La selvicoltura e il paesaggio del cipresso in Toscana
Posted by Roberto Mercurio in Dendrologia, Estetica, Paesaggio, Selvicoltura on August 19, 2021
In Toscana nonostante una presenza bi millenaria del cipresso comune (Cupressus sempervirens L.) e i quasi 5000 ettari di superficie, non è stata messa a punto una tecnica selvicolturale sua propria. Sembra un paradosso nella regione dove la ricerca ha dato un grande contributo conoscitivo sul piano del miglioramento genetico e della lotta agli agenti patogeni del cipresso.
In ambito accademico sono stati proposti due trattamenti selvicolturali: il taglio a raso per le cipressete pure e coetanee e il taglio saltuario per quelle disetanee e/o miste, che sono la maggioranza.
Cesare Arretini e Fabio Cappelli che conoscono bene le cipressete toscane, chiariscono il rapporto che i contadini toscani hanno con il cipresso: “lo piantano per segnare i confini”, “lo diffondono nelle porzioni incoltivabili dei loro poderi” ed esercitano nei boschi misti di cipresso “il pascolo e i continui prelievi di legna e di frasca”.
Si potrebbe aggiungere che la gestione reale delle cipressete toscane era di fatto affidata ai “saperi” dei contadini che avevano poca dimestichezza con i trattamenti classici della selvicoltura, ma che, per necessità vitali, erano avvezzi da secoli a “sterzare” bene i boschi, ossia a tagliare le piante giunte a maturità, a diradare, a ripulire e spalcare per ottenere frasche e fascine. Con i cicli e i momenti dell’anno che sapevano loro.
Scarsa attenzione è stata data alle forme selvicolturali più complesse come quelle praticate nel Bosco di S. Agnese nel Chianti, ora Riserva Naturale Regionale e Bosco da Seme. Si tratta di un governo misto fustaia (cipresso) – ceduo (leccio). Al momento del taglio del ceduo si eliminavano parte delle matricine di leccio (di diverse classi cronologiche) e delle piante di cipresso che avevano raggiunto un certo diametro. Proprio con il taglio del ceduo di leccio si favoriva la rinnovazione del cipresso. Si manteneva una struttura bistratificata con un piano dominante, piuttosto rado, di piante di cipresso di diversa età e matricine di leccio, e con un piano dominato costituito da polloni di leccio e rinnovazione naturale di cipresso.

Una fisionomia abbastanza comune nel Bosco di S. Agnese
La singolarità del Bosco di S. Agnese sta nella presenza di individui sparsi di cipresso che dominano sul resto del bosco che venivano privati dei rami bassi (per raccogliere la frasca e favorire lo sviluppo di un buon fusto) fino a 12 m di altezza, rilasciando solo una piccola chioma rotondeggiante. Si tratta di soggetti che alcuni hanno un diametro di 50 cm e un altezza di 18 m. Quello che più richiama l’attenzione é il pregio estetico e tecnologico di queste piante.

Niccolò Frassinelli ritiene, nella sua tesi di Dottorato di Ricerca, che queste piante erano legate ad attività venatorie. Senza voler escludere questa funzione, si potrebbe pensare (tenendo presente che esiste una Pieve limitrofa dall’ XI secolo) a una selvicoltura molto più integrata, volta ad ottenere fusti di cipresso di alto pregio tecnologico, legna da ardere e ghianda dal leccio per il pascolo suino.
Oggi rispetto a 50 anni fa, a causa dell’abbandono della gestione aumenta la componente del leccio e del corbezzolo e in parallelo diminuisce quella del cipresso.
Un blocco delle attività che rischia di far perdere la dinamica funzionale di questo bosco e la memoria storica di questo modello selvicolturale vecchio di secoli.
Qualche anno fà hanno avuto eco nella stampa le proteste di alcuni intellettuali che lamentavano la eccessiva diffusione del cipresso in Toscana nei nuovi filari, viali, rotonde, ecc. legata allo sviluppo dell’agriturismo.
Apprensioni legittime e meritevoli di considerazione, ma si stava ripetendo il caso di coloro che guardano alla pagliuzza e non alla trave evangelica.

La trave consiste, in questo caso, nell’abbandono colturale di questi esempi di selvicoltura sociale e nel cambiamento del paesaggio delle cipressete naturaliformi (cioè a rinnovazione naturale, non autoctone) a causa dell’erosione dei boschi non più a causa del cancro ma di nuovi vigneti e oliveti. Ma su queste evidenze il silenzio è stato assordante.
Un esempio per far capire che ci sono battaglie in difesa del paesaggio di serie A e di serie B a seconda, ovviamente, degli interessi e delle ideologie in gioco.

Piantare alberi: miti, mezze verità, realtà
Posted by Roberto Mercurio in Politica forestale e ambientale, Restauro delle foreste e dei siti degradati on August 7, 2021
L’obiettivo planetario (Accordi di Parigi 2015), non solo della Ue, è di ridurre di emissioni del gas serra del 40% entro il 2030 rispetto al 1990, e la neutralità carbonica per il 2050, per contenere il riscaldamento entro 1.5 °C.
Sulla scia di questo obiettivo é iniziata la gara a chi pianta più alberi da parte di governi, di piccoli e grandi comuni fino alle associazioni di cittadini. Al di là delle buone intenzioni, quanto è realistica questa strategia?
Che superfici sono necessarie per ottenere risultati significativi?
Il recente rapporto Oxfam https://www.oxfamamerica.org/explore/research-publications/tightening-the-net/, calcola che sarebbe necessario un piano di “riforestazione” per almeno 1.6 miliardi di ettari (una superficie pari a tutti i terreni agricoli esistenti sulla Terra).
Ciò è abbastanza in linea con alcuni lavori scientifici.
Piantare alberi su 0.8 miliardi di ettari, porterebbe a una diminuzione della temperatura di 1 °C nelle regioni temperate e 2.5 °C in quelle boreali (Sontag et al. 2018).
Per contenere la temperatura entro 1.5 – 2 °C occorrono piantagioni su 1.1 miliardi di ettari, sempre tenendo presente una quantità mondiale di terre arabili di 1.6 miliardi di ettari (Doelman et al. 2019).
Piantare alberi su 0.9 miliardi di ettari, potrebbe “intrappolare” circa due terzi della quantità di carbonio nell’atmosfera prodotta dalle attività umane dall’inizio della rivoluzione industriale (Bastin et al. 2019).
Sono efficaci le piantagioni di alberi a grande scala sul piano della fissazione della CO2, e del cambiamento del clima (temperature e precipitazioni)?
NI, se si considera lo stato delle attuali conoscenze che spesso non sono concordi. Trattandosi di progetti a scala planetaria non si possono intraprendere scelte politiche e finanziarie sulla base di analisi e previsioni a livello locale (macroregioni). La capacità acquisita degli alberi di assorbire CO2 e di produrre un effetto raffreddante si scontra con una serie di variabili di ordine biofisico ancora difficilmente accertabili e quantificabili.
Un rapporto dell’ IPCC https://www.ipcc.ch/srccl/#:~:text=The%20IPCC%20approved%20and%20accepted,on%202%20%E2%80%93%207%20August%202019 concorda che un aumento della superficie forestale ai tropici, in Europa e Nord America causerebbe un rinfrescamento sia globale che locale. C’è però da osservare che a livello europeo si assiste a un aumento della superficie forestale (+ 9% negli ultimi 30 anni https://foresteurope.org/wp-content/uploads/2016/08/SoEF_2020.pdf) per effetto dell’ abbandono dei terreni agricoli, quindi si dovrebbe pensare a piantare in quelli agricoli rimasti, ossia i migliori, il che lascia spazio a molti dubbi. Mentre sempre secondo il rapporto dell’ IPCC, nelle zone più aride i benefici di estese piantagioni sarebbero marginali nel mitigare il riscaldamento globale.
Alle alte latitudini i risultati non sono sempre concordi infatti la realizzazione di nuove piantagioni avrebbe effetti poco rilevanti nella lotta al riscaldamento globale per Arora e Montenegro (2011) mentre sarebbero molto efficaci secondo Sontag et al. (2018).

Quali sarebbero le difficoltà di realizzazione un simile programma in termini di costi e di logistica (produzione di piantine, acquisizione di terreni, progettazione, organizzazione dei cantieri, ecc?
Indubbiamente richiederebbe uno sforzo molto importante, dai risultati difficilmente prevedibili in quanto gli attori sarebbero sempre gli Stati che attuano scelte politiche autonome, sovrane, che hanno volontà decisionali proprie e capacità organizzative molto diverse. Infine non è chiaro chi si dovrebbe accollare i costi a livello mondiale per attuare un simile programma. Per chiarire meglio: gli interventi su piccola scala ad opera di Stati “generosi” sono inutili sul piano ecologico globale, lo sono solo sul piano della visibilità mediatica e dell’acquisizione di consensi da spendere per i loro fini.
Cosa comporta sul piano sociale la sottrazione di terre agricole per piantagioni di alberi?
Un simile sforzo necessariamente dovrebbe intaccare i terreni arabili da dove si ottiene il cibo, già esigui, se si considera l’aumento della popolazione a livello mondiale. Certo è, che si avrebbe in varia misura:
-un aumento dei prezzi delle derrate alimentari (già aumentati nell’ultimo anno -maggio 2020-2021- del 39.7% http://www.fao.org/news/story/it/item/1403367/icode/),
-una crescita delle diseguaglianze sociali,
-una spinta al land grabbing,
-un aumento delle emigrazioni,
-un inasprimento dei conflitti.
Sintesi conclusiva
La prospettiva di piantare alberi su vaste superfici a scala planetaria per combattere l’effetto serra avrebbe pericolosi riflessi di natura economica e sociale, forse insostenibili.
Piantare alberi è sempre una politica da perseguire per una serie di ricadute positive sul piano ecologico, economico e sociale al di là della lotta al riscaldamento globale. Il buon senso vuole che in questa azione si dovrebbero escludere i terreni di uso agricolo, quelli ad alto contenuto di biodiversità (savane, torbiere, ecc.) e si dovrebbe restringere la “riforestazione” ai terreni degradati o non suscettibili di altri usi. Che poi ci sia una grande disponibilità di terreni per realizzare nuovi boschi all’interno e nei dintorni delle città è possibile, ma tutto da dimostrare in un quadro pianificatorio più ampio.
Piantare alberi è un gesto di alto valore morale, non può essere la panacea per azzerare le emissioni di CO2 ma solo contribuirvi, insieme: alla riduzione delle emissioni, alla conservazione delle foreste tropicali, delle aree umide e delle torbiere, a praticare una agricoltura e una zootecnica sostenibili sul piano degli inquinamenti, e soprattutto a cambiare gli stili di vita e le abitudini alimentari dei Paesi ricchi.
Piantare alberi va bene per compensare il tasso di deforestazione fisiologico che oscilla (http://www.fao.org/forest-resources-assessment/2020/en/) da 7.8-4.7 milioni di ettari a seconda dell’arco temporale considerato e che si concentra prevalentemente (non esclusivamente) nelle regioni tropicali.
La considerazione finale è che quando si affronta il tema del ruolo delle foreste nella lotta al riscaldamento globale, dell’efficienza funzionale delle foreste non si deve dimenticare che si potrebbe intervenire anche sul restauro delle foreste degradate esistenti (Lewis, S. L., Wheeler, C. E., Mitchard, E. T. A. & Koch, A. Restoring natural forests is the best way to remove atmospheric carbon. Nature 568, 25–28 2019) come dimostra la vasta letteratura scientifica internazionale.
I peri da legno e da ornamento
Posted by Roberto Mercurio in Dendrologia, Paesaggio, Restauro delle foreste e dei siti degradati, Verde urbano on July 24, 2021
Le vecchie classificazioni inquadravano Pyrus communis L. con varie entità sottospecifiche che, i forestali, nel linguaggio corrente, riassumevano con il nome di perastro.
Ora nella Flora italiana il genere Pyrus è rappresentato da:
Pyrus castribonensis Raimondo, Schicchi & Mazzola
Pyrus ciancioi Marino, Castellano, Raimondo & Spadaro
Pyrus communis L.
Pyrus communis L. subsp. communis
Pyrus communis L. subsp. pyraster (L.) Ehrh
Pyrus cordata Desv.
Pyrus nivalis Jacq.
Pyrus sicanorum Raimondo, Schicchi & Marino
Pyrus spinosa Forssk.
Pyrus vallis-demonis Raimondo & Schicchi

Il perastro s.l. (Pyrus communis L.), è un albero che raggiunge altezze molto variabili: da 3-4 m con fusto presto ramificato fino a soggetti di 15-20 m. Il tronco può raggiungere i 50 cm di diametro. Un soggetto nel Pollino misura 15 m in altezza e una circonferenza di 4,05 m. Gli individui di questa specie raggiungono i 150 anni, ma forse il perastro può vivere per diversi secoli.

Il sistema radicale è fittonante.
La fogliazione avviene fra aprile e giugno. La fioritura, che anticipa di poco l’emissione delle foglie, è compresa tra aprile e maggio.
La fruttificazione avviene tra settembre e ottobre. I frutti sono eduli, particolarmente graditi all’avifauna e adatti all’alimentazione degli animali selvatici e domestici.
Il perastro è specie mellifera, produce un ottimo miele dal colore chiaro, soggetto a cristallizzazione molto rapida, mediamente fine e pastosa, particolarmente indicato in abbinamento con i formaggi freschi.
La specie rinnova per seme, per polloni radicali e polloni alla base del fusto.
Il perastro veniva usato in bosco come porta innesti di varietà pregiate, quella che veniva chiamata “ frutticoltura a carattere silvano”, al pari dell’olivastro.
Specie relativamente termofila, (le passate classificazioni distinguevano una var. amygdaliformis – pero mandorlino- sin. Pyrus amygadaliformis Vill., Pyrus spinosa Forssk.) della zona mediterranea con un adattamento xerofilo anche a terreni argillosi come quelli della Calabria), parimenti resiste bene al freddo, adattandosi a vivere nelle conche intermontane del Pollino.

Specie rustica, ubiquitaria, capace di adattarsi a suoli differenti, da quelli freschi (preferiti), drenati a quelli asciutti. Esigente di luce, tollera la mezz’ombra.
Il perastro è presente in tutte le regioni, dal livello del mare fino a 800-1000 m ma risale fino a 1400 m in Toscana, 1500 m nel Pollino.

Il perastro s.l. (tenendo ben presente le mutevoli variabilità tassonomiche) compone le cenosi della macchia mediterranea, dei querceti caducifogli (roverella, rovere, cerro), dei castagneti, ostrieti, faggete.
Il legno del perastro è pregiato, indifferenziato, bruno-rossiccio, a tessitura fine e fibratura dritta, duro e compatto. La massa volumica media è di 680 kg/m 3 a umidità normale, il ritiro è elevato.
Si presta bene per i lavori al tornio, intarsio, falegnameria fine, xilografia. Inoltre il legno di perastro viene usato per strumenti musicali (flauti, fagotti, tastiere dei clavicembali).
I toppi di diametro più elevato, netti da difetti (conformazione del fusto, deviazioni della fibratura, nodi, alterazioni di colore) vengono sottoposti a tranciatura e utilizzati per il rivestimento di parti a vista di piccoli mobili, sfruttandone soprattutto l’aspetto fiammato.
Il pero nelle sistemazioni paesaggistiche e nel verde ornamentale
Si possono realizzare con il pero filari puri o misti, semplici o doppi, dove vi sono esigenze di carattere estetico e paesaggistico e per valorizzare porzioni di territorio non utilizzabili diversamente. La distanza tra le piante, con soggetti più sviluppati (alti 1,50-3 m) é di 5-7 m.
Anche singoli soggetti isolati in un prato sono interessanti sul piano estetico-compositivo, se si vogliono ricreare antiche tradizioni di conservare piante di perastro nei pascoli per fornire ombra e nutrimento agli animali.
Tra le specie e cv che si distinguono per il portamento, la fioritura, la colorazione delle foglie:
Pyrus calleryana ‘Chanticleer’ (colonnare-conica), ‘Aristocrat’ (ovale-piramidale, ricca fioritura), ‘Redspire’, (colorazione rossa), ‘Capital’ (colonnare)
Pyrus salicifolia ‘Pendula’ (pendula)
Pyrus eleagrifolia subsp. Kotschyana (colonnare)
Pyrus communis ‘Beech Hill’ (colorazione rossa-arancione)

Il perastro nell‘arboricoltura da legno
Se si vuole produrre legno di qualità e ci si trova il situazioni difficili (suolo-clima) il perastro è la specie più adatta. La tecnica colturale non è ancora affinata per mancanza di esperienze compiute. In ogni caso si usano piantine di 1-2 anni allevate a radice nuda o in contenitore, alte 30-50 cm, la distanza d’impianto varia da 3×3 a 5×5 m. il ciclo colturale è di 40-60 anni.
Può essere usato in consociazione con sorbo domestico e ciavardello.
Il perastro nel restauro forestale
La tendenza è verso gli impianti misti per la coesistenza sulla stessa superficie di più specie della stessa associazione vegetale. La mescolanza può avvenire in area mediterranea con leccio, sughera, lentisco, oleastro. Oppure con sorbi, ciliegi, maggiociondoli nelle montagne calcaree. Per evitare i sesti regolari per ridurre l’impatto negativo e il senso di artificialità delle piante allineate. In alternativa si possono perciò adottare:
Disposizione a piccoli gruppi. Distribuiti in maniera casuale. In questi casi si otterrà una copertura parziale del suolo alternata con spazi, arbusti, rocce, ecc., ripristinando così il modo di disporsi della vegetazione naturale. La tecnica dello stepping stones è particolarmente utile nella ricucitura del paesaggio frammentato. Si tratta di piccoli nuclei di piantagione di forma isodiametrica e margini lobati, di estensione variabile, distribuiti in modo discontinuo nel mosaico paesaggistico
Disposizione curvilinea, le curve possono essere trasversali alla linea di massima pendenza oppure oblique. Questo tipo di disposizione consente la meccanizzazione dei lavori d’impianto e delle cure colturali successive. La distanza tra le curve sarà di 3 m per facilitare le lavorazioni. La distanza tra le piante nelle curve sarà di 2 o 3 m, pari a circa 1667-1100 piante ad ettaro.
Si possono utilizzare piante di 1-2 anni allevate in contenitore.
Per la ricostituzione di formazioni pre-forestali in ambienti aridi si impiega il pero mardorlino insieme a biancospino, terebinto, lentisco, ecc.
Alla piantagione devono seguire puntuali cure colturali (tra cui risarcimenti, lavorazioni superficiali, diserbi, potature di formazione) che si protraggono per un periodo variabile da 3 fino a 5 anni.
Per approfondimenti
Abbate Edelmann M.L., de Luca L., Lazzeri S. 1994. Atlante anatomico degli alberi ed arbusti della macchia mediterranea. Istituto Agronomico per l’Oltremare, Firenze, pp.182-185.
Buresti E., Faini A., Ducci F, Mercurio R., Parrini C., Nocentini S. 1993.L’arboricoltura da legno in Toscana. Prima parte: le specie principali, pp. 64; seconda parte: tecniche d’impianto e tecniche colturali, pp. 32. ETSAF, Firenze-ISS, Arezzo.
Cecchini G. 1952. Identificazione dei legnami. Hoepli, pp. 215-216.
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Gellini R., Grossoni P. 1997. Botanica Forestale. II Angiosperme. CEDAM, pp. 260-261.
Giordano G. 1981. Tecnologia del legno. Vol. 1. UTET. p. 252.
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Perrone V. 1990. Latifoglie. Guida al riconoscimento degli alberi. Ministero Agricoltura e Foreste, pp. 144-147.
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Raimondo F.M., 2013. Biodiversità nella dendroflora italiana. L’Italia Forestale e Montana, 68 (5): 233-257.
Siti web
Le alluvioni e la nuova strategia forestale europea
Posted by Roberto Mercurio in Politica forestale e ambientale on July 18, 2021
Le alluvioni disastrose di questi giorni nel Nord Europa, con 120 vittime, hanno risollevato con forza l’annosa questione della gestione delle foreste in relazione ai cambiamenti climatici.
Le recenti proposte della Commissione nell’ambito dell’ European Green Deal poggiano su tre cardini: protezione delle foreste primarie, restauro delle foreste degradate, gestione sostenibile delle foreste. Esse appaiono fondate sul piano scientifico e lungimiranti su quello politico, quindi pienamente condivisibili. In Italia siamo lontani da questa prospettiva come si evince dalla lettura dei documenti usciti in questi ultimi anni in materia forestale (TUFF e decreti attuativi, Strategia Forestale Nazionale).
L’intellighenzia forestale italiana (attualmente dominante) si trova fuori dal gioco da questa visione, impallata da decenni di discussioni sul bosco soggetto di diritti, o su come aggettivare la selvicoltura (sistemica, naturalistica, vicino-alla-natura, produttiva, adattativa) subordinando il confronto scientifico e sociale alla logica della supremazia accademica.
E’ venuta l’ora di passare dalle amenità al realismo fattuale per il bene dell’Italia. Non bisogna dare sempre la colpa a una classe politica disattenta e ignorante. La responsabilità di una classe politica scadente (in materia forestale) è anche della scienza se non riesce a trasmettere il senso delle priorità e l’opportunità dei provvedimenti da prendere. Certo, cosa non facile, ma non impossibile. Se si fa memoria storica si vedrà che in passato è stato possibile.
A livello europeo stanno venendo fuori figure di politici inaspettate, interessate a prendere a cuore la gestione delle foreste in un quadro integrato e pragmatico. Le dichiarazioni di Timmermans, Wojciechowski, Sinkevicius, appaiono sensate e realistiche e forse potranno far coagulare consensi per dar vita a misure efficaci, svicolate, una volta per tutte, dalle influenze delle lobby degli ambientalisti o dei produttori di biomasse, entrambe perniciose per gli interessi degli Stati membri europei.
Ora c’è bisogno di un aggancio a queste posizioni anche da parte della politica italiana, mettendo al bando vecchi schemi ideologici e interessi di parte.
Il nocciolo: la pianta dalle molte opportunità
Posted by Roberto Mercurio in Dendrologia, Restauro delle foreste e dei siti degradati, Selvicoltura on July 10, 2021
Al pari di altre latifoglie arboree anche il nocciolo (Corylus avellana L.) è una specie eclettica per la molteplicità dei prodotti e funzioni che può fornire, diversificando le tecniche colturali. Ciò comporta prima di tutto una buona conoscenza della dendrologia, della biologia e dell’autoecologia della specie.
Alberello caducifoglio, con fusti policormici (di tipo arbustivo) che può raggiungere 5-7 m di altezza. Poco longevo: 60-70 anni.
La fioritura (fiori maschili) avviene in genere tra dicembre e febbraio (marzo). L’impollinazione tra gennaio e febbraio e quindi la fecondazione tra maggio e giugno, in questo lasso di tempo le avversità climatiche possono pregiudicare la produzione di frutto dell’anno. Ciò impone di evitare le coltivazioni da frutto nelle zone esposte ai venti freddi, alle bassure dove ristagnano le nebbie.
La comparsa degli amenti (fiori maschili) gialli nel periodo invernale, senza le foglie, rappresenta il momento della maggiore attrazione del nocciolo sul piano estetico-decorativo.

La maturazione delle nocciole (grosso achenio legnoso) va da agosto a settembre.
In bosco la fruttificazione inizia a 15-20 anni, nei polloni a 10-12 anni.
La rinnovazione gamica (da seme) è quella preminente, grazie anche all’azione di trasporto del seme della fauna. La disseminazione avviene in autunno. La facoltà germinativa del seme è del 60-70%. La riproduzione avviene anche per via agamica, con una formazione continua di polloni che divengono senescenti dopo 10-15 (20-30) anni. I polloni basali hanno una loro radicazione indipendente. La moltiplicazione vegetativa è possibile anche per polloni radicali, margotta, propaggini e con moderne biotecnologie.

Il sistema radicale è dapprima fittonante, poi ha uno sviluppo per lo più superficiale.
Specie eminentemente plastica, adatta a vegetare in climi molto diversi, anche a temperature di -25°C, ma è bene tenere presente un livello di piovosità di 800-1000 mm annui per le coltivazioni da frutto.
Nelle Alpi e nell’Appennino si trova tra 600 e 1700 m. In coltivazione specializzata si trova anche a 100 m come nell’agro nocerino-sarnese in Campania.
Esigente di luce, ma vegeta anche nella mezza ombra, sensibile alla siccità prolungata. Specie ubiquitaria, preferisce i terreni freschi, drenati, profondi, ricchi di sostanza organica, pH compreso tra 6,5 e 7,5. Non tollera un contenuto di argilla superiore al 40-50%. La lettiera si degrada rapidamente ed è miglioratrice del suolo.
Il nocciolo è un colonizzatore degli spazi aperti dei querceti, orno-ostrieti, carpineti, castagneti, aceri-frassineti, pinete mesofile, faggete, abetine, peccete, lariceti (non pascolati), creando quindi le condizioni per la riaffermazione delle specie mature di questi boschi. Nei processi di ri-colonizzazione il nocciolo entra nelle fasi iniziali, permane per periodi più o meno lunghi (sempre entro poche decine di anni) in relazione alla fertilità del suolo e della capacità di competizione delle altre specie che lo accompagnano nel processo evolutivo.
Talvolta si comporta come una pianta “infestante” dei terreni abbandonati nelle dinamiche di post-coltura. Nei ex terreni agricoli terrazzati del Pratomagno (Toscana), dopo 50 anni dall’insediamento del nocciolo, i popolamenti di neoformazione raggiungono un’altezza media di 6 m con un grado di copertura del 70%. Sotto queste formazioni, lacunose, a dominanza di nocciolo si insediano semenzali a frequenza decrescente di: abete bianco, acero campestre, sorbo domestico, orniello, douglasia.
Nei processi di ri-colonizzazione si associa a vari arbusti e alberi: Crategus, Cornus, Rosa, Cytysus, Prunus, Salix, Laburnum, Sorbus, Acer, Carpinus, Fraxinus.
Nella dinamica della vegetazione ha un duplice comportamento: o completa l’azione delle specie pioniere oppure riempie le lacune dei boschi degradati dalla pressione antropica, determinando una fase successionale “intermedia”.
I processi di ri-colonizzazione non sono omogenei e si formano diversi tipi di cenosi: “effimere” di breve durata su suoli profondi (terreni ex agricoli), “temporanee” quando non riesce ad assumere un ruolo ecologico decisivo nel processo di ri-colonizzazione, “durevoli” se interessate dal passaggio del fuoco o dall’eccessivo pascolamento. Ciò consiglia strategie di gestione e di restauro differenti.

Questi processi determinano trasformazioni nel paesaggio coltivato, nella struttura del mosaico agro-forestale e nella sua funzionalità che devono essere valutati a livello di pianificazione territoriale.
Il nocciolo fornisce molti prodotti: frutti (nocciola, olio per profumi), biomasse per usi energetici (gusci delle nocciole, residui di potature e spollonature), tartufi, carbone (polvere pirica, carboncini da disegno), oggettistica (bastoni, manici di ombrello, pipe, cesti), frasca per foraggio, legacci.
Verde ornamentale
Tra le varietà più conosciute ci sono quelle a fogliame rosso o rosso porpora (fusco-rubra, rode zellernoot), giallo-dorato (aurea), laciniato (heterophylla), a portamento piangente (pendula), a rami contorti (contorta).
Arboricoltura da frutto
Le prime evidenze della coltivazione del nocciolo in Italia risalgono ai secoli V-IV a.C. riguardano ritrovamenti archeologici in Campania.
In Italia, la coricoltura si è sviluppata nel viterbese (Lazio), nell’avellinese (Campania) nel Monferrato e nelle Langhe (Piemonte), nel messinese (Sicilia). Merita ricordare la singolare consociazione tra noce comune e nocciolo dell’agro nocerino-sarnese in Campania.

In Italia l’industria dolciaria vanta una grande tradizione per la trasformazione delle nocciole che richiede molti quantitativi di prodotto in un mercato dominato dalla Turchia (dalla quale importano anche i gusci delle nocciole per usarli come biomasse per produrre energia elettrica).
Le proposte da parte di alcune aziende per la stipula di contratti di filiera consentono di intraprendere nuove coltivazioni di nocciolo, che offrono il ritiro garantito del prodotto a un prezzo minimo. Una occasione per rimettere a coltura terreni abbandonati, grazie anche al supporto finanziario dedicato di una banca per realizzare gli impianti. Potenzialità si hanno, oltre che nelle regioni tradizionali corilicole, anche in Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Calabria, ovviamente nelle zone adatte.

Per i noccioleti da frutto si impiegano cv selezionate certificate tra cui: Tonda Gentile delle Langhe, Tonda Gentile Romana, Tonda di Giffoni, Tonda di Avellino, Lunga di S. Giovanni, Tombul, Barcelona, Nocchione. E’ in corso il miglioramento genetico e la selezione da parte di vari Enti di ricerca di cloni di particolare interesse produttivo. Il materiale di propagazione che da migliori garanzie di attecchimento sono le barbatelle autoradicate di altezza minima di 100 cm o le barbatelle di 1 anno ottenute da margotta di ceppaia, anche se l’offerta vivaistica é molto ampia. L’impianto del noccioleto prevede una lavorazione incrociata, profonda, con ripper, seguita da lavorazione superficiale a 40 cm e affinamento del terreno. La distanza d’impianto è di 5×5 m (4×4; 6×6 m). Ora ci si stà riorientando verso distanze tra le file da 4 a 6 m, e da 2,5 a 4 m nelle file. Tra le buone pratiche colturali, da eseguire ogni anno, vi sono: la potatura invernale delle branche disseccate, malate, sovrannumerarie, la spollonatura-ripulitura tra maggio e giugno (luglio) per agevolare il passaggio e la raccolta, la concimazione di fondo con ammendanti o concimi organico-minerali in inverno. L’irrigazione (ala gocciolante) può essere necessaria in alcune zone a partire dal mese di giugno e in condizioni di siccità superiori a 30 gg. La raccolta ormai meccanizzata avviene a terra tra la fine agosto e la fine ottobre. La resa media alla sgusciatura è del 45% (Tonda Gentile Romana) comunque compresa tra il 28 e il 50%. La produzione è di 1,5-3,0 t ad ettaro in asciutto che può aumentare con l’irrigazione. Il ciclo produttivo inizia dal 4° anno per raggiungere il massimo intorno al 10° anno, ma in pratica la coltivazione prosegue fino al 30° anno. Il frutto può essere consumato fresco, essiccato o tostato.

La tecnica colturale tradizionale che si praticava nell’ Alta Langa (Bossolasco, Piemonte) prevedeva; l’uso di barbatelle di 1 anno, 2-3 per buca; distanza d’impianto 5×5 o meglio 6×6 m; diradamento nella ceppaia dei polloni seccaginosi; eliminazione dei succhioni tutti gli anni; ciclo colturale di 40 anni.
Tartuficoltura
Altro prodotto di qualità del nocciolo sono i tartufi con cui la pianta vive in simbiosi e in particolare con: Tuber melanosporum, T. aestivum, T. aest. f. uncinatum, T. brumale, T. brumale f. moschatum, T. macrosporum, T. mesentericum, T. magnatum, T. borchii.
Per realizzare gli impianti tartufigeni si usano semenzali di nocciolo di 1 – 3 anni micorrizati con T. melanosporum, T. aestivum, T. borchii, T. uncinatum, T. brumale. La distanza d’impianto varia da 3×3 a 7×6 m, in media 5×4 m. Il sesto può essere in quadro, a quinconce o a siepone (7 m tra le file 2,5 m nella fila). Il periodo migliore per la messa a dimora delle piantine è in autunno rispetto a quello primaverile che può andare incontro a rischi di periodi siccità. Buona norma è dotare la piantagione di impianto di irrigazione.
Selvicoltura
Laddove vi è richiesta, è possibile il trattamento a taglio a raso (ceduo semplice) per piccola paleria, oggetti artigianali, con turni di 10 (15) anni.
Con le ceduazioni si mantiene un bosco a struttura monoplana, dominato dal nocciolo. Diversamente con l’interruzione delle ceduazioni queste formazioni tendono ad una struttura biplana con nocciolo in quello inferiore e altre latifoglie (carpino nero ecc.) nel piano superiore.
Restauro forestale
Nei seminativi abbandonati il noccioleto è da considerare come una cenosi di post-coltura che se non vi sono fattori ostativi, conviene lasciare alla evoluzione naturale. Con l’invecchiamento e la morte delle piante di nocciolo si affermano le specie arboree delle fasi più mature. Tagli generalizzati non fanno altro che mantenere il nocciolo.
Il noccioleto che deriva dalla degradazione della faggeta in seguito ad una eccessiva ceduazione, crea nello stesso tempo le condizioni per l’evoluzione verso il ritorno della faggeta stessa. Per accelerare i processi evolutivi si possono inserire nei vuoti (o creati appositamente), di terreni più fertili, alberi della serie dinamica locale in grado di vincere la competizione con il nocciolo (es. faggio).
Nelle pendici franose o nelle zone degradate si effettua la semina diretta delle nocciole nell’autunno dello stesso anno e nell’inverno seguente. Oppure la messa dimora di semenzali (nocciolo selvatico) di 1 anno o 2 anni allevati a radice nuda: alti 15-25 cm o 30-70 cm con disposizioni irregolari.
Per approfondimenti
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Trotter A. 1951. Il nocciolo (Corylus). Soc. Ed. Dante Alighieri, Roma, Napoli, Città di Castello.
In memoria di Adriano Angerilli
Posted by Roberto Mercurio in Etica on July 3, 2021
Adriano Angerilli, “Generale della Forestale” è morto ad Arezzo il 28 giugno 2021, all’età di 106 anni. Ora riposa a S. Ginesio nelle Marche, suo paese natale.
Come definire quest’uomo. Certo un “Grande”. Per far capire bene, se si prende la scala degli umani di Leonardo Sciascia: uomini, mezzi uomini, omicchi, piglianculo e quaquaraquà, Adriano Angerilli si inquadra senz’ altro nella prima categoria.
Alla competenza tecnica, univa doti umane non comuni. Uomo probo. Di estrema semplicità. Di proverbiale rigore intellettuale. Uomo di cultura: alla laurea in scienze forestali unì quella in lettere una volta in pensione. Lettore infaticabile di tutto. Di coerenza etica ineccepibile. “Verde” ante litteram, sempre a piedi o con i mezzi pubblici, non possedeva una macchina. Dallo stile di vita “frugale” a dir poco, forse “monastico”: due (di numero) castagne potevano bastare per il suo pranzo. Di indiscussa fedeltà allo Stato e all’Italia, che pagò anche con il campo di concentramento. Uno che non faceva sconti ai farabutti e ai fannulloni. Volontario assistente ai malati nell’ospedale di Arezzo una volta in pensione, rifiutando sempre consulenze professionali.
Un aneddoto personale degli inizi degli anni ’80 è sufficiente a dare solidità a queste affermazioni. Come giovane ricercatore all’Istituto sperimentale per la selvicoltura di Arezzo contattai il Dott. Angerilli, allora Capo dell’Ispettorato regionale delle foreste dell’Abruzzo per ottenere l’autorizzazione e il supporto logistico della “Forestale” per i sopralluoghi ad alcuni rimboschimenti e alle parcelle sperimentali di specie esotiche. Ebbene mi dette il primo appuntamento alla sede dell’Ispettorato a l’Aquila alle 22,30. A notte tarda ci congedammo per riprendere il discorso all’indomani. Ovviamente alle 7,30. Dopo aver organizzato la nostra attività ci congedò alle 10 perché aveva in partenza un autobus che l’avrebbe dovuto portare ad Avezzano per un sopralluogo. L’abbigliamento era quello d’ordinanza (per lui): pantaloni alla zuava e scarponi, senza divise, medaglie e pistole. Lui, Capo di un Ispettorato regionale preferiva, per spostarsi, il servizio pubblico anziché l’auto blu con l’autista.
Adriano Angerilli è stato un esempio positivo di burocrate. Ha dato corpo alle leggi a favore della montagna che un altro Grande aretino, Amintore Fanfani, aveva ideato. Per uscire dalla genericità delle affermazioni e capire cosa ha effettivamente fatto bastano i racconti di tanti montanari. Quando era capo dell’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Arezzo (Corpo Forestale dello Stato) era lui, sempre a piedi, a raggiungere le case sperdute, spesso senza strada (tanto che ancora alcuni si muovevano con la “treggia” attaccata a una miccia o a un cavallo). Ai contadini ignoranti e ignari faceva firmare direttamente i “fogli” per poter avere la luce, l’acqua, la strada, richieste di contributi secondo le loro necessità. Sì, un missionario della montagna. Uno che anziché complicare “le carte”, sbrogliava le matasse della burocrazia.
Questa era l’Italia forestale che funzionava. Questi erano gli attori migliori.
Ricordare queste figure fa bene a tutti i forestali italiani e soprattutto alle future generazioni.
Niente è perduto: si può ricominciare, si può voltare pagina.
P.S. Non posso ricordare in questa circostanza chi è stato ad Arezzo il suo collaboratore più stretto e mio “maestro di campo”, il maresciallo Corrado Peruzzi. Grazie. Riposate in pace.
TRIAD zoning: un aiuto alla moderna pianificazione delle risorse forestali
Posted by Roberto Mercurio in Aree protette, Politica forestale e ambientale, Restauro delle foreste e dei siti degradati, Selvicoltura on May 11, 2021
Nella dinamica della gestione delle foreste si sono alternate nel corso del tempo varie fasi. Una prima fase che inizia con la nascita delle scuole forestali (XVIII sec.), incentrata sulla produzione legnosa, poi dagli anni ‘90 del ‘900 comincia la svolta verso un approccio di tipo olistico. A partire dal ‘2000, con un crescendo negli ultimi anni è aumentato l’interesse della società alle foreste e alla partecipazione attiva alle scelte gestionali. Il quadro di interesse si è spostato dalla produzione legnosa alla conservazione della biodiversità, difesa del suolo, lotta ai cambiamenti climatici, tutela del paesaggio, fruizione ricreativa, godimento della spiritualità dei luoghi. Questo nuovo sentire della società è stato sperimentato dalle popolazioni rurali-montane, interessate in primis a un reddito immediato derivante dalla vendita dei prodotti legnosi e non. Infatti già prima della pandemia hanno visto aumentare gli introiti provenienti dal turismo (accoglienza, ristorazione, vendita dei prodotti), attratto da una buona qualità ambientale e dal bel paesaggio, dalla bontà del cibo, dall’aria non inquinata, dalla peculiarità delle acque. Bisogna aggiungere che la società mostra segni di insofferenza per l’incapacità delle amministrazioni pubbliche di far fronte al “dissesto idrogeologico”. Il piagnisteo inconcludente della classe politica, che segue ad ogni catastrofe (annunciata), è divenuto insopportabile ai più.
A livello di pianificazione forestale queste aspettative hanno trovato poca attenzione. Soprattutto per una mala interpretazione del concetto di multifunzionalità delle foreste (recepita dalle normative europea e italiana) quando si è voluta ricondurre a livello di popolamento. Da qui l’imposizione, da parte di varie norme regionali, del rilascio dopo il taglio di piante morte, dell’albero ad accrescimento indefinito, a livello di particella forestale, ed altre amenità del genere con lo scopo di aumentare la “biodiversità”. Al di là della estrema variabilità di applicazione di queste procedure, gli effetti sul piano ecologico sono stati molto modesti. L’unico obiettivo certo, che è stato raggiunto, è stato quello di complicare la gestione forestale e aumentare il contenzioso (a volte molto gravoso per i proprietari, le imprese boschive e per i direttori dei lavori disattenti).
TRIAD ( o zonizzazione funzionale) è una proposta di gestione per mediare i diversi interessi della società. Una idea che nasce nel contesto forestale nord-americano agli inizi degli anni ’90 che segna la svolta della gestione delle foreste del Nord-Ovest. Nella sua formulazione originaria prevedeva una triplice zonizzazione, distinguendo tre differenti obiettivi e priorità: produzione legnosa, conservazione e una gestione volta ed emulare i disturbi naturali (New Forestry). In pratica l’individuazione delle “zone omogenee” voleva enfatizzare il “ruolo”, a seconda della tipologia e della funzionalità, della foresta.
Una sfida di tipo quali-quantitativo che implica una capacità nello scegliere quali parti delle foreste possono essere destinate a un uso anziché un altro, quale quota di superficie loro assegnare, e in che proporzione bilanciare i rapporti tra le diverse zone. Un approccio che non è diverso da quello usato in campo urbanistico: la città viene divisa in zone residenziali, industriali, commerciali, senza mescolare le funzioni, per non renderla invivibile.
Questo approccio gestionale non prendeva in considerazione le foreste degradate e quindi da restaurare che invece si pone in Italia (e non solo).
Quindi in Italia lo schema di zonizzazione potrebbe essere riletto in questo modo: zone con funzione produttiva (dove si ottimizza la produzione di legno), zone con funzione conservativa (dove si mantiene-migliora la biodiversità e il funzionamento dei processi naturali), zone da destinare al restauro forestale.
Il tema della gestione delle foreste ormai esula e travalica gli ambiti strettamente forestali.
In Italia la pianificazione forestale é rimasta “al palo” non solo in termini di superficie (solo il 18 % della superficie forestale dal RDL 3267/1923!) ma anche di idee innovative (i vecchi piani di assestamento distinguevano al massimo la foresta con funzione produttiva da quella con funzione protettiva) e ora si deve colmare in fretta questo gap culturale, pena la esclusione dei forestali dai momenti pianificatori.
Il futuro della pianificazione forestale e in particolare quello a livello di paesaggio non appare “sgombro da nubi”. Uno spiraglio potrebbe essere rappresentato dai Piani Forestali di Indirizzo Territoriale (di cui al decreto attuativo del TUFF- DL 34/2018- nello specifico l’art. 6 comma 3-6) che dovrebbero evidenziare le “funzioni prevalenti” (funzione di protezione diretta, funzioni naturalistiche e per la conservazione della biodiversità e del paesaggio, funzione produttiva del legname e altri prodotti, funzione sociale e culturale). Questa proposta, come evidente disattende ancora una volta, il tema del restauro delle foreste degradate. A parte questa “piccola svista” bisogna vedere se, e in che misura, troverà applicazione da parte delle Regioni, non dimenticando il groviglio di competenze pianificatorie di Ministeri diversi (MiBACT, MATTM) e la subordinazione ai piani di gestione delle aree protette.
La pregressa esperienza della protezione-zonizzazione su quattro livelli delle aree protette (L.394/1991 art. 12) non è stata esaltante. Chi conosce la realtà delle aree protette meridionali sa benissimo che a fronte di una ampia superficie destinata a “riserva naturale integrale” non sempre ha fatto seguito una gestione mirata e un controllo accurato: la densità dei cercatori “di tutto” (funghi, ecc.) e degli escursionisti “di ogni tipo” (a piedi, a cavallo, in bicicletta, in moto, in quad) è spesso superiore a quella delle aree libere. Inoltre, non va dimenticato che le aree protette italiane interessano molte proprietà private che devono sostenere il peso di norme applicative non sempre “ragionevoli” quanto opinabili nelle varie zone, che mal si conciliano con l’operatività, con la sostenibilità economica e sociale e che limitano le scelte imprenditoriali innovative.
Una pianificazione a grande scala richiede una “regia” che attualmente è difficile da intravedere. Accettare il sistema attuale che si basa sull’istituto regionale, significa andare incontro, nel migliore dei casi, a una disparità nell’attuazione e nei risultati tra le regioni più virtuose e quelle meno virtuose (per usare un eufemismo). Da qui la necessità di ri-centralizzare e unificare la goverance delle foreste sotto una unica autorevole istituzione, anche da questo punto di vista.
La transizione ecologica comincia prima dalle idee e poi dalla riforma delle istituzioni.
Per capire meglio l’argomento
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Alberi, Vigneti, Cantine, Paesaggi d’Autore
Posted by Roberto Mercurio in Dendrologia, Paesaggio on May 1, 2021
Vites maxime gaudent arboribus, quia naturaliter in sublime procedunt, tunc et materias ampliores creant et fructum aequaliter percoquunt. Hoc genus vitium arbustiuum vocamus (Columella, De Arboribus, IV).
Alberi come tutori della vite, come produttori: di pali per sostenere i filari di viti, di legacci per annodare le viti ai fusti e ai fili e per fabbricare panieri, di legnami pregiati per costruire vasi vinari, di sughero per chiudere le bottiglie di un buon vino.
Molti sono gli alberi che sono abbinati alla coltura della vite e per questo sono stati diffusi fino dall’epoca romana al di fuori del loro areale primario per seguire la coltivazione della vite.
Alberi vivi tutori della vite
Nel sistema di allevamento che risale agli Etruschi sono coinvolti prima di tutto l’acero campestre, poi l’orniello, l’olmo campestre, il pioppo.

Paleria per vigneti
Il castagno era preferito ad ogni altro legno per palo da vite perché si acconcia facilmente e dura a lungo (Plinio e Columella tra i sostenitori).

Il cipresso: “I pali che s’hanno a eleggere per le viti sono vantaggiati d’arcipresso e d’ogni legno che regga all’acqua e non marcisca” (Soderini Viti, 35)
Il ginepro: “il ginepro è buono per travate all’aere, come per pali e pergole per viti” (Soderini , Agricultura, 116)
In mancanza si usava anche l’acero campestre e l’orniello.
Legacci per la vite
Salice da vimini. Catone il Censore (234 – 149 a.C.) suggerisce, nell’acquisto di un buon podere, di dare importanza prioritaria alla vite e quindi, prima dell’olivo, alla coltivazione dei salici per produrre i vimini necessari per le legature dei tralci.

Cerchie da botti e barili
Cesti e panieri di varie forme e capienze (cistelle, corbelli, corbellini) per raccogliere l’uva: castagno, ciliegio.
Vasi vinari
Bigoni: castagno, gelso.

Tini: rovere, farnia, castagno.
Mastelli: castagno, gelso.
Torchi, Strettoi, Viti
Le vinacce, raccolte dal fondo del tino, venivano poste in uno strettoio con la gabbia di legno di castagno, nel quale venivano poi spremute, azionando a mano la vite dello strettoio (di sorbo o di leccio).
Vasi vinari per la conservazione e l’invecchiamento
Botti per vino: rovere e farnia sono le specie di eccellenza. Nel Chianti si faceva uso anche della roverella. Altri legnami venivano usati: gelso, ciliegio, cerro, olmo.
Barili: farnia, gelso
Barriques per vino: rovere

Botti per grappa: pero
Botti per aceto: frassino, ginepro
Caratelli per vin santo: castagno, rovere con doghe di ginepro.
Tappi di sughero
Non si può terminare questa rapida carrellata con la sughera: solo un buon tappo di sughero accompagna un vino di qualità. Dove la sughera trova difficoltà di vegetazione, il riferimento nelle sistemazioni paesaggistiche, é il cerro- sughera specie autoctona della Toscana.
Nella scelta delle specie arboree per una ambientazione paesaggistica bisogna tener presente che non si tratta di creare una collezione botanica (un elenco pedissequo di specie legate al vino) ma che si possono usare, nei modi opportuni, entità affini di maggiore interesse estetico (effetto wow).
Agli alberi segue il corteggio degli arbusti che li accompagnano in natura a cui si può fare riferimento, ma non solo, ci sono erbacee perenni che per i colori richiamano il vino: Echinacea purpurea ‘Vintage wine’.
La viticoltura sta cambiando pelle. Celebrati architetti disegnano nuovi vigneti e nuove cantine, vere e proprie opere d’arte, tanto da divenire centri culturali (mostre, Meet & Talk), richiami turistici oltre che spazi di degustazione e di commercializzazione. In Toscana non mancano gli esempi, https://www.winearchitecture.it/it, https://www.cinellicolombini.it/forum/le-cantine-dautore-in-italia/.

Va da sé che si pone il problema della ambientazione paesaggistica per quelle strutture tecniche particolarmente impattanti. Ma c’è bisogno anche di una valorizzazione dell’immobile, sempre di alto pregio. Di una “Creative new art” che traghetti il progetto fuori dalla banalizzazione dell’uso del “green”. Oltre a un disegno di buona qualità, é quasi d’obbligo l’uso degli alberi legati al processo produttivo del vino anche di grandi e medie dimensioni per un effetto estetico immediato.

Sì, si può raffinare ulteriormente l’ambientazione paesaggistica, dal momento che si impegnano ingenti risorse.
Una spinta in più per riavviare, quanto prima, le prossime visite.

Per approfondire
AA.VV. 2004. I paesaggi del vino, Atti del Convegno (Perugia, 6-8 febbraio 2004), a cura di L. Gregori, L. Melelli. Perugia, Università degli Studi.
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Vivas N. 2003. Dalla quercia alla botte. Stato dell’Arte. Eno-one Reggio Emilia, pp. 206.
Il pino mugo nell’ Appennino: una gestione integrata
Posted by Roberto Mercurio in Aree protette, Dendrologia, Restauro delle foreste e dei siti degradati, Selvicoltura on April 19, 2021
In Italia sono presenti due sottospecie di Pinus mugo Turra
– Pinus mugo Turra subsp. Mugo (pino mugo)
– Pinus mugo subsp. uncinata (Ramond ex DC) Domin. (pino uncinato)
Nell’Appennino si trova solo il pino mugo (Pinus mugo Turra subsp. mugo), una conifera dal portamento arbustivo (prostrato) socievole, a chioma ovale non molto folta che può raggiungere, 2-3 (5) m di altezza.
La fruttificazione comincia per tempo, tra 6 e 10 anni d’età, e si ripete abbondante tutti gli anni.

I coni maturano alla fine del secondo anno e disseminano nella primavera successiva rimanendo aperti sulla pianta fino a 20-30 anni. La germinazione dei semi é elevata (75-98%).

Il sistema radicale è piuttosto superficiale, diffuso orizzontalmente, molto ramificato, con singole radici che possono penetrare negli interstizi e approfondirsi.
L’area naturale va da (500-1200) 1500 a 2300 (2700) m, nelle Alpi e nell’Appennino abruzzese (con segnalazioni anche in quello emiliano e toscano). Una specie tipica dell’Alpinetum come dicevano i vecchi forestali.
In Abruzzo le mughete si distinguono quelle tra 1800 e 2000 m (Polygalo chamaebuxus-Pinetum mugo da quelle fino a 2500 m (Orthilio secundae-Pinetum mugo) http://vnr.unipg.it/habitat/cerca.do?formato=stampa&idSegnalazione=58
In Abruzzo è segnalato l’Habitat 4070*: Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (Mugo-Rhododendretum hirsuti).

Il pino mugo si colloca al di sopra della fascia del faggio e rappresenta una delle principali componenti delle vegetazione naturale potenziale della fascia subalpina dell’Appennino centrale. Costituisce quella cintura di vegetazione chiamata “krummholz” dove, a causa della rigidità dei fattori climatici (vento, neve, gelo), le piante non riescono a mantenere la forma eretta.
La mugheta in ambiente calcareo rappresenta una stadio maturo della vegetazione per blocco edafico.
Dalla degradazione della mugheta (per incendio, per pascolo, ecc.) si passa in ambienti decalcificati ai nardeti o ai rodoreti o ai vaccinieti.
Il pino mugo é stato impiegato anche nei rimboschimenti a scopi protettivi al di sopra del limite del faggio a contatto con i pascoli secondari.

Un prezioso colonizzatore dei terreni più ingrati e difficili, quali sono i depositi detritici delle Alpi calcaree e dolomitiche, dove svolge un’importante funzione di miglioramento. Il pino mugo é meno frequente nei substrati silicei.
Esigente di luce come tutte le specie colonizzatrici. Il pino mugo è uno specialista delle situazioni estreme per l’elevata resistenza al vento e alla neve, agli sbalzi termici e alle basse temperature.
L’accrescimento è lento. Il pino mugo si sviluppa in formazioni abbastanza chiuse.
Le mughete, non sono più sottoposte a trattamenti selvicolturali come in passato. Può rimanere l’interesse per la legna da ardere ma ancor più per la fronda (gemme, aghi e rametti) da mugolio (liquido oleoso e profumato impiegato in farmacia). Le gemme si usano anche per la grappa al pino mugo.
La mugheta è attualmente in espansione per cause antropiche e climatiche, verso i pascoli abbandonati, ma anche verso le superfici potenzialmente idonee allo sviluppo del faggio.
Le mughete sono considerate, da alcuni, indispensabili ai fini protettivi perché trattengono la neve e impediscono la formazione di valanghe, mentre invece, secondo altri, favorirebbero le valanghe per lo “scatto” verso l’alto dei fusti dalla coltre nevosa che la smuoverebbe.
Le mughete hanno senza dubbio un interesse estetico e quindi sono da conservare anche per questo motivo.
Il pino mugo è una specie di riferimento per il restauro delle aree erose dell’Appennino e per la stabilizzazione delle falde detritiche calcaree.
La semina diretta è l’opzione migliore ma si usano anche i trapianti.
Al pino mugo si possono accompagnare (con disegni d’impianto un pò elaborati) altre specie presenti, ad esempio nell’Appennino abruzzese: ginepro nano (Juniperus communis var. saxatilis), uva orsina (Arctostaphylos uva-ursi), sorbo alpino (Sorbus chamaemespilus).
Con appropriati interventi é possibile accelerare le dinamiche naturali della mugheta (laddove sussistono le condizioni) verso la faggeta,
Nelle aree di interesse agro-silvo-pastorale e in particolare nelle aree protette, è da valutare bene il rapporto mugheta-pascolo prima di intraprendere una linea di gestione della mugheta.
Per approfondimenti
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Ambientalismo pragmatico
Posted by Roberto Mercurio in Politica forestale e ambientale on March 31, 2021
E’ il fatto nuovo degli ultimi giorni: Mario Draghi, Claudio Cerasa, Giorgia Meloni stanno parlando, pur con sfumature diverse, di ambientalismo pragmatico.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi in modo autorevole ha detto al Senato: “proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo”.
Down quindi per l’ambientalismo Old Style che abbiamo visto fino ad ora. A dire il vero le prime avvisaglie in senso pragmatico e realistico si erano già lette negli scritti di ambientalisti di lungo corso da James Lovelock a Chicco Testa, per non parlare di Bjorn Lomborg.
L’altro fatto nuovo è che anche la Destra “vincente” di Giorgia Meloni usa questo linguaggio pragmatico, mandando in soffitta un vecchio cliché che ha visto la Destra tradizionale etichettata (a ragione) come allergica e scettica se non negazionista, ai temi ambientali.
Come sintetizzare e caratterizzare questo nuovo approccio? L’elemento diversificante è il ruolo dell’Uomo. L’ambientalismo Old Style da George Perchins Marsh fino a Greta Thumberg, attraverso E.O. Wilson, ha sempre visto l’Uomo come il nemico dell’ambiente, da cui guardarsi. Secondo una lettura della storia dell’ambiente “eccessiva” e non sempre reale. Da qui le campagne contro la natalità, la caccia, la pesca, l’agricoltura, la selvicoltura, la guerra al trasporto aereo, la proposta di creare di grandi aree selvagge senza l’uomo e via dicendo. L’Occidente grasso e smarrito doveva identificarsi e convergere su “qualcosa” una volta venuti meno i grandi ideali della religione e della politica. Doveva dare un senso nuovo alla vita. Doveva costruirsi un “vitello d’oro” a cui rendere culto, assumendo le sembianze dell’ecologismo.
Ora gli ideali della New Left americana degli anni ‘60 che hanno tanto condizionato il mondo della cultura, della politica e della società nei suoi comportamenti anche in tema di ambiente, stanno perdendo colpi.
Forse si comincia ad uscire dal “politicamente corretto” imposto dalle lobby ambientaliste su cui si sono incrociate burocrazie internazionali e potentati economici, politici e uomini di cultura, attori e comparse. Ipotecando per cinquanta anni le politiche e leggi sull’ambiente di molti Paesi.
Spesso ci si è lamentati che non si sono ottenuti risultati significativi ad esempio nella lotta al riscaldamento climatico, come mai le cosiddette “evidenze scientifiche” e le soluzioni proposte sono cadute nel vuoto? Insensibilità ai temi ambientali, analisi sbagliate o soluzioni impraticabili?
Il nuovo ambientalismo che si delinea all’orizzonte ha un piglio decisamente diverso, realista e non autolesionista, e propone di coniugare difesa del’ambiente in tutte le sue sfaccettature (lotta all’inquinamento, conservazione della biodiversità ecc.) con il soddisfacimento dei bisogni dell’Uomo.
Che sia necessaria una transizione in senso “ecologico” del sistema produttivo é fuori di dubbio, porre asticelle (targets) troppo alte, significa esporre la società al rischio di cadute rovinose.
La questione ambientale esiste, ed è nota da almeno 60 anni, ma va riletta in senso pragmatico e realista.
E’ davvero iniziato il tramonto delle ideologie ambientaliste? Si stanno aprendo gli spazi per approcci pragmatici? Forse é finito il “tempo dei colori” per accreditare autorevolezza e consenso politico e condizionare le scelte dei consumatori. Forse si è capito che “non importa il colore del gatto ma che sappia prendere i topi”.
Forse stanno perdendo credibilità e consensi i grandi affabulatori del “verde”.
Forse si sta voltando pagina.
Forse sta cambiando il linguaggio. Forse nuove parole stanno entrando nella scena mediatica e semmai anche nella politica ambientale: bene comune, coesione sociale, solidarietà, benessere sociale, paesaggio-opera-magistrale-dell’uomo, uso responsabile dei beni e delle risorse?
Pasqua significa “passaggio”: siamo di fronte ad un passaggio epocale dell’ambientalismo?
Per leggere qualcosa di diverso sull’ambientalismo:
Cerasa C. 2021. Difendere l’ambiente ma con l’agenda di Draghi non con l’agenda di Greta. Il Foglio, 29 marzo 2021.
Draghi M. 2021. Discorso programmatico del Presidente del Consiglio in occasione del voto di fiducia al Senato della Repubblica,17 febbraio 2021.
Galli della Loggia E. 2021. La destra moderna che serve. Corriere della Sera, 29 marzo 2021.
Giubiliei F. 2020. Conservare la Natura. Perché la natura é un tema caro alla destra e ai conservatori. Giubilei Regnani, pp. 316.
Meotti G. 2019. L’ecologismo, una religione occidentale. Il Foglio, 9 settembre 2019.
Testa C. 2020. Elogio della crescita felice. Contro l’integralismo ecologico. Marsilio, pp. 128.