foresta, il Sacro Eremo, il Monastero e la Fattoria della Mausolea che li assegnò in gestione al Ministero delle Finanze.

Seguirono tre petizioni per far rivedere tale provvedimento. La prima del 1866 del popolo casentinese e dei monaci camaldolesi al Parlamento italiano con la quale si chiedeva che i beni dei monaci non venissero soppressi sia per lo spirito di carità verso i bisognosi che per la custodia e la conservazione della foresta nel corso dei secoli. Seguì una seconda, sempre dello stesso anno, da parte della Giunta Municipale di Poppi. Una terza, senza data, fu inviata al Parlamento toscano da parte dei monaci (Manneschi 1993).

Questi appelli rimasero inascoltati. Infatti, con la legge n. 283 del 20 giugno 1871 i beni furono affidati al Ministero Agricoltura, Industria e Commercio e quindi non furono posti in vendita, ad eccezione della Fattoria della Mausolea che fu messa all’asta nel 1868.

La superficie della foresta era di 1442.20.39 ettari di cui il 63,21% boscata (Registro storico, 24 della foresta di Camaldoli 1871-1912), i criteri di gestione erano riconducibili al moderno concetto di multifunzionalità.

Il 30 luglio 1873 lo Stato italiano concesse in affitto ai monaci il Sacro Eremo e il Monastero mentre mantenne la gestione della foresta (Cacciamani 1965).

Emilio Sereni (1948) scrive che lo Stato italiano procedette alla soppressione di enti e corpi religiosi con un triplice scopo:

-politico, per ridurre l’influenza politica della Chiesa in Italia e rafforzare la laicità dello Stato che troverà concorde la borghesia urbana raccolta nella massoneria;

-finanziario, per superare le necessità impellenti dello Stato nascente e per pagare le spese dell’unificazione;

-economico, l’esproprio dei beni della Chiesa rappresentò lo strumento per la formazione e concentrazione della grande proprietà terriera.

Manneschi (1993) sostiene che i beni degli ordini religiosi furono svenduti nella maggior parte dei casi a vantaggio dei grandi proprietari terrieri che ne approfittarono per accrescere i loro fondi. Mentre i vantaggi per il popolo italiano furono nulli.

La nuova gestione della foresta da parte dell’Amministrazione forestale statale fu indirizzata verso criteri “protettivi e produttivi” e si sviluppò nel corso degli anni favorendo la monocoltura dell’abete, estendendo il rimboschimento anche nei pascoli, convertendo i cedui in fustaie, introducendo specie forestali esotiche e ungulati (Padula1983, Borchi 1989, Bottacci 2012).

La legge n. 535 del 29 dicembre 1901 che dichiarò la foresta di Camaldoli stazione climatica, prescriveva che i tagli fossero assoggettati a norme restrittive per “conservare il paesaggio e gli aspetti salubri”.  Tali norme non sempre furono rispettate: i grandi tagli su oltre 200 ettari fatti nel periodo 1915-1918 per far fronte alle esigenze belliche ne sono un esempio (Bottacci 2012).

I criteri di gestione cambiarono quando la foresta di Camaldoli fu dichiarata “Riserva Naturale Biogenetica” in attuazione della risoluzione 16/77 del Consiglio d’Europa (D.M. 13 luglio 1977) e prevalsero le finalità conservative rispetto a quelle economico-produttive.

Con D.M. 28 ottobre 1974, in attuazione del trasferimento delle competenze in materia di agricoltura e foreste alle Regioni, 698,60 ettari passarono alla Regione Toscana, mentre 1110,72 rimasero allo Stato (Ufficio Amm.ne ASFD di Pratovecchio). A seguito della L.R. n. 64 del 4 settembre 1976 la Regione Toscana delegò la gestione alla Comunità Montana del Casentino. Questa privilegiò l’aspetto produttivo con un’attenzione a tutte le realtà del territorio interagenti con la foresta (SCAF 1984).

Con la riforma del Corpo Forestale dello Stato (Legge n. 36 del 6 febbraio 2004), e con lo scioglimento dell’Azienda di Stato Foreste Demaniali (ASFD) e l’istituzione degli UTB (Ufficio Territoriale per la Biodiversità) la finalità primaria delle riserve naturali statali è divenuta la tutela della biodiversità animale e vegetale. Con il passaggio del Corpo Forestale dello Stato all’Arma dei Carabinieri dal 1 gennaio 2017, la foresta viene ora gestita dall’ Ufficio Territoriale Carabinieri per la Biodiversità di Pratovecchio (AR).

La Comunità Montana del Casentino cambia assetto nel 2011 e diviene Unione dei Comuni Montani del Casentino.

La proprietà dell’antica foresta di Camaldoli è attualmente ripartita tra MIPAAF (Arma dei Carabinieri, Ufficio Territoriale Carabinieri per la Biodiversità di Pratovecchio (AR) e Regione Toscana (Unione dei Comuni del Casentino di Poppi (AR).

La conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale sono divenute le strategie sempre più importanti. Infatti la  “Riserva Naturale Biogenetica Statale di Camaldoli”, rientra nei confini del SIC IT5180018 “Foresta di Camaldoli e Badia Prataglia” e SIR 86 di 2937.12 ettari, ricade interamente all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna dal 1993.

Il cambio di prospettiva  della gestione

Con l’acquisizione da parte dello Stato,  la gestione forestale ha avuto dapprima l’obiettivo di favorire una gestione intensiva delle abetine pure, come risulta dai primi piani di assestamento (Di Tella 1928, Clauser 1951, Meschini 1965).

In seguito, con la crisi ecologica dell’abete, la gestione si è orientata verso complessi misti (abete–latifoglie) (Paganucci 1983) per poi incentrarsi sulla conservazione della biodiversità e degli Habitat interessati (9110 Faggete acidofile del Luzolo-Fagion; 91E0* Foreste alluvionali di Alnus glutonosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae); 91L0 Querceti di rovere illirici (Erythronio-Carpinion); 9210* Faggete appenniniche a Taxus e Ilex; 9220* Faggete appenniniche con Abies alba; 9260 Foreste di Castanea sativa), in pratica favorendo l’evoluzione del soprassuolo verso “stadi più avanzati e complessi” (Bottacci et al. 2012).

Il punto della questione

L’importanza di un riconoscimento da parte di un organismo internazionale e prestigioso come l’UNESCO è fuori discussione e ognuno ha il dovere di contribuire a sostenere tutte le iniziative per raggiungere questo fine.

Questo fatto, apre una serie di interrogativi legati anche alla gestione futura della foresta di Camaldoli. In primo luogo come conservare i valori etici, la tecnica colturale tradizionale, il mantenimento dell’assetto paesaggistico a dominanza di abete soprattutto in prossimità dell’Eremo e del Monastero. In secondo luogo come valorizzare dal punto di vista economico e sociale la foresta compatibilmente con le aspettative e le sensibilità “ecologiche” del nostro tempo.

Le criticità e le invarianti

La situazione delle abetine è preoccupante a seguito delle “scelte” di gestione e per l’età avanzata degli alberi, ci sono molte piante morte in piedi, stroncate e numerosi fusti a terra, quindi con alti livelli di necromassa. Questo determina rischi per la diffusione di patogeni, di incendi di alta magnitudo per il possibile ripetersi di lunghi periodi siccitosi, una minore resilienza nei confronti delle tempeste di vento, inoltre si creano difficoltà e rischi per una fruizione turistica della foresta.

L’elevata concentrazione di ungulati, conseguenza sia di mancati prelievi che di inadeguate reintroduzioni, rappresenta la preoccupazione principale dal punto di vista selvicolturale. Gli alti carichi di selvaggina interferiscono con qualsiasi attività colturale, con la regolazione della composizione specifica e la struttura delle foreste. Inoltre gli ungulati arrecano notevoli danni al sistema agro-forestale anche al di fuori dell’area protetta.

La riduzione delle attività selvicolturali ha determinato la progressiva diminuzione della produzione legnosa con evidenti riflessi sull’economia locale (ditte boschive, artigianato del legno) tradizionalmente legata alle attività forestali. Prova ne sia che, in questi giorni, ci sono ditte casentinesi che producono “pancali” che devono andare a rifornirsi di legno in Veneto (legname atterrato dalla Tempesta Vaia) perché non lo trovano in zona!

Il costante richiamo turistico della foresta e delle attività culturali, religiose ed economiche (Farmacia, Azienda Agricola, Accoglienza) della Comunità monastica,  consentono di mantenere un cospicuo numero di occupati di rilevante importanza in una situazione di grave crisi economica in cui si trova ora il Casentino.

La foresta viene oggi gestita da due Enti (Stato e Regione) con obiettivi diversi sui quali un terzo Ente (Parco) dovrebbe svolgere le funzioni di raccordo. Un corpo militare non sembra adatto a gestire una foresta con queste caratteristiche, ma neppure un ente regionale con sempre minori risorse umane e economiche, in una crisi di identità istituzionale ancora non conclusa.

La foresta è un elemento inscindibile dalla storia monastica e in particolare l’abetina. Ma la comunità monastica non ha le possibilità e forse nemmeno la volontà per impegnarsi in una gestione diretta.

Gli uomini e donne che in larga parte frequentano la foresta sono molto attenti alla questione ambientale. I tagli a raso non sarebbero più accettati. Per applicare il taglio a raso, se si vogliono mantenere le abetine pure coetanee, pur nelle forme rivisitate e più appropriate dal punto di vista selvicolturale, economico ed estetico, è necessario spiegarne il senso, attraverso una buona comunicazione e informazione.

Chi potrà assumersi la gestione della foresta tale da garantire il rispetto di quei valori etici che hanno costituito le radici della sostenibilità ambientale, economica e sociale nel corso dei secoli?

Come coniugare gli obiettivi della conservazione della biodiversità, dell’estetica forestale con quelli culturali, economici e sociali?

Una discussione e un confronto che si apre

Qualsiasi proposta di gestione forestale dovrà trovare prima una soluzione/i per ridurre il carico e l’impatto sulla vegetazione della fauna selvatica, senza di che ogni scelta è destinata a fallire.

Al di là di questo una possibile opzione potrebbe essere quella di individuare una porzione della foresta dove realizzare un silvomuseo, che non significa, “mummificare”, ma significa ammettere le procedure della selvicoltura camaldolese in deroga a quelle imposte dalla normativa forestale e sulle aree protette. Questa è una possibile traduzione del concetto di “innovare la storia”: conservare i valori tradizionali e rendere sostenibile sul piano economico e sociale la gestione della foresta. Altre proposte sono sempre possibili purché siano realistiche e non strumentali.

Per quanto riguarda il “Chi”, lo sguardo potrebbe posarsi su una associazione di giovani professionalmente preparati che prendono “ope legis” in comodato d‘uso la foresta dallo Stato, quale “riconsegna simbolica” ai monaci, che la gestiscono responsabilmente secondo criteri etici sotto la guida di un monaco “custode della foresta”.

 

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Più veloce del cipresso: il pioppo cipressino  

Non sempre si può piantare il cipresso, allora si può prendere in esame, soprattutto a scopo ornamentale e simbolico, un suo sostituto dalla stessa silhouette, laddove le condizioni ecologiche lo consentono.

Pioppo cipressino

Il pioppo nero (Populus nigra L.), detto comunemente “albero”, è una latifoglia che raggiunge un’altezza di 25-30 m e un diametro che supera 1 m. Non molto longevo: per alcuni al massimo 100-120 anni per altri 200-300 anni.

Vegeta in quasi tutta l’Europa centro meridionale, l’Africa settentrionale e l’Asia centrale. L’areale naturale non è identificabile con precisione perché si tratta di una specie coltivata da tempi remoti.

Filari nella Pianura Padana

Si trova allo stato spontaneo lungo i corsi d’acqua dal livello del mare fino a 1600 m negli Appennini e fino a 1200 m nelle Alpi. Più rustico del pioppo bianco nei riguardi del terreno, infatti si trova anche nei ghiaioni e nelle alluvioni ciottolose. Situazioni ottimali sono però i terreni abbastanza fertili, profondi (almeno 50 cm), permeabili con buona disponibilità idrica. Come tutte le pioniere è esigente di luce. Specie colonizzatrice di aree urbane abbandonate.

Nei credi religiosi dell’antichità il pioppo nero delimitava il regno dei morti e, guarda caso, il legno veniva usato per costruire i patiboli. Molto usato dai Romani nei luoghi pubblici: Piazza del Popolo a Roma.

Di Populus nigra si segnala il pioppo cipressino (Populus nigra subsp. nigra = Populus nigra L. var. Italica Muenchh), i rami sono appressati al fusto con la tipica chioma fastigiata, cioè con un portamento simile al cipresso comune (var. pyramidalis). Di rapido accrescimento. Specie di pregio ornamentale accreditata da Valerio Giacomini come: “svettante con una sua eleganza ineguagliabile nelle nostre valli etrusche e latine”. I pioppi cipressini sono rappresentati nel paesaggio toscano (?) quattrocentesco del Martirio di San Sebastiano di Piero del Pollaiolo (1475).

Paesaggio delle valli umbre.

E’ una delle specie tipiche dei filari. La forma piramidale era ottenuta nella specie tipica quando si effettuava lo “sgamollo” (taglio periodico dei rami) per ottenere la frasca da foraggio. Il clone ‘San Giorgio’, di sesso maschile (quindi che non crea problemi allergici) può essere di  sicuro interesse.

Filari (piantagioni lineari)

Un filare è una formazione ad andamento rettilineo che può essere a fila semplice o doppia. Roberto Del Favero distingue, in base alla larghezza: filare <4 m, striscia alberata 4-10 m; fascia alberata 10-20 m. La distanza tra piante è di (4) 5 m.

I filari di alberi, sono elementi diffusi nel paesaggio rurale, disposti prevalentemente lungo gli assi stradali, a corredo e supporto di attività agricole.

Ai filari oggi si attribuiscono molteplici funzioni: estetiche, di filtro o barriera visiva, acustica, di frangivento, di produzione di frasca per l’alimentazione del bestiame, di produzione di legno, di ombreggiamento delle strade, di mitigazione del microclima. Inoltre le strutture paesaggistiche lineari con funzione di connessione fungono da tappa migratoria e di rifugio per l’avifauna (Direttiva Uccelli 79/409/CEE, Direttiva Habitat 92/43/CEE), cioè rappresentano tratti di vegetazione che possono concorrere alla costituzione di corridoi ecologici, elemento fondamentale delle reti ecologiche.

Valle Reatina

Camouflage

Spesso è necessario mascherare strutture agricole, parcheggi ed altro. In questo caso il pioppo cipressino rappresenta una soluzione particolarmente efficace perché coniuga eleganza e tempestività.

Frangivento

La funzione di queste strutture vegetali è di proteggere dai venti le colture agrarie delicate. A tale scopo si presta, oltre al pioppo cipressino, un clone sempre di Populus nigra, ‘Jean Pourtet’, di sesso maschile. Adatto in collina e per realizzare densi frangivento nell’Italia centro-meridionale. La distanza tra le piante é di 2-3 (4) m.

Restoration

La depurazione delle acque inquinate può essere affrontata con metodi naturali facendo ricorso alla vegetazione. Per questa azione di fitorimedio da sostanze indesiderate (metalli pesanti, idrocarburi, antibiotici, nutrienti) si possono usare pioppi e salici. Il pioppo nero è usato nel consolidamento di argini.

Produzione di tartufi

Un’ultima, ma non meno importante, peculiarità del pioppo nero è che entra in simbiosi con il tartufo bianco (Tuber melanosporum Vitt.). Per cui, i corsi d’acqua nei fondo valle sono un forte richiamo per i cercatori di tartufi, dove realizzano i maggiori guadagni.

Altri usi: le gemme e la corteccia nella medicina, il legno leggero nella fabbricazione di mobili, oggetti, imballaggi, ecc.

 

NB: in verità anche in altre latifoglie ci sono varietà con la forma fastigiata: farnia, carpino, ecc.

 

Per approfondimenti

Al di là di queste citazioni, si rimanda alla conoscenza enciclopedica di Giuseppe Frison, uno dei massimi esperti mondiali di pioppi. http://www.giuseppefrison.it/

 

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Frison F. 2014. Pioppi neri con portamento fastigiato. http://www.giuseppefrison.it/wp-content/uploads/2015/02/Pioppi-neri-cipressini-pdf-rid.pdf

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Le foreste devono passare al Ministero dell’ Ambiente?

Da tempo alcuni gruppi di opinione invocano il trasferimento delle competenze (indirizzo e coordinamento) in materia forestale, dal Ministero delle politiche agricole e forestali (MIPAAF) al Ministero dell’ambiente (MATTM), altri, per reazione, sostengono invece il mantenimento al MIPAAF.

Prima di prendere posizione è sempre bene avere un quadro reale della situazione, almeno nei tratti principali, del resto non può essere diversamente dal momento che non siamo forti nelle statistiche forestali e molte cose ci sfuggono.

Dati ragionati del sistema-foresta italiano

Le foreste coprono circa 11 milioni di ettari: pari al 30% della superficie nazionale. Negli ultimi 10 anni il bosco è aumentato di circa 50000 ettari all’anno per espansione naturale nei terreni agricoli abbandonati. Negli ultimi 30 anni ha significato un aumento della superficie boscata di circa 1 milione di ettari.

I tagli di utilizzazione riguardano circa il 25% dell’incremento annuo della massa legnosa. Nel 2017 il tasso di prelievo è stato del 18.4%, contro il 62-67% della media europea. In altre parole: i boschi aumentano e si tagliano sempre di meno, quindi “invecchiano”, hanno di conseguenza una crescente biomassa e necromassa.

Il 100% delle foreste sono soggette a vincolo paesaggistico, l’85% ha il vincolo idrogeologico, il 28% (oltre 3.9 milioni di ettari) ha un vincolo di carattere naturalistico che riguarda le foreste “migliori”. In altre parole: le foreste sono più che protette.

Le foreste continuano a bruciare in maniera altalenante ogni anno, con punte di oltre 50000 ettari; siamo capaci a spegnere ma non a prevenire e a restaurare.

Le foreste italiane assorbono attualmente circa il 10% delle emissioni complessive del nostro Paese. Non è molto e si può fare di meglio, basterebbe fare opera di Restoration in quelle degradate, facile a dirsi, difficile a farlo capire ai dirigenti dei Ministeri e delle Regioni.

L’industria del legno riguarda 80000 imprese con 400000 addetti ma per far muovere questo sistema si importa l’80% del fabbisogno di legno, sempre tracciato (?). In altre parole: o non siamo capaci di produrre legname buono per l’industria o lo produciamo a prezzi troppo alti.

Gli occupati privati “apparenti” (ditte boschive e gestione forestale) sono circa 40000 e forse 60000 gli operai forestali pubblici (per quanto sia una deprecabile forma di assistenzialismo sociale è sempre meglio del reddito di cittadinanza).

Sono 200000 i raccoglitori “ufficiali” di tartufi  che danno luogo a un giro di affari di 500 milioni di euro all’annuo, imprecisati, e comunque un numero enorme, quelli di funghi.

Il sistema foresta concorre per lo 0.08% del valore aggiunto dell’economia italiana.

Gli iscritti alle associazioni escursionistiche, quindi che vanno nei boschi a camminare sono più di 600000.

Siamo sempre più vulnerabili alla disinformazione in materia di foreste. I social aiutano molto. Il posto dei competenti è stato preso dagli incompetenti (pure se si spacciano per ricercatori) che non facendo tesoro dei suggerimenti dell’Abate Dinouart, parlano, scrivono, rilasciano interviste che poi vengono rilanciate secondo le convenienze di parte. Molti vogliono emulare Greta Thumberg, ma è meglio l’originale. Il tutto a discapito della oggettività scientifica e in barba alla onestà intellettuale.

I riferimenti istituzionali

Il MIPPAF. Con il DPR 11/1972 e con il DPR 616/1977 inizia il trasferimento alle Regioni a statuto ordinario delle funzioni amministrative statali in materia di agricoltura e foreste. Che si completa con la Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 “Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione essenzialmente per ciò che attiene l’articolo 117. Al Ministero rimangono competenze residuali, con un ruolo di guida e di coordinamento e di rappresentanza internazionale dell’Italia per ciò che concerne le politiche forestali. Quindi un compito di “indirizzo e coordinamento” mentre la competenza primaria sulla gestione forestale appartiene alle Regioni e alle Province Autonome.

Il MATTM. Ha competenza per ciò che riguarda il vincolo naturalistico, gli impegni internazionali circa biodiversità forestale, gestione forestale sostenibile, cambiamenti climatici. A livello nazionale si occupa di aree protette statali (L.394/1991 e segg.), di pianificazione antincendi boschivi nelle aree protette statali (L. 353/2000 e segg,) di materiali forestali di moltiplicazione (D.L. 386/2003 e segg.).

Il MIBAC. Il Ministero per i beni e le attività  culturali e per il turismo si occupa di foreste per ciò che riguarda il vincolo paesaggistico (L 431/1985 detta “Legge Galasso”, e DL 42/ 2004 detto “Codice del Paesaggio”).

Corpo Forestale dello Stato/Carabinieri Forestali

A seguito della Legge 124/2015 (cosiddetta Riforma Madia), il Corpo Forestale dello Stato (CFS), istituito nel 1822, è stato riorganizzato, e funzioni, risorse e personale sono stati “assorbiti” principalmente dall’Arma dei Carabinieri (D.L: 177/2016) a partire dal 1 gennaio 2017. L’Arma dei Carabinieri ha istituito il Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFA) da cui dipendono quattro Comandi: Tutela Forestale, Tutela della Biodiversità e dei Parchi,Tutela Ambientale e Tutela Agroalimentare.

Il TUFF

Nel 2018 è entrato in vigore il Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF) (DL 34/2018, G.U. SG n. 92 del 20 aprile 2018). Con questo atto viene attribuita al MIPAAF, sentita la Conferenza Stato-Regioni e Province Autonome, la competenza per adottare gli atti di indirizzo e assicurare il coordinamento delle attività. Tale funzione è svolta in coordinamento, per  quanto di rispettiva competenza, con il MATTM e con il MIBAC.

La Direzione Generale delle Foreste

Con DPCM n. 143 del 17 luglio 2017, venne istituita la Direzione generale delle foreste, che diviene la terza Direzione generale del Dipartimento per le politiche europee e lo sviluppo rurale nell’ambito del MIPAAF. Alla Direzione vengono affidati i compiti già del CFS, come  previsto dall’art. 11 del D.L. 177/2016, ma anche altri, quali il controllo e il monitoraggio del consumo di suolo forestale, il coordinamento e la tutela dei patrimoni genetici forestali, la tutela dei prodotti del sottobosco, i compiti in materia di FLEGT e EUTR, altro.

Il punto politico della questione

Tutti questi cambiamenti, che si sono sommati, incrociati, impastati e “pervertiti” nel tempo, hanno creato disuguaglianze tra i cittadini a livello nazionale per una diversa efficienza tra le Regioni che è inutile negare, almeno per chi conosce il settore forestale italiano. La differenza tra quelle del nord e quelle del sud è abissale, In Calabria, ad esempio, per l’approvazione dell’unico piano di gestione forestale privato ci sono voluti 6 (sei) anni quando la legge forestale prevede un limite di pochi mesi e anche per i piani presentati dai Comuni si tratta sempre di anni mai di mesi. In Toscana occorrono pochi mesi, quasi sempre nei limiti della legge. Ciò dimostra che il cittadino-imprenditore-professionista calabrese è penalizzato nella sua attività rispetto a quello toscano.

-La gestione delle foreste richiede una unitarietà per rispondere alle disarmonie interne, ai conflitti di interesse e agli impegni assunti a livello internazionale.

-La sburocratizzazione delle procedure operative, ora frammentate tra troppi Ministeri ed Enti, si impone, se si vuole promuovere una “politica della dignità” per agevolare l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro, al posto di una politica populista basata sui vitalizi.

-La società sempre più multietnica e multiculturale che vede molti stranieri impiegati nel settore forestale, richiede un controllo efficiente, centralizzato e non parcellizzato delle attività per scoraggiare e contrastare le situazioni di ingiustizia e di illegalità.

-Una politica forestale moderna e realistica deve considerare le rapide trasformazioni sociali del nostro tempo: l’inurbamento (il 67% degli italiani vive in città o in prossimità dei grandi centri urbani), la terziarizzazione, la svolta culturale ed etica dell’’opinione pubblica che vede il bosco non più come produttore di servizi diretti (legno ecc.) ma di servizi indiretti (fissazione dell’anidride carbonica, conservazione della biodiversità, del suolo, delle risorse idriche). Un popolo più orientato a “conservare” che a “tagliare”. E la politica del MIPAAF non può più essere quella del MAF degli anni ’50 del ‘900. Con tutto il rispetto per Amintore Fanfani.

L’attribuzione delle foreste all’uno o all’altro Ministero tout court richiede attenzione perché potrebbe avallare, in questo momento storico della società, scelte ideologiche e interessi di parte con pericolose conseguenze.

Se tutte le competenze forestali passassero al MATTM, significherebbe orientare le scelte politiche forestali verso l’ ambientalismo (troppo spesso radicalizzato) che punta su un conservatorismo a tutto campo, che penalizzerebbe l’impresa forestale, che interpreta il restauro delle foreste non in senso ecologico e sociale ma nel quadro di strategie conservazionistiche, che sostiene il “rinselvatichimento”, ops il “re-wilding” quale strumento per giustificare l’esclusione dell’uomo dal bosco, ritenuto la causa prima della alterazione degli habitats naturali (come se l’uomo non facesse parte integrante di tutti gli ecosistemi).

Se le cose rimassero così come sono, ossia ruolo di “coordinamento” al  MIPAAF e ruolo “operativo” alle Regioni, significherebbe dare rilievo a scelte in senso produttivistico (con attenzioni marginali verso gli altri aspetti, almeno da quanto se ne deduce dal testo del TUFF e dei futuri decreti delegati), sostenute da interessi comuni al mondo dell’impresa, dei sindacati e delle associazioni professionali, di parte della ricerca e del mondo accademico forestale. Significherebbe sostenere, fatte le dovute tare, quella mentalità estrattivista, che Naomi Klein ritiene una delle peggiori trasformazioni del materialismo e dello stesso capitalismo, e che è oggetto di critica da parte del Magistero di Papa Francesco. Dice il Papa nella Laudato Sì al n. 195. “ Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia:  se  aumenta  la  produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento.”

Il passaggio di tutte le competenze sulle foreste al MIBAC è una ipotesi improbabile.

Un nuova strategia politica

Nella sua prolusione, il premio Nobel per l’economia 2018, Paul Romer (insieme a William Nordhaus), dedica un intero capitolo alla produzione di idee, argomentando come da esse dipenda lo sviluppo nel lungo periodo di una nazione. Nemmeno a dirlo che l’intero comparto forestale italiano ha mancato fino ad ora di idee innovative. Avere fiducia nell’uomo vuol dire che si può sempre cambiare e migliorare.

Un sana politica forestale deve saper valorizzare e tener conto delle pulsioni e dei bisogni della società. Senza per questo esserne condizionata. Una buona politica forestale richiede: competenza, autorevolezza, motivazione, e distacco, per poter sostenere il presupposto etico del “bene della casa comune”. Non una politica del compromesso, ma della differenza vista la complessità del sistema-foresta italiano.

Il quadro prospettato evidenzia la necessità di riportare la gestione di tutte le foreste italiane al livello nazionale, disarticolata secondo tre principali linee direttrici: 1) “Gestione responsabile delle foreste”; 2) “Conservazione delle foreste con valenze naturalistiche e culturali”; 3) “Restauro delle foreste degradate”. L’ottica della gestione si deve allargare, oltre al legno nelle sue varie forme, alla raccolta dei prodotti spontanei (picking), alle “inumazioni” nei boschi, alle attività culturali, a quelle sportive, terapeutiche, spirituali e religiose, educative e ricreative. Alle nuove funzionalità offerte dagli alberi nelle zone urbane e periurbane.

L’idea di cambiare strada nella politica forestale é venuta a molti, e sempre come è ovvio, con visioni diverse.

Ora ci vuole un politico che abbia un forte senso dello Stato che abbia il coraggio di creare un unico e nuovo Ministero per gli alberi e per le foreste che riassuma tutte le competenze in materia, visto che si tratta di un settore sempre più strategico anche nel quadro internazionale. Da cui far dipendere un nuovo organo tecnico, una Authority (che a sua volta assorba tutto il personale forestale dello Stato, inutile dire anche quello derivante dalla soppressione del CUFA).

Una Authority di riferimento per tutte le funzioni di coordinamento, tutela, ma anche di gestione diretta di alcune foreste storiche (ex ASFD) e di quelle da “ri-trasferire” da Regioni e demani  pubblici soprattutto quando non sono più in grado di farlo secondo standard accettabili. Questo ruolo dello Stato-Imprenditore-Insegnante è importante, come avevano già capito i legislatori di inizio ‘900, infatti per sviluppare una buona gestione forestale ci vogliono buoni esempi di impresa e meno sermoni accademici. Le grandi aziende forestali (> 5000 ettari) sono indispensabili senza le quali non si può fare una buona gestione responsabile dal punto di vista etico, economico, sociale ed ecologico.

Una Authority articolata in un centro direzionale nazionale, con ramificazione a livello di regioni (con buona pace delle Province e Regioni autonome) e di aree omogenee.

Per cambiare bisogna pensare in grande.

 

Per approfondimenti

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Abrami A., 2018. Legislazione e amministrazione del paesaggio. Un’indagine critica. Aracne, Roma.

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Siti web

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http://www.brunoleoni.it/intervista-a-paul-romer-premio-nobel-per-l-economia-2018-2

https://www.eea.europa.eu/data-and-maps/indicators/forest-growing-stock-increment-and-fellings-3/assessment.

https://www.foresteurope.org/docs/fullsoef2015.pdf

https://www.gndforeurope.com/

http://www.isprambiente.gov.it/it/evidenza/snpa/no-homepage/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici.-edizione-2019

https://rewildingeurope.com/

https://www.symbola.net/ricerca/greenitaly-2019/

 

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Piantare alberi: i giardini biblici

Il “piantare alberi”, secondo Papa Francesco (Laudato Sì, n.211) dovrebbe rappresentare uno dei comportamenti virtuosi che potrebbero avere una incidenza diretta e importante nella cura della “Casa Comune”.

Questo punto è stato ripreso dalle Comunità Laudato Sì (promosse dal Vescovo di Rieti Domenico Pompili) con il progetto di piantare 60 milioni di alberi https://comunitalaudatosi.org/

Proposta lodevole e condivisibile. E su questo Blog, manco a dirlo, “sfonda una porta aperta”.

Sul piano della fattibilità, qualcuno eccepisce che mancano i terreni dove piantare gli alberi: per l’avanzata naturale del bosco negli ex spazi agricoli, per il consumo di suolo dovuto all’ espansione urbana e delle infrastrutture. Alcuni ritengono, invece, che ci siano delle grandi potenzialità nelle aree urbane delle periferie e nei luoghi da risanare. Altri lamentano che manca il materiale vivaistico adatto come specie e dimensioni. A queste considerazioni bisognerebbe aggiungere qualcosa di più pericoloso: la frenesia, diffusa in questi ultimi mesi di “fare qualcosa” per combattere l’effetto serra, che potrebbe essere più dannosa che efficace. Quando si vedono alla TV le decine di persone che si accalcano attorno ai feriti nei paesi in guerra del Medio Oriente, viene da pensare, considerando gli standard dei soccorritori occidentali, che quel marasma di persone completerà l’azione degli ordigni piuttosto che salvare i feriti. Qualcosa di simile potrebbe accadere anche in questo caso se l’entusiasmo dei volontari dovesse prendere il posto della lucidità dei professionisti. Comunque sia, a tutto c’è rimedio.

Ecco una proposta, “di qualità”, per dare un contributo realistico e fattibile all’iniziativa del “piantare alberi”.

Ci sono molti spazi che si trovano attorno alle chiese, monasteri, cimiteri, strutture di accoglienza e di educazione che sono privi di alberi, oppure talvolta ci sono, ma sono decrepiti e vanno sostituiti, altre volte ci sono, ma sono inadatti al luogo per il loro significato simbolico. Viene in mente il caso di alcuni alberi di Giuda (Cercis siliquastrum L.), dove la tradizione vuole che si sia impiccato Giuda per il rimorso dopo il tradimento, che sono stati piantati di fronte a una chiesa. Non è stata un scelta felice, perché qualcuno potrebbe pensare che sia stato un messaggio poco rassicurante per il parroco.

Realizzare dei giardini biblici questa è la proposta. Ciò non significa creare una collezione di alberi della Bibbia, molti dei quali sono inadatti ai vari climi italiani. Ma scegliere gli alberi (nelle loro entità sottospecifiche) per l’adattabilità ecologica, il valore estetico e, in particolare, per il loro significato simbolico “biblico”.

Questi nuovi spazi verdi, se di buona qualità estetica e simbolica, potrebbero contribuire alla riqualificazione di molte zone urbane, ed essere utili per le “catechesi verdi” all’aperto. Senza voler fare dell’ecologismo a buon mercato, ora di moda, si tratta di partire dalle caratteristiche botaniche della pianta e dai significati simbolici, per fare una riflessione sulla dimensione umana, nel tentativo di rispondere agli interrogativi esistenziali dell’uomo del nostro tempo. Uno spazio educativo e ricreativo. Un luogo di incontro e di confronto.

Non ci sono esempi in Italia. Gli architetti e anche le “archistars” dopo aver realizzato ottimi edifici, (leggasi chiese) spesso trascurano l’esterno: o cementificano o demandano al vivaista la scelta degli alberi con risultati spesso opinabili. In Italia ci sono ottimi vivaisti che sanno fare bene il loro mestiere che è quello di allevare e di coltivare gli alberi, ma non si possono sostituire al paesaggista o meglio al “Maestro dei giardini”.

Speriamo che nella erigenda “Casa del futuro” di Amatrice (Rieti) dell’Arch. Stefano Boeri, si dia un buon esempio nella scelta delle piante e segnare così una svolta di qualità.

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Il frassino, albero sacro nella mitologia vichinga

Il frassino maggiore  (Fraxinus excelsior L.) è un albero deciduo, alto fino a 40 m e 1 m in diametro. Raggiunge generalmente i 150-200 anni di età.

L’areale del frassino maggiore interessa l’ Irlanda, Gran Bretagna e la parte meridionale della Scandinavia. Comprende una vasta zona della Russia spingendosi fino al mar Caspio. La parte settentrionale della penisola iberica, la penisola italiana, i Balcani e parte dell’Anatolia settentrionale.

In Italia è diffuso allo stato sporadico nelle Alpi e nell’Appennino. In Sicilia si trovano gruppi spontanei nei M. Nebrodi. Nelle zone montane si trova assieme al faggio, abete bianco, acero montano, olmo montano e nelle Alpi insieme all’abete rosso. Nelle foreste planiziarie della pianura Padana (Bosco di Olmé) il frassino maggiore vegeta con: Quercus robur L., Carpinus betulus L., Acer campestre L., Ulmus minor Miller, Tilia cordata Miller, Alnus glutinosa Gaertner, Populus alba L..

La sua distribuzione altitudinale è molto ampia: va dalla pianura Padana fino a 1500 m sulle Alpi e Appennini. Nell’Appennino è presente prevalentemente tra 800 e 1200 m.

In Italia si trovano anche due altri frassini di dimensioni minori e adatti ad ambienti diversi dal frassino maggiore: l’orniello (F.ornus L.) e il frassino ossifillo (F. angustifolia Vahl.).

Il frassino maggiore é assai esigente di luce nella fase adulta, mentre i semenzali tollerano l’ombra fino all’età di circa 7-10 anni.

Specie mesofila, tendenzialmente igrofila, può essere considerata come una grande consumatrice di acqua nel senso che controlla la sua traspirazione molto tardi.

Le stazioni ottimali sono quelle su suoli profondi, freschi, ben drenati e strutturati, pH di 5,7-7. Tollera valori di pH fino a 4,5. Si trova anche su substrati calcarei; in quanto indifferente alla presenza del calcare attivo. Tollera suoli limosi  e  moderatamente  argillosi.

Il frassino maggiore mostra un accrescimento rapido nei primi anni.

Il legno ha buone caratteristiche tecnologiche, usato un tempo per lance e frecce, ora per attrezzi sportivi, mobili, tranciati.

Specie utilizzata come pianta ornamentale, nei Paesi dell’Europa settentrionale. La colorazione gialla in autunno é molto apprezzata dal punto di vista cromatico per questo è usato allo stato isolato o per creare boschetti e alberature.

Sono state selezionate alcune forme e varietà: ‘Nana’ simile a un arbusto, ‘Spectabilis’ per la chioma fastigiata, ‘Diversifolia’ per il numero delle foglioline,’ Pendula’ dai rami piangenti, e molte altre  http://ww2.bgbm.org/EuroPlusMed/PTaxonDetail.asp?UUID=E4FC967F-1F8E-474F-A867-C1149578BC52

I Vichinghi in particolar modo, assieme ad altri popoli nordici, avevano uno stretto legame con il frassino tanto da essere chiamati aescling “gli uomini del frassino”. Da punto di vista simbolico, il frassino maggiore rappresenta l’Axis Mundi dell’universo scandinavo. Il frassino Yggdrasill sorregge con i suoi rami nove mondi nella mitologia norrena.

Albero cosmico che unisce cielo e Terra: affonda le radici nel regno degli inferi e la chioma si perde nei cieli. Simbolo di rinascita, fonte di guarigioni e di saggezza cosmica.

E’ l’albero dove si riunisce dell’assemblea. Ai rami degli alberi sacri venivano impiccate le vittime sacrificali in onore di Wodan (Odino). Tutto sommato è stato meglio che i Vichinghi si siano convertiti al cristianesimo (dall’800 al 1200 d.C.).

Gamla Uppsala (Svezia), qui sorgeva un tempio dell’antica religione norrena. Nel cimitero e attorno alla chiesa cristiana domina ancora il frassino maggiore. Proprio qui ogni 9 anni, nel mese di febbraio, venivano appesi 9 maschi ai rami degli alberi del bosco sacro.

 

Per approfondimenti

Bernetti G., Padula M. 1983.  Le latifoglie nobili. Monti e Boschi, 5: 40-44.

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Il cerro sughero (Quercus crenata Lam.)

Un albero della Famiglia delle Fagaceae, poco frequente, meritevole di attenzione, spesso confuso, dalla posizione sistematica sempre controversa.

Raramente supera i 20-22 m di altezza e il diametro di 1,20 m.

Gli elementi distintivi per il riconoscimento sintetico sono facili.

La corteccia fessurata suberosa soprattutto nelle piante adulte, tuttavia meno suberosa e meno spessa che nella sughera.

Foglie a margine crenato, semipersistenti, verdi anche durante l’inverno e caduche nella primavera, di colore scuro nella pagina superiore e biancastre in quella inferiore. Ghianda sub cilindrica ovale o oblunga, lunga 3-4 cm e larga 2 cm.

Qualche singolarità dal punto di vista biologico. Innanzitutto è una specie di antica origine ibrida tra cerro e sughera. Di questo ne risente la fruttificazione che è molto scarsa. La maturazione dei frutti avviene nell’autunno (da settembre a ottobre) del secondo anno. La disseminazione è immediata tra la fine di settembre la prima metà di ottobre. Buona la facoltà germinativa e l’emissione dei polloni dopo l’incendio.

Il cerro sughero si trova dal livello del mare fino a 1000 m (quindi dove ora non c’è la sughera), con maggiore frequenza tra 500 e 800 m nell’Italia centrale.

Una specie indifferente al substrato, si adatta a suoli degradati, argillosi e sabbiosi, purché poveri di calcare attivo.

E’ l’albero che emerge nei boschi di latifoglie durante l’inverno per la chioma verde e leggera, per questo richiama “la vita”.

Non per niente, come riferisce il Santi, sul Monte Amiata, il cerro sughero, serviva “per adornare le porte delle chiese nei giorni di feste e ricoprire i Presepj nel tempo natalizio”.

Pianta protetta in Toscana e altre regioni italiane, di interesse fitogeografico, biogenetico, paesaggistico e perché no anche ornamentale, ma solo per soggetti raffinati e sofisticati.

 

Per approfondimenti

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