Selvicoltori e lupi          

Si racconta che un noto ambientalista italiano in visita in Aspromonte (Calabria) parlasse del lupo con la guida che lo accompagnava, e in particolare del suo carattere. All’improvviso comparve un pastore di capre e, senza premesse, il noto ambientalista, fece tradurre al pastore in grecanico (lingua che si parla nel versante ionico dell’Aspromonte) cosa ne pensasse del lupo (riferendosi al carattere) ma il pastore equivocando rispose accompagnandosi con un gesto possibilista della mano che “con le patate poteva andare bene”. Questo aneddoto per introdurre alla contrapposizione atavica tra pastori e lupi. Ma non solo in Calabria. Si pensi ai lupari abruzzesi (cacciatori professionisti di lupi), come documentato dal film Uomini e Lupi (1957) di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona girato tra Scanno e Pescasseroli dopo le memorabili nevicate del 1956 (nota personale: avendo vissuto un po’ di tempo a Bisegna e in particolare in quell’inverno ebbi modo di comprendere il significato del rapporto tra i pastori e i “tanti” lupi).

Poi le cose sono cambiate con la crisi della pastorizia, l’esodo, il boom economico e le politiche ambientaliste con gli innumerevoli appelli in difesa del lupo (cfr Pedrotti F, Orsomando E. Strage di lupi nei Monti Sibillini, Natura e Montagna s. III, a. X, n. 2, 1970, p. 26.; Francisci F. Il lupo in Italia: le uccisioni continuano, Natura e Montagna a. XXXV, n. 3, 1988, pp. 13-15).

La popolazione dei lupi tocca il minimo di 100 esemplari negli anni ’70), e ora in Italia ci sono 2000 lupi (numeri un po’ superiori a quelli segnalati in un recente convegno di ISPRA 2018- http://www.isprambiente.gov.it/it/events/Verso-un-piano-nazionale-di-monitoraggio-del-lupo) e, da non dimenticare, 700.000 cani randagi e ibridi.

Per completare l’analisi bisogna aggiungere che le politiche lobbistiche e poco accorte hanno favorito l’enorme incremento ed espansione delle popolazioni di ungulati (cinghiali, caprioli, cervi, daini), attraverso semplicistiche “ripopolazioni”.

Oggi si delinea a un quadro complesso nei territori montani per la poliedricità degli interessi.

Ci sono gli allevatori (pochi) che vedono nel lupo un importante predatore dei loro animali, in grado di compromettere le loro risorse economiche e che sollecitano interventi e risarcimenti.

Gli agricoltori che parimenti vedono penalizzata qualsiasi coltura da cinghiali, tassi, istrici, ecc., dissestato il suolo e le sistemazioni del terreno, che recintano per quanto possibile i loro appezzamenti per salvare un po’ di raccolto. E che anche loro sollecitano interventi e risarcimenti.

Gli ambientalisti che plaudono alla presenza del lupo, quale predatore spesso all’apice della catena alimentare in grado di controbilanciare (in teoria) l’espansione degli ungulati.

Gli escursionisti che temono lupi e cani randagi.

I selvicoltori che verificano quotidianamente anche al di fuori delle aree protette come sia divenuta impossibile qualsiasi attività selvicolturale legata alla rinnovazione gamica o agamica dei boschi a causa dei danni da ungulati, quindi la predazione di castagne e di funghi, la diffusione di zecche e via di seguito.

Se non si rivedono (alla svelta) le politiche della gestione degli ungulati, della caccia e delle oasi di protezione, il selvicoltore non può che affidarsi al lupo se vuole sperare in un contenimento della popolazione degli ungulati e salvaguardare la sua attività. Infatti, per ora, solo il lupo può cacciare gli ungulati senza vincoli, anche nelle aree protette.

Inutile dire che qualsiasi azione di restauro forestale o ecologico che dir si voglia è impossibile con gli alti carichi di ungulati.

 

 

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Il valore culturale delle pinete litoranee

Le pinete litoranee di pino domestico (Pinus pinea L.) hanno un’origine storica che risale al periodo Romano e che si sono conservate nel corso dei secoli per il loro interesse economico e protettivo. Tanto da divenire per la costa toscana un elemento identitario, come rappresentato dal movimento pittorico dei Macchiaioli.

Con l’affermarsi della cultura ambientista, e la perdita della funzione produttiva (essenzialmente pinoli anche se rimane l’interesse per il legno, i tartufi, e il miele) si è dimenticato il significato originario.

Oggi il tema della gestione delle pinete è di viva attenzione e urgenza, per due motivi: 1) di ordine biologico, legato all’abbandono e all’invecchiamento delle pinete, alle crisi ecologiche locali (erosione costiera, variazioni e salinizzazione del livello di falda, aerosol marino inquinato, comparsa del cimicione del pino, ridotta manutenzione dei canali di bonifica, invasione di robinia e ailanto, ecc.).; 2) di ordine sociale, legato alla sicurezza, attraverso le vicende della cronaca delle pinete litoranee si potrebbe tracciare una mappa del malaffare: rilascio di rifiuti, incendi, prostituzione, insediamenti abusivi di immigrati non in regola, abusi edilizi, sepolture illegali, diffusione di animali domestici inselvatichiti, abbandono della gestione corsi d’acqua, ecc.

L’argomento non può essere affrontato alla maniera dei Guelfi e dei Ghibellini, né con appelli, sottoscrizioni e raccolte di firme ma con lucidità professionale.

Nel frattempo le contrapposizioni hanno generato l’inazione, e l’abbandono culturale ha portato alla diminuzione della superficie delle “pinete pure” e alla crescita esponenziale delle “pinete miste con latifoglie”.

Grazie ad una lodevole iniziativa dell’Accademia dei Georgofili si è tenuta una giornata di studio “Le pinete litoranee come patrimonio culturale” presso la Sala Gronchi nel Parco Naturale di Migliarino, S. Rossore e Massaciuccoli (Pisa) il 25 gennaio 2019. Una lettura “nuova” del bosco, quella culturale (che si può scomporre in termini di estetica, paesaggio, tradizioni colturali, religiosità ), a cui speriamo se ne aggiungano altre come quelle del degrado e del restauro dei boschi.

L’argomento del valore culturale è complesso, qui si vuole porre la questione nei termini della gestione o meglio del trattamento selvicolturale.

Come é stato ricordato dai relatori, il tema è sempre stato oggetto di contrapposizioni e conflittualità, e proprio nell’allora Tenuta Presidenziale di S. Rossore, si consumò lo strappo agli inizi degli anni ‘80 tra l’Accademia Italiana di Scienze Forestali nella persona del Prof. Mario Cantiani, segretario generale della stessa Accademia e autore del Piano di assestamento della Tenuta e l’allora direttore della Direzione Generale dell’Economia Montana e Foreste Dott. Alfonso Alessandrini (sostenuto dalla gran parte del mondo ambientalista) facendo decadere la logica del taglio a raso e della rinnovazione artificiale posticipata su cui si era basata per secoli la gestione della pineta.

Tenuta Presidenziale di S. Rossore, taglio a raso con rinnovazione artificiale posticipata (1984)

Ebbene quel tipo di gestione determinava una pineta pura, monoplana a livello particellare, ma multiplana a livello di compresa in cui si alternavano particelle di diverse classi cronologiche e altezze. Questa impostazione costituiva un punto di forza sul piano produttivo, estetico, della fruizione turistica e della prevenzione antincendio.

Ora per conservare il valore culturale e mantenere le pinete monospecifiche e monoplane senza (o parziale) sottobosco non si può fare a meno del taglio a raso con rinnovazione artificiale posticipata, e se si fa riferimento alle pinete litoranee della Toscana settentrionale, al modello di Biondi e Righini (1910) concepito per privilegiare la produzione di frutto, ora semmai riletto in chiave estetico-percettiva. Bene inteso nelle aree ecologicamente adatte al pino (pineta dunale a leccio, pineta dunale mesomediterranea, pineta dunale termomediterranea), diversamente la pineta sarà oggetto di rinaturalizzazione.

Oltre al significato storico-culturale, questo è il modello di bosco più apprezzato dai fruitori sul piano psicologico, della funzionalità (percorribilità) e della sicurezza.

Sul piano gestionale-applicativo significa creare delle corsie preferenziali di trattamento per i boschi in cui viene riconosciuto il valore culturale (creando ad esempio un silvomuseo) da coniugare con le normative nazionali che vietano il taglio a raso, e in particolare con il Codice Urbani (D.lgs 42/2004, art 142, 149) (in quanto il taglio a raso non rientra tra i tagli colturali), le norme di gestione dei SIC e dell’Habitat prioritario 2270*: Dune con foreste di Pinus pinea e/o Pinus pinaster e lo stesso TUF D.lgs 34/2018 (art. 7).

Mentre il Regolamento Forestale della Toscana (D.P.G.R. 5 maggio 2015, n. 53/R) ammette all’art 37 comma 2 il taglio raso nel caso in cui “siano motivati da interesse pubblico e in particolare da finalità paesaggistiche quando il taglio a raso costituisce l’unico intervento selvicolturale di utilizzazione idoneo a mantenere una determinata tipologia di fustaia di particolare rilevanza storica, ambientale e paesaggistica”. E nel comma 3 specifica che i tagli “devono avere estensione non superiore a 3 ettari” e “devono essere distribuiti nello spazio al fine di evitare contiguità tra le tagliate prima di cinque anni. La contiguità è interrotta dal rilascio di fasce boscate di almeno 100 metri di larghezza”.

Ovviamente sono possibili anche altri modelli colturali di riferimento, ad esempio quello della Pineta Granducale di Alberese (Maremma toscana), ma ai fini culturali, ognuno dovrebbe essere applicato nella zona in cui è stato concepito e si è affermato.

 

Riferimenti bibliografici selezionati attinenti al tema dei valori culturali delle pinete di pino domestico in Italia

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A proposito dei valori culturali delle aree protette

Si prende ad esempio un manufatto ancestrale per porre un interrogativo di carattere più generale nella gestione delle aree protette.

A’ praca (espressione calabrese che significa pietra piatta) è una trappola primordiale a schiaccia che risale alla notte dei tempi. È costituita da due pietre piatte tenute in bilico da tre pezzi di legno abilmente foggiati: femmina, maschio e spada (dove viene inserita l’esca), incastrati tra loro da mani esperte.

L’esca è costituita da una ghianda, un frutto selvatico o da un verme a seconda che la preda prescelta sia un ghiro o un topo o un uccello. La trappola viene “armata” sui rami di un albero (ghiri, uccelli) o a terra (topi). Quando l’animale tocca l’esca, la pietra superiore cade e imprigiona la preda.

Strumento geniale, semplice, efficace, di nessun costo e di nessun effetto collaterale.

La domanda è: se questa attività fosse ancora praticata in un’area protetta si dovrebbero distruggere questi manufatti (trappole)  e perseguire gli autori in quanto attività venatoria illegale? Oppure, con una visione più ampia sulla realtà dei parchi italiani (molto segnati dalle millenarie attività umane), “regolamentare” questa attività per conservare una cultura ancestrale (TEK: Traditional Ecological Knowledge), unica e irripetibile?

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Il post-incendio sui Monti Pisani (Toscana)

L’incendio che si è sviluppato per tre giorni alla fine di settembre sui Monti Pisani ha coinvolto emotivamente larga parte della popolazione, come provano le numerose iniziative sorte dal “basso” (raccolte di fondi, cene di beneficenza, il progetto “Gli occhi sul bosco”, ecc.) per aiutare coloro che sono stati danneggiati e per prevenire nuovi eventi disastrosi. Un bell’esempio di solidarietà e di civiltà.

Il fuoco ha interessato da 1000 ettari (secondo la Prefettura)  a 1400 ettari di bosco (secondo la Regione Toscana). Le tipologie dominanti interessate dal fuoco sono state le pinete di pino marittimo, i castagneti e in minor misura gli oliveti.

Gli uffici regionali sulla base delle rilevazioni satellitari, hanno stimato che per la ricostituzione dei quasi 1400 ettari bruciati serviranno 8,5 milioni di euro.

Tempestivi sono stati i lavori di “bonifica” (peccato che ancora si continui ad adoperare il linguaggio delle vecchie pratiche burocratiche, ascientifico, ma si può sempre migliorare). I primi lavori di rimozione del materiale bruciato soprattutto lungo le strade, e la realizzazione di barriere antierosione sono cominciati agli inizi di ottobre e si completeranno entro il 31 dicembre di quest’anno per un importo di 800000 euro. Altri interventi riguarderanno misure puntuali di difesa idrogeologica essendo l’area bruciata a monte di centri abitati. Un primo passo, prima che il tempo, le dinamiche naturali e l’aiuto dell’uomo possano ricucire il guasto ambientale e paesaggistico.

A questi primi interventi dovrebbe seguire un costante monitoraggio delle dinamiche vegetazionali e l’adozione delle misure che, al momento, si riveleranno più opportune. E’ presumibile che il pino marittimo ritornerà copioso come prima nelle zone bruciate essendo una specie eminentemente colonizzatrice e pioniera, perché rimangono ancora molte piante in grado di disseminare e le latifoglie emetteranno, come già stanno facendo, nuovi e vigorosi ricacci.

Di per se stesso non esistono misure preventive efficaci in assoluto, sia selvicolturali che il fuoco prescritto, per prevenire gli incendi: se l’uomo vuole appiccare il fuoco (gli incendi naturali sono rarissimi) sa bene quando, come e dove farlo. Anche i fatti accidentali sono imprevedibili e incontrollabili.

Invece, proprio nel caso dei Monti Pisani, un buon riassetto del territorio, giocato da oliveti e castagneti da frutto coltivati, potrebbe contribuire a ridurre l’estensione degli incendi e a favorire le azioni di pronto spegnimento del fuoco. La copiosa fonte di dati disponibili (di archivio, analisi GIS delle dinamiche della vegetazione, studi della vegetazione, statistiche degli incendi passati, ecc.) rendono possibile un lavoro sul territorio puntuale di ampio respiro. Se ovviamente ci saranno volontà e finanziamenti disponibili.

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Il Gingko biloba: bellezza e salute

Il Gingko biloba L. comunemente noto in Italia come gingo, é un albero originario della Cina, di cui uno degli ultimi rifugi è nello Zhejiang.

Molto noto per le sue proprietà curative, infatti si ritrovano descrizioni nella medicina cinese risalenti al 2800 a.C.; e perché considerato albero sacro in Cina e Giappone.

Nonostante sia una caducifoglia è inquadrata tra le Gimnosperme: i semi non sono protetti dall’ovario.

Nel 1694 il geografo Engelbert Kaempfer a seguito ad un viaggio in Giappone rilevò che la specie risaliva al Cretaceo e che si era mantenuta immutata grazie anche alle sue forme riproduttive, da qui l’appellativo di “fossile vivente”.

Il gingo viene conosciuto in Europa solo dalla prima metà del Settecento e in Italia l’importazione risale al 1750 (Padova)-e al 1770 (Milano).

Raggiunge un’altezza di 30 m, e la chioma arriva fino a 9 m. Specie longeva, supera i 2000 anni.

E’ importante sapere, soprattutto ai fini colturali, che si tratta di una pianta dioica, cioè che le strutture riproduttive  maschili e femminili sono separate su piante diverse.

La maturità sessuale avviene intorno ai 20 anni.

Le femmine producono semi, rivestiti di un involucro carnoso, dall’odore sgradevole quando sono maturi (per liberazione di acido butirrico) che cadono nell’ autunno inoltrato e per tutto l’inverno. I semi sono commestibili previa torrefazione.

Le piante si possono riprodurre per seme. Nel caso di piantagioni ad alta densità per scopi farmaceutici (raccolta foglie) sia per semina diretta che piantagione di semenzali. La riproduzione asessuata avviene essenzialmente per innesto (o per margotta o per talea) per propagare gli individui  maschi a scopi ornamentali.

Albero di notevole pregio estetico per la chioma.

Le foglie a forma di ventaglio sono verdi in primavera e giallo-dorate in autunno: in particolare il massimo splendore si ha quando alla fine di novembre, tutte le foglie ingialliscono contemporaneamente. Per questo è una delle principali piante ornamentali in Cina e Giappone e in molti altri Paesi.

Il legno, giallastro, non è di buona qualità.

Eccezionale resistenza ai parassiti, alla siccità e alle basse temperature (-34 °C) e all’inquinamento atmosferico, al riguardo si dice che le piante di gingo abbiano ripreso molto bene in seguito all’esplosione delle bombe atomiche di Hiroshima.

Preferisce posizioni soleggiate. Si adatta a tutti i tipi di terreno, ma prospera in terreni  non asfittici, neutri o leggermente acidi.

Si riconoscono diverse CV ornamentali tra cui: ‘Laciniata’, ‘Macrophylla’, ‘Variegata’ e ‘Pendula’.

A fini ornamentali il miglior impiego è nei viali con piante distanti 7-8 m, ovviamente individui maschi, e come quinte frangivento. Rimarchevoli sono anche gli individui isolati, anche di notte se ben illuminati.

Non sono necessarie potature, anzi i rami tagliati disseccano e possono provocare la morte della pianta intera.

Necessitano invece specifici moduli colturali ad alta densità, finalizzati alla raccolta delle foglie ad usi  farmaceutici. A tal riguardo in Cina si trovano i più grandi (e nemmeno a dirlo, economici) produttori di foglie di gingo.

 

Per approfondimenti

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Il foliage nei boschi

Foliage, una parola magica (con pronuncia diversa se francese o inglese) che significa il cambio di colore delle foglie e la loro caduta (viraggio dovuto alla perdita di clorofilla e all’affermazione degli altri pigmenti e alla filloptosi, o caduta delle foglie, per liberarsi di organi che in inverno non sono più necessari) che sta entrando nel linguaggio comune italiano. Sulla scia di quello che succede nella fascia delle foreste temperate nord-americane anche in Italia si va diffondendo, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, l’abitudine di visitare le foreste in autunno per ammirarne la loro bellezza, fotografando, dipingendo o semplicemente passeggiando e raccogliendo sentimenti di ammirazione, stupore o di malinconia.

Liquidambar styraciflua (American sweetgum) una delle componenti più appariscenti in autunno nelle foreste americane

Ci sono guide botaniche americane con alcune chiavi di riconoscimento degli alberi basate sul viraggio del colore delle foglie in autunno.

Un modo anche per riappropriarsi delle stagioni dal momento che i supermercati ci hanno fatto perdere le cadenze stagionali.

Riguarda ovviamente i boschi la latifoglie ma anche, unica eccezione, il larice tra le conifere nostrane.

Lo sapeva bene un forestale tedesco, durante il regime nazista, che volle sfruttare il viraggio giallo del larice per realizzare il simbolo del suo credo politico, in pratica disegnò una svastica con allineamenti di larice contornato da abete rosso. Così il contrasto cromatico larice-abete metteva in evidenza in autunno una svastica gialla in uno sfondo verde cupo.

Per ritornare a casa nostra, prendendo come riferimento l’ Appennino centrale fino a 1000 m,  anche le latifoglie più umili sono in grado di stupirci: così un semplice acero campestre si colora di giallo aranciato, un modesto orniello diventa color vinaccia, per arrivare ai gialloni increspati di marrone dei castagni, al rosso-arancio dell’ acero opalo, al giallo-fumante del carpino nero, ai rossi dei ciavardelli  e dei ciliegi.

Al giallo delle foglie la betulla bianca contrappone il bianco della corteccia

Oltre i 1000 m dove predomina il faggio, il colore delle chiome diventa giallo-oro-ruggine  che si arricchisce anche nel suolo man mano che cadono le foglie, che si può punteggiare di giallo-arancio, giallo, verdastro, marrone-ruggine, rosso se compaiono aceri, frassini, olmi, tigli, ciliegi, sorbi, maggiociondoli.

Dopo qualche giorno tutto vira al marrone o ruggine e le foglie cadono ma non tutte, la roverella per esempio, specie a foglie semipersistenti (bronzate) le mantiene ancora per qualche mese.

Nella collina toscana il viraggio e il contrasto dei colori fa emergere una quercia poco nota, perché rara, la sugherella (Quercus crenata Lam.), che conserva la sua impassibilità cromatica in inverno.

Una giornata limpida e soleggiata è il massimo ma non è da meno una giornata nebbiosa dove il grigio contrasta ed esalta i colori delle foglie.

Questo fenomeno smuove iniziative di carattere turistico e culturale. Se poi si volesse aggiungere anche il lato benefico di alcuni alberi (fausti, come dicevano i Romani), una passeggiata, nei boschi (castagneti da frutto) che emettono ioni negativi, sarebbe ancora più allettante; in questo caso però senza raccogliere le castagne e i funghi (se ancora ci sono) senza il permesso del proprietario.

 

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Una Authority nazionale per il restauro delle foreste

Le immagini della distruzione in Alto Adige, Trentino, Veneto e Friuli VG di ettari ed ettari di foreste, di milioni di alberi abbattuti, fanno risalire dal fondo del Paese la solita lamentatio che puntualmente si incentra sulle responsabilità. C’è chi evoca ancora una volta la mancanza della cura del territorio, chi gli effetti dei cambiamenti climatici. Certo che sarebbe bene curare il territorio ma non viene fatto, punto e basta, né nelle regioni virtuose né in quelle meridionali (meno virtuose) ricche di manodopera ma forse povere di progettualità e di organizzazione.

Al sistema culturale dominante piace tirare in ballo i cambiamenti climatici, ma il fallimento degli accordi di Kyoto e forse anche di quelli di Parigi é sotto gli occhi di tutti.

Al di là delle chiacchiere dei talk shows, l’idea della prevenzione non tiene. Nessuno è risuscito a prevenire (anche con misure colturali) le tempeste che hanno causato danni su grandi estensioni in Europa: Vivian (1990), Lothar, Martin (1999),  Kyrill e Per (2007), Klaus (2009).

L’unica azione realistica che si può fare  è il restauro delle foreste danneggiate dopo l’evento con un loro riassetto territoriale oltreché compositivo e strutturale, evitando cioé la riproposizione delle monocolture su vasta scala. Potrebbe essere utile vedere nella Foresta Nera in Germania cosa è stato fatto dopo il passaggio di Lothar.

Ma qui viene il punto.

Per colmare eventuali sacche di ignoranza si richiama alla memoria che in Italia (lasciando perdere quello che si fà all’estero) l’argomento è tanto ben conosciuto quanto disconosciuto.

La Repubblica di Venezia con la prima legge forestale del 1475 introdusse principi colturali assolutamente innovativi, tra cui impose la ricostituzione forestale laddove le foreste erano state distrutte.

Arrigo Serpieri, estensore del Regio Decreto Legge n. 3267 del 1923 (la prima legge organica forestale dell’Italia post-unitaria), introdusse una specifica norma per la ricostituzione dei “boschi estremamente deteriorati”. Ariberto Merendi (1941) divulgò in un manualetto di facile lettura le tecniche della ricostituzione dei boschi.

Nella relazione introduttiva al Congresso nazionale sui rimboschimenti e sulla ricostituzione dei boschi degradati che si tenne a Firenze nel 1961, Generoso Patrone, affermava che si era conclusa la fase di deforestazione del nostro Paese e che si apriva una nuova era di ricostituzione del manto boschivo.

Dagli anni’80 alcuni studiosi hanno cominciato ad usare il termine di “restauro” nell’ambito delle scienze forestali.

Per raccogliere questi input nel 2010 fu realizzato l’unico testo organico sul restauro forestale pubblicato in Italia “Restauro della Foresta Mediterranea” edizioni Clueb, Bologna con la collaborazione di 14 specialisti.

Il 26 luglio 2012 si è costituita a Viterbo, presso il Dipartimento DAFNE dell’Università della Tuscia, la Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF).

Nel 2015 per sottolineare il crescente interesse sui temi del restauro forestale è stata istituita una nuova Task Force nell’ambito della IUFRO: “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”. E un Italiano, il prof Donato Chiatante Past President della Società Botanica e Italiana (SBI) e Presidente della SIRF fa parte dell’International Board.

Nel 2016 esce un e-book al prezzo di euro 3,99 per Youcantprint “Otto lezioni sul restauro forestale”.

Nel 2017 si è tenuto a Palermo il primo convegno internazionale sul tema in Italia, organizzato da IUFRO – Task Force “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”and RG1.06 Restoration of Degraded Sites; Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF/SERE); Società Botanica Italiana (SBI); Accademia Italiana di Scienze Forestali; Università degli Studi di Palermo:“Sustainable restoration of Mediterranean forests: analysis and perspective within the context of bio-based economy development under global changes”.

Va dato atto al nuovo TUF “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali” (GU Serie Generale n.92 del 20/04/2018, DL 34/2018) del coraggio ad usare la parola restauro anche se non è chiaro né il significato né come si voglia declinare.

Riprendendo questo “coraggio” e per sviluppare l’argomento, forse sarebbe opportuno costituire una Authority nazionale che si occupi del restauro delle foreste degradate (da non confondere né con la conservazione né con la gestione attiva delle foreste) per organizzare gli interventi e per la gestione dei fondi dal momento che si è voluto (e si vuole) spacchettare il tema delle foreste tra: regioni (gestione ossia attività selvicolturali e pianificatorie), MIBAC (paesaggio), MATTM (ambiente) e MIPAAF (che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento).

Ergo, é un problema di scelte politiche.

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