Diradare o non diradare?

Diradare o non diradare é la domanda che si sono posta sempre i forestali (Zeide 2001), sulla utilità e sull’efficacia dei diradamenti, segnatamente nei rimboschimenti di conifere.

I primi forestali (di epoca moderna) erano condizionati da pregiudizi nei confronti dei diradamenti perché richiamavano i tagli abusivi dei contadini poveri e sul piano culturale perché erano influenzati dal romanticismo russoniano “Tutto è buono quando lascia le mani all’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’Uomo” (J.J. Rousseau Émile ou De l’éducation, 1762). Per questo nelle nascenti scuole forestali europee di fine Settecento si insegnava che i diradamenti dovevano essere sempre “prudenti”. In 200 anni di storia forestale sono stati fatti poi molti passi avanti nella conoscenza.

In selvicoltura, i diradamenti insieme agli sfollamenti, rientrano tra i tagli intercalari, che vengono effettuati durante il ciclo colturale, consistono nella riduzione della densità del bosco e causano un’interruzione parziale e temporanea della copertura. Scaturiscono dall’osservazione del fenomeno naturale (autodiradamento) della differenziazione individuale e della conseguente riduzione progressiva del numero di piante per effetto della concorrenza. Parlare genericamente di “diradamenti” può apparire riduttivo e semplicistico per un professionista se non si specificano i parametri che contraddistinguono la pratica dei diradamenti (metodo, età d’inizio e frequenza, intensità) oltre alla specie, ma, in questo caso, un estremo dettaglio farebbe perdere di vista l’informazione generale che si vuole ora dare.

Diradamento selettivo “dall’alto” con scelta di piante d’avvenire in un rimboschimento di pino nero (Pratomagno, Toscana)

I dati scientifici a disposizione sono numerosi a partire dalla prima metà del ‘900 per aumentare in maniera esponenziale negli ultimi 30 anni. La selezione dei lavori è difficile perché i risultati sono talvolta contraddittori. Fanno la differenza, e quindi pesano maggiormente nell’analisi dei singoli lavori, la qualità metodologica  e le osservazioni sul lungo periodo. L’analisi dei lavori scientifici è l’unico metodo “certo” per validare le affermazioni (“…sensate esperienze… e certe dimostrazioni…” diceva Galileo Galilei, del resto è il metodo seguito dagli esperti dell’IPCC per accertare gli impatti dei cambiamenti climatici), al di fuori di questo ci sono opinioni rispettabilissime, ma di nessun valore sul piano scientifico, per giunta molto pericolose se vengono usate per supportare le scelte decisionali.

I diradamenti vengono messi in discussione, più che per solide evidenze scientifiche, per motivi economici e più di recente per motivi ideologico-culturali. Sulla efficacia e sul regime dei diradamenti si discute da tempo anche in relazione alla capacità di mitigare gli effetti (siccità) dei cambiamenti climatici (Martin- Benito et al. 2010, Ge et al. 2011, Gebhardt 2016).

Per i dettagli tecnici sui diradamenti si rimanda ai testi specialistici (De Philippis 1949, Koestler 1956, Assmann 1970, Lanier e Badré 1986, Smith et al. 1997, Schütz 1990, Kerr e Haufe 2011, Piussi e Alberti 2015). Qui ci si vuole soffermare solo sugli effetti dei diradamenti sulla base di evidenze scientifiche, analizzati da diversi punti di vista, cercando di dare delle risposte parziali, prima di darne una complessiva.

Rimboschimento di pino laricio mai diradato (Aspromonte, Calabria)

Gli effetti dei diradamenti:

Il dato generale è che con il diradamento si causa la riduzione della densità e quindi si modificano le condizioni  all’interno del soprassuolo con  riflessi a livello di individuo e di popolamento.

sul piano ecologico

L’energia radiante aumenta all’interno dei boschi diradati, modificando il regime radiativo nel piano inferiore. In popolamenti di douglasia è stata osservata una maggiore efficienza nell’uso delle risorse radiative (Campbell et al. 2009).

Il miglioramento dello stato idrico del suolo nel periodo-primaverile estivo (per la riduzione della traspirazione) è stato rilevato (nei primi anni) su popolamenti diradati di douglasia (Cantore e Iovino 1989, Cinnirella et al. 1995), pino marittimo (Ciancio et al. 1989), pino laricio (Cinnirella et al. 1995, Veltri et al. 2001), pino nero (Martin-Benito et al. 2010), picea (Misson et al. 2003, Ge et al. 2011, Gebhardt et al. 2014, Gebhardt 2016), pino d’Aleppo (Fernandes et al. 2016).

La riduzione dell’intercettazione e l’aumento del coefficiente di deflusso è stato riscontrato, nei primi anni dopo il diradamento, in rimboschimenti di pino laricio (Iovino e Puglisi 1989, Iovino et al. 2001, Callegari et al. 2001, 2003). La riduzione dell’intercettazione e della traspirazione in popolamenti di picea (Gebhardt et al. 2014).

Gli effetti sulla temperatura dell’aria e del suolo non sono evidenti (Piussi e Alberti 2015).

risposta parziale: molto probabile che le piante possano usufruire di maggiori risorse abiotiche (luce e acqua) che influiscano sui cicli dinamici e produttivi del sistema forestale.

sulla mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici

Un minore stress idrico delle piante e quindi la minore suscettibilità alla diffusione di patogeni e insetti secondari è stata osservata in popolamenti diradati  di douglasia (Aussenac e Granier 1988), di picea (Kohler et al. 2010, Sohn et al. 2013, Gebhardt 2016), di Pinus resinosa (D’Amato et al. 2013).

risposta parziale: molto probabile che i popolamenti diradati siano più resistenti e resilienti alla siccità.

sulla  biodiversità e sull’acceleramento delle dinamiche evolutive

Con il diradamento aumenta la diversità floristica e micologica in popolamenti di pino nero (Cantiani et al. 2015, Cantiani 2016), si favorisce lo sviluppo del sottobosco (Curtis et al. 1997, Bailey e Tappeiner 1998, Bianchi et al. 2005, Piussi e Alberti 2015), con l’avvertenza che i diradamenti forti ne determinano uno sviluppo eccessivo che riduce le disponibilità idriche (Gebhardt 2016). Si articola la struttura verticale dei popolamenti, come quelli di douglasia (Bailey e Tappeiner 1998). Huhta et al. (1967) hanno osservato un aumento del numero di coleotteri e collemboli in popolamenti diradati di pino silvestre.

risposta parziale: molto probabile che il diradamento incrementi, come numero, la flora vascolare, poco probabile che nei popolamenti diradati si incrementi la biodiversità globale che includa anche gli organismi legati alla necromassa (es. vegetali non vascolari); molto probabile che si accelerino le dinamiche evolutive.

Effetti su sottobosco di un diradamento in un rimboschimento di pino laricio (Aspromonte, Calabria)

sulla resistenza e resilienza alle avversità biotiche e abiotiche

Aumenta la stabilità meccanica (a sradicamento, piegamento e stroncamento) su popolamenti diradati di douglasia (La Marca 1983, Cutini e Nocentini 1989), pino marittimo (Ciancio et al. 1989, Mercurio 1989), abete bianco (Frattegiani et al. 1993), pino nero e laricio (Avolio e Bernardini 1997, 2007-2008, Cantiani et al. 2005, Arena et al. 2008, Bianchi et al. 2010, Cantiani et al. 2010, Marchi et al. 2017),  pino radiata (Cremer et al. 1982), picea (Slodicak e Novak 2006, Novak et al. 2017, Bobinac et al. 2018).

Purtuttavia si possono verificare  maggiori danni nel breve periodo seguente il diradamento (Cremer et al. 1982). La maggiore turbolenza che si registra nei soprassuoli sottoposti a forti diradamenti, soprattutto in zone esposte ai venti, causa schianti e sradicamenti (Piussi 1986, Piussi e Alberti 2015). Ogni considerazione al riguardo non vale per intensità di vento > a 150 km/h (Gardiner et al. 2013).

risposta parziale: molto probabile che il diradamento accresca la stabilità meccanica, fatte le dovute eccezioni in relazione alla forte intensità dei diradamenti, alla ubicazione e al verificarsi  di eventi estremi.

sul piano della difesa antincendio

Con il diradamento di riduce il tasso di mortalità e l’accumulo di necromassa (La Marca 1986, Menguzzato 1989, 1995, Arena et al. 2008, La Marca e Tomaiuolo 2009, Giustini et al. 2017).

risposta parziale: molto probabile che i diradamenti (insieme alle spalcature) rappresentino una misura utile per prevenire, ostacolare e diminuire gli impatti degli incendi nei boschi. L’azione positiva dei diradamenti si relativizza, come è ovvio, in condizioni ambientali estreme (siccità, ventosità, ecc.).

sulla fruibilità da parte dei visitatori

I boschi diradati hanno un valore estetico più elevato (Curtis et al. 1997), sono più facili da percorrere in sicurezza.

risposta parziale: probabile che il diradamento migliori la funzione estetica e ricreativa dei boschi.

Esempi di rimboschimenti mai diradati con abbondante necromassa a terra per autodiradamento

sugli incrementi e la produzione legnosa e biomassa

E’ ben dimostrato l’incremento diametrico su popolamenti diradati di douglasia (Cutini e Nocentini 1989, Menguzzato 1989, Curtis et al. 1997), di pino marittimo (Mercurio 1989, Ciancio et al. 1989), di cedro dell’Atlante (Cutini e Mercurio 1994), di pino nero (Bianchi et al. 2010), di pino laricio (Ciancio e Portoghesi 1995), di pino silvestre (Huuskonen e Hynynen. 2006, Peltola et al. 2007); parimenti di area basimetrica su pino silvestre, picea (Jaakkola et al. 2005, Jyske et al. 2011). Incrementa il volume legnoso mercantile (soggetti di maggiori dimensioni) su douglasia (Oliver, 1972), pino radiata (Cremer et al. 1982), Picea mariana (Soucy et al. 2012), Abies balsamea (Pothier 2002), Pinus resinosa (Smith 2003).

Gli effetti sull’incremento longitudinale sono controversi (De Philippis 1949, Piussi e Alberti 2015).

L’influenza dei “diradamenti” è scarsa o nulla sulla produzione legnosa totale (massa principale e intercalare) ed è stata documentata già nei primi lavori tedeschi, francesi e svizzeri per i popolamenti di abete bianco, picea e pino silvestre (Patrone 1944, De Philippis 1949), confermata successivamente per picea e pino silvestre (Pardé 1964, Nilsson et al. 2010). Più in genere  the total cubic volume of wood…may be reduced but rarely increased by thinning (Smith et al. 1997). I diradamenti forti penalizzano la produzione totale (Assmann 1961, Makinen 2004, Makinen et al. 2004, Nilsson et al. 2010).

I valori di biomassa (legno, foglie e radici) sono risultati più elevati nei popolamenti non diradati  di pino ponderosa (Campbell et al. 2009). E, Zeide (2001), sostiene che non si devono diradare i popolamenti destinati a produrre biomasse.

Aumenta la dimensione delle chiome, quindi la superficie fotosintetizzante e la produzione di frutti (Montero 2008, Freire et al. 2019).

risposta parziale: molto probabile che il diradamento stimoli l’accrescimento diametrico e faccia aumentare le dimensioni degli alberi, e che i diradamenti di forte intensità penalizzino la produzione totale; molto probabile che la produzione di biomassa sia più elevata nei popolamenti non diradati, almeno fino a una certa età.

sul piano economico

Quando si eseguono i diradamenti si ha la possibilità di disporre di redditi intermedi e di recuperare la massa legnosa che non sarebbe utilizzata a causa dell’autodiradamento (La Marca 1986, Piussi e Alberti 2015). Si ottengono fusti più grandi e di buona qualità (Berti e Mannucci 1995, Makinen 1998, Cameron 2002). Il valore mercantile degli assortimenti è più elevato (La Marca e Notarangelo 2009, Piussi e Alberti 2015). Si ottimizzano con il diradamento i servizi ecosistemici (Marchi et al. 2018).

risposta parziale: molto probabile che il diradamento influisca positivamente sulla qualità della produzione legnosa e che aumenti la rimuneratività della gestione forestale.

risposta complessiva alla domanda posta all’inizio: i diradamenti sono utili, laddove si vogliono coltivare le foreste per ottimizzare la qualità produttiva (eccezion fatta per i popolamenti destinati a produrre biomassa in cicli brevi), ma non solo, i diradamenti hanno giustificazioni diverse, varabili da luogo a luogo.

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Ancora sul  restauro delle foreste di fronte ai cambiamenti climatici

Le preoccupazioni

Inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici sono i due temi che destano le maggiori preoccupazioni  nei Paesi occidentali. L’opinione pubblica si allarma quando, al degrado dei sistemi ecologici e ai guasti ambientali, si aggiungono le minacce alla stessa salute umana.

Le evidenze scientifiche

Temperatura

La temperatura media della Terra è aumentata  –likely  di + 0.8-1.2 °C  (2017) rispetto all’età pre-industriale https://www.ipcc.ch/sr15/. Secondo le proiezioni del Quinto Rapporto dell’IPCC (2014) https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/SYR_AR5_FINAL_full.pdf l’aumento della temperatura media della Terra alla fine del XXI secolo, rispetto al periodo pre-industriale, dovrebbe essere compreso, considerando i quattro nuovi scenari (RCP), tra + 0.3-1.7 °C e + 2.6-4.8 °C (ipotesi che non prevede alcun intervento e con l’attuale sistema di sviluppo). Nel caso in cui  gli impegni sottoscritti a Incheon, Corea Del Sud, l’8 ottobre 2018 https://www.ipcc.ch/event/48th-session-of-the-ipcc/ –di limitare il riscaldamento globale a 1.5°C  https://www.ipcc.ch/sr15/, non fossero soddisfatti, gli scenari più catastrofici avrebbero buone possibilità di verificarsi.

Biodiversità

I cambiamenti climatici stanno causando una redistribuzione geografica di piante e animali https://www.nature.com/nclimate/;; https://science.sciencemag.org/content/355/6332/eaai9214 (dopo quella causata dall’Uomo nel corso dei secoli), amplificando gli effetti dei disturbi naturali sulle foreste https://www.nature.com/articles/nclimate3303; https://www.mdpi.com/journal/forests/special_issues/landscape_past_present_future_data

Le risposte dei sistemi biologici

Di fronte ai cambiamenti climatici, si possono ipotizzare alcuni scenari, ma non è possibile sapere quali saranno le risposte (cioè quali dinamiche si attiveranno) e quale sarà la capacità di adattamento dei sistemi forestali, soprattutto a scala locale.

I presupposti del restauro delle foreste

Molti si chiedono che senso abbia il restauro delle foreste di fronte ai cambiamenti climatici. Ebbene, se i cambiamenti climatici fossero rapidi e radicali non ci sarebbe niente da fare, ma solo osservare e monitorare i cambiamenti (ammesso che sia possibile). In questo caso sia  la conservazione che il restauro degli ecosistemi forestali perderebbero di significato, almeno cosi come li abbiamo concepiti fino ad ora. Se invece si potesse contenere l’aumento al di sotto di + 1,5 °C (effetti contenuti e gestibili) https://www.ipcc.ch/sr15/, il restauro delle foreste sarebbe ancora pienamente compatibile. In ogni caso é fuori discussione il ruolo fondamentale della cosiddetta “riforestazione” del linguaggio burocratico, nello stoccaggio della C02.

Il restauro adattativo

L’imprevedibilità  circa i futuri  assetti dei sistemi biologici con l’ipotesi che esistano diversi punti di arrivo, variabili e indeterminabili, ha portato alcuni autori ad introdurre i concetti di Adaptive Restoration e si sono creati nuovi circuiti di ricerca https://www.iufro.org/science/task-forces/forest-adaptation-restoration/

Una nuova cultura del restauro delle foreste

Stando così le cose, gli incendi e le tempeste di vento importanti, al di là di ogni previsione pessimista, richiamano la necessità di mettere in atto, già da ora, interventi puntuali di restauro post- evento, soprattutto in aree densamente popolate e infrastrutturate. Il “lasciar fare alla natura”, peraltro necessario in certe situazioni, potrebbe mascherare la incapacità ad affrontare i problemi, più che una raffinata proposta scientifica.

Il restauro forestale, prima che una disciplina applicativa è un bagaglio culturale, che in Italia deve essere ancora acquisito. Quindi, oltre alla ricerca scientifica, assumono priorità l’informazione e la sensibilizzazione dei decisori politici. Occorre agire su tutti i settori sensibili della società.

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Salvage logging, eventi estremi, iniziative future

Salvage logging ossia: le operazioni che si eseguono per rimuovere e estrarre totalmente il materiale legnoso danneggiato in seguito ad eventi disastrosi (tempeste di vento, incendi ecc.), a cui segue il reimpianto del bosco.

Gli eventi estremi e disastrosi che hanno interessato le foreste europee hanno coinvolto emotivamente tutta l’opinione pubblica che richiede interventi adeguati per ripristinare il manto boschivo andato distrutto.

Tra gli stessi addetti ai lavori, la scelta da fare nel post-evento è spesso controversa.

Il salvage logging (non conosciuto dai più in Italia con questo nome) cioé la rimozione di tutto il materiale legnoso, era una operazione che veniva condotta normalmente in passato, giustificata per più motivi:

-necessità di recupero del legno (se non altro per poter essere utilizzato come fonte energetica);

-evitare la diffusione di insetti ai popolamenti circostanti ancora vitali (si veda il caso della distruzione delle foreste di abete rosso da Ips sp. di qualche anno fa nel Parco Nazionale della Foresta Bavarese Nationalpark Bayerischer Wald (Germania) che costituisce la grande Foresta Boema con l’attiguo Šumava National Park (Repubblica Ceca).

– prevenire la diffusione di incendi disastrosi per l’accumulo di una grande massa legnosa morta;

-facilitare la transitabilità per motivi di lavoro o di svago della zona.

Salvage logging in seguito a tempeste di vento (Alti Tatra, Slovacchia)

Questo tipo di intervento viene messo in discussione da quando gli ecologi americani  hanno sostenuto che sarebbe un errore, in quanto si interromperebbero le dinamiche naturali di ricostituzione dell’ecosistema. E sostengono invece che:

1-si dovrebbero rilasciare i nuclei di vegetazione residua (legacies) ancora vitali che possono disseminare, creare zone di rifugio e di alimentazione per la fauna, in modo da agire come nuclei di ricolonizzazione biologica delle aree circostanti;

2-si dovrebbe rilasciare il legno morto in piedi e a terra, in quanto arricchirebbe la biodiversità (insetti, funghi, ecc. che decompongono il legno), e rallenterebbe l’erosione del suolo;

3- si eviterebbe il ricorso alla rinnovazione artificiale (semina o piantagione) del bosco essendo molta onerosa,

4- si ricreerebbero ecosistemi più resilienti e resistenti.

Un eco di queste idee, in selvicoltura, è quel metodo che va sotto il nome di Variable Retention System.

Questo approccio ecologico è senz’altro condivisibile nelle vaste foreste nord americane, scarsamente popolate, mentre è opinabile nelle foreste europee e in particolare in quelle italiane che, come abbastanza noto, sono molto diverse per estensione, densità abitativa, storia, ecc..

Come è accaduto anche in altre occasioni si sono formate due ideologie e quindi due partiti, armati e contrapposti, manco a dirlo: vecchi forestali vs giovani ambientalisti.

Le conoscenze scientifiche hanno sempre bisogno di un terreno di coltura: il buon senso. Altrimenti si generano le teste d’uovo, e, la storia ci insegna, che spesso sono state le fautrici di grandi danni, superiori a quelli a cui si voleva porre rimedio.

Tutte le operazioni di rimozione del materiale legnoso totale o parziale e i successivi interventi di ricostituzione del sistema forestale e le priorità di azione, rientrano in una disciplina ancora ignorata in Italia (che per l’ennesima volta si richiama): il restauro forestale che derimerebbe faziosità e prese di posizione superate dal progresso scientifico e culturale.

 

Una breve sintesi della vasta bibliografia per comprendere i termini della questione:

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Cambiamenti climatici e restauro delle foreste: Greta aiutaci tu

Chi si occupa di questioni ambientali non può sottacere quello che stà avvenendo con gli scioperi promossi da Fridays for Future https://www.fridaysforfuture.org/ e segnatamente con quello di venerdì 15 marzo 2019.  Chapeau per una ragazzina (Greta Thumberg) che ha saputo porre all’attenzione (al di là di chi la può avere aiutata) il tema dei cambiamenti climatici in una maniera efficace, molto più, se non altro per l’eco mediatico che ha interessato tutto il Pianeta, dei documenti e delle iniziative dei grandi organismi internazionali (IPCC, FAO, ONU) e degli appelli delle autorità civili e religiose.

Non mancano i denigratori del fenomeno che hanno parlato di gretinismo ma sono destinati a lasciare il tempo che trovano, come quelli che hanno affermato che il restauro delle foreste sarebbe solo un lifting.

La lotta agli effetti dei cambiamenti climatici è complessa e controversa come ha dimostrato il fallimento di numerose iniziative in questi ultimi anni.

Qui si vuole affrontare solo un piccolo aspetto: quello legato alle foreste, tenuto conto del ruolo importante che hanno nella fissazione della anidride carbonica (29% delle emissioni https://docs.qgis.org/2.8/it/docs/gentle_gis_introduction/map_production.html,https://www.globalcarbonproject.org/index.htm, https://cdiac.ess-dive.lbl.gov/,https://www.esrl.noaa.gov/).  Questo è un dato certo che va al di là del dibattito scientifico sulle cause scatenanti l’aumento della CO2. Le curve ripide e crescenti della concentrazione della CO2 e dell’aumento della T nel corso degli anni sono note a tutti grazie al Web e sono un altrettanto dato certo (https://www.ipcc.ch/).

Le linee direttrici di azione forestale sono essenzialmente tre: conservazione, gestione sostenibile, restauro. La prima si applica alle foreste meritevoli di conservazione per le loro peculiarità, la seconda alle foreste coltivate e coltivabili ma ecologicamente funzionali, la terza alle foreste non più funzionali che non possono più fornire ecoservizi (difesa del suolo, produzione legnosa, fissazione di anidride carbonica, ecc.).

In Italia il problema del restauro delle foreste è ora rappresentato in maniera evidente e pressante dalle aree colpite dalla Tempesta Vaia dello scorso autunno (41000 ettari devastati tra Veneto, Lombardia, PA Trento, PA Bolzano e Friuli Venezia Giulia) che richiede soluzioni innovative nel post-evento, con i criteri della Forest Restoration se si vuole che quelle aree tornino a fornire ecoservizi.

A livello internazionale il restauro delle foreste s.l. è ampiamente sostenuto sul piano scientifico, culturale e finanziario da FAO, IUCN, FSC, WORLD BANK, ecc. . http://www.forestlandscaperestoration.org/, https://www.iucn.org/theme/forests/our-work/forest-landscape-restoration, http://www.fao.org/in-action/forest-landscape-restoration-mechanism/background/objectives/en/

In Italia non è cosi. L’argomento è tanto ben conosciuto quanto volutamente disconosciuto.

La Repubblica di Venezia con la prima legge forestale del 1475 introdusse principi colturali assolutamente innovativi, tra cui impose la ricostituzione forestale laddove le foreste erano state distrutte.

Arrigo Serpieri, estensore del Regio Decreto Legge n. 3267 del 1923 (la prima legge organica forestale dell’Italia post-unitaria), introdusse una specifica norma per la ricostituzione dei “boschi estremamente deteriorati”. Ariberto Merendi (1941) divulgò in una manualetto di facile lettura le tecniche della ricostituzione dei boschi.

Nella relazione introduttiva al Congresso nazionale sui rimboschimenti e sulla ricostituzione dei boschi degradati che si tenne a Firenze nel 1961, Generoso Patrone, affermava che si era conclusa la fase di deforestazione del nostro Paese e che si apriva una nuova Era di “ricostituzione del manto boschivo”.

Dagli anni’80 alcuni studiosi hanno cominciato ad usare il termine di “restauro” nell’ambito delle scienze forestali.

Per raccogliere questi input nel 2010 fu realizzato l’unico testo organico sul restauro forestale pubblicato in Italia “Restauro della Foresta Mediterranea” edizioni Clueb, Bologna con la collaborazione di 14 specialisti.

Il 26 luglio 2012 si è costituita a Viterbo, presso il Dipartimento DAFNE dell’Università della Tuscia, la Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF).

Nel 2015 per sottolineare il crescente interesse sui temi del restauro forestale è stata istituita una nuova Task Force nell’ambito della IUFRO: “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”. E un Italiano (Donato Chiatante) fa parte dell’International Board.

Nel 2016 esce un e-book  per Youcantprint “Otto lezioni sul restauro forestale”.

Nel 2017 si è tenuto a Palermo il primo convegno internazionale sul tema in Italia, organizzato da IUFRO – Task Force “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”and RG1.06 Restoration of Degraded Sites; Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF/SERE); Società Botanica Italiana (SBI); Accademia Italiana di Scienze Forestali; Università degli Studi di Palermo:“Sustainable restoration of Mediterranean forests: analysis and perspective within the context of bio-based economy development under global changes”. Per onore della cronaca nessuna delle autorità scientifiche forestali italiane ha partecipato nonostante l’adesione ufficiale delle loro istituzioni e il nome dei relatori in agenda.

Nessuna delle 14 sessioni si è occupata di restauro forestale durante il IV Congresso Nazionale di Selvicoltura che si è tenuto a Torino dal 5 al 9 novembre 2018.

Il “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali” (GU Serie Generale n.92 del 20/04/2018, DL 34/2018) contiene la parola restauro ma  non  esplicita né il significato né come  si debba declinare.

Il tema del restauro delle foreste viene ostracizzato da molti accademici (in Italia). Al confronto scientifico si contrappone la disconoscenza. Alle idee, il dileggio. Basta leggere e ascoltare.

C’é un altro aspetto da considerare: i boschi degradati non possono aspettare i comodi degli accademici e dei funzionari pubblici quando ci sono in ballo la sicurezza e il benessere delle persone.

Per rispondere in maniera adeguata ai grandi eventi ambientali e ai boschi degradati bisognerebbe istituire una Authority nazionale con il compito specifico di restaurare le foreste degradate, per organizzare gli interventi e la gestione dei fondi. Bypassando, con una riforma  legislativa,  la frammentazione di competenze tra Regioni, Province Autonome e Ministeri competenti in materia di foreste (MIPAAFT, per la gestione ossia attività selvicolturali e pianificatorie, il MIBAC per il paesaggio, e il MATTM per l’ambiente).

La classe politica attuale sembra avere altre priorità.

Per ora non ci rimane che sperare che Greta Thumberg si occupi anche di foreste.

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L’onda lunga della conservazione delle foreste

A ben guardare nelle librerie, tra i libri che hanno maggiore successo, ci sono quelli che parlano di  alberi e di foreste in senso mitico-conservazionistico. A ben vedere le cronache dei media, tra le notizie che riscuotono le maggiori attenzioni ci sono quelle che sollecitano iniziative per arrestare gli effetti dei cambiamenti climatici, consacrando nuove giovani protagoniste (Ariane Benedikter, Greta Thumberg). Ciò sembra dimostrare un passo avanti nel rispetto dell’ambiente e delle sue componenti.

In termini tecnici questo pone la questione non solo della conservazione ma anche del restauro dei sistemi forestali. Questa precisazione è sempre necessaria per non fare confusione. La conservazione riguarda le azioni per non alterare e per mantenere l’esistente (un luogo di pregio ancora abbastanza ben riconoscibile ed integro), il restauro si occupa invece di recuperare ciò che è andato compromesso o alterato, ciò che non “funziona più”, anche se di scarso valore naturalistico. Il restauro rappresenta l’anello debole del nostro sistema culturale (oltre che pratico–applicativo) per cui merita soffermarsi ancora una volta.

Il restauro è necessario per far sì che un sistema torni a fornire ecoservizi (produzione di legno, difesa del suolo, bellezza, e via di seguito).

La materia del restauro dei sistemi forestali è controversa e complessa e quindi richiede conoscenze e abilità specifiche.

I diversi approcci e metodologie proposte da fitosociologi, paleoecologi, archeologi, ecologi, agronomi e architetti del paesaggio, ne sono un esempio.

Il primo obiettivo è: cosa si vuole restaurare, cioè se un paesaggio naturale (o ammesso tale), o un sistema funzionale coerente con il luogo, oppure un paesaggio storicizzato.

Il secondo obiettivo è: evitare di creare problemi più grandi di quelli che si vogliono risolvere.

Nel caso di un paesaggio antropico storicizzato (come potrebbero essere le pinete litoranee) i documenti storici (relazioni, mappe, immagini, ecc.) possono darci una idea abbastanza esatta di come doveva essere prima che fosse gravemente alterato per abbandono o per incendi, ecc.. Quindi il lavoro è relativamente facile (se sussistono le condizioni ecologiche ottimali) conoscendo la composizione specifica da raggiungere e la tecnica operativa.

Molto più complesso è il caso dei sistemi naturali (o presupposti tali). Gli studi paleoecologici non chiariscono quale sia stata l’influenza dell’uomo nel modificare gli assetti o nel privilegiare una specie piuttosto che un’altra. Il concetto di Vegetazione Naturale Potenziale proposto dai fitosociologi è spesso contestato in quanto darebbe risultati scaturiti da analisi della vegetazione già profondamente alterata dall’uomo.

Il ripristino della condizione pre-disturbo rappresenta il punto debole, anche se fossero note le caratteristiche compositive e strutturali, in quanto nel tempo sono avvenuti molti cambiamenti tali da rendere dubbia l’azione di restauro di sistemi “originari”. Le maggiori criticità operative riguardano:

-relazioni tra i componenti dei sistemi;

-apporti di inquinanti nei sistemi biologici, invasioni di animali e vegetali non più controllabili, regimi idraulici e idrologici, caccia, pesca, agricoltura, selvicoltura;

– clima.

L’argomento del cambiamento del clima solleva poi molti problemi e, se preso alla lettera, metterebbe in discussione la stessa idea di conservazione e di restauro dei sistemi. Infatti conservare la biodiversità di un dato luogo in un clima che sta cambiando sarebbe un ossimoro. Come pure immaginare il restauro di fronte a specie a rischio di estinzione o in via di migrazione.

Questo per dire che per passare da un intento lodevole, ma emozionale, a uno professionale e se si vuole efficace sul piano pratico-applicativo, occorre ancora mettere a fuoco: concetti, tecniche e regole.

 

Per approfondire:

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Selvicoltori e lupi          

Si racconta che un noto ambientalista italiano in visita in Aspromonte (Calabria) parlasse del lupo con la guida che lo accompagnava, e in particolare del suo carattere. All’improvviso comparve un pastore di capre e, senza premesse, il noto ambientalista, fece tradurre al pastore in grecanico (lingua che si parla nel versante ionico dell’Aspromonte) cosa ne pensasse del lupo (riferendosi al carattere) ma il pastore equivocando rispose accompagnandosi con un gesto possibilista della mano che “con le patate poteva andare bene”. Questo aneddoto per introdurre alla contrapposizione atavica tra pastori e lupi. Ma non solo in Calabria. Si pensi ai lupari abruzzesi (cacciatori professionisti di lupi), come documentato dal film Uomini e Lupi (1957) di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona girato tra Scanno e Pescasseroli dopo le memorabili nevicate del 1956 (nota personale: avendo vissuto un po’ di tempo a Bisegna e in particolare in quell’inverno ebbi modo di comprendere il significato del rapporto tra i pastori e i “tanti” lupi).

Poi le cose sono cambiate con la crisi della pastorizia, l’esodo, il boom economico e le politiche ambientaliste con gli innumerevoli appelli in difesa del lupo (cfr Pedrotti F, Orsomando E. Strage di lupi nei Monti Sibillini, Natura e Montagna s. III, a. X, n. 2, 1970, p. 26.; Francisci F. Il lupo in Italia: le uccisioni continuano, Natura e Montagna a. XXXV, n. 3, 1988, pp. 13-15).

La popolazione dei lupi tocca il minimo di 100 esemplari negli anni ’70), e ora in Italia ci sono 2000 lupi (numeri un po’ superiori a quelli segnalati in un recente convegno di ISPRA 2018- http://www.isprambiente.gov.it/it/events/Verso-un-piano-nazionale-di-monitoraggio-del-lupo) e, da non dimenticare, 700.000 cani randagi e ibridi.

Per completare l’analisi bisogna aggiungere che le politiche lobbistiche e poco accorte hanno favorito l’enorme incremento ed espansione delle popolazioni di ungulati (cinghiali, caprioli, cervi, daini), attraverso semplicistiche “ripopolazioni”.

Oggi si delinea a un quadro complesso nei territori montani per la poliedricità degli interessi.

Ci sono gli allevatori (pochi) che vedono nel lupo un importante predatore dei loro animali, in grado di compromettere le loro risorse economiche e che sollecitano interventi e risarcimenti.

Gli agricoltori che parimenti vedono penalizzata qualsiasi coltura da cinghiali, tassi, istrici, ecc., dissestato il suolo e le sistemazioni del terreno, che recintano per quanto possibile i loro appezzamenti per salvare un po’ di raccolto. E che anche loro sollecitano interventi e risarcimenti.

Gli ambientalisti che plaudono alla presenza del lupo, quale predatore spesso all’apice della catena alimentare in grado di controbilanciare (in teoria) l’espansione degli ungulati.

Gli escursionisti che temono lupi e cani randagi.

I selvicoltori che verificano quotidianamente anche al di fuori delle aree protette come sia divenuta impossibile qualsiasi attività selvicolturale legata alla rinnovazione gamica o agamica dei boschi a causa dei danni da ungulati, quindi la predazione di castagne e di funghi, la diffusione di zecche e via di seguito.

Se non si rivedono (alla svelta) le politiche della gestione degli ungulati, della caccia e delle oasi di protezione, il selvicoltore non può che affidarsi al lupo se vuole sperare in un contenimento della popolazione degli ungulati e salvaguardare la sua attività. Infatti, per ora, solo il lupo può cacciare gli ungulati senza vincoli, anche nelle aree protette.

Inutile dire che qualsiasi azione di restauro forestale o ecologico che dir si voglia è impossibile con gli alti carichi di ungulati.

 

N.B. Ovviamente per contenere le popolazioni di ungulati e ridurre gli impatti ci sono anche altri mezzi oltre alla caccia: recinti di cattura (per poter trasferire gli animali), riduzione della natalità (sterilizzazione delle femmine), prevenzione-dissuasione della presenza in certe zone (cioè evitare la pasturazione), creazione di aree idonee a indirizzare gli ungulati (cioè in grado di offrire disponibilità alimentari) evitando la pressione sulle colture agricole e sui boschi in rinnovazione, realizzazione di percorsi (sottopassi) per permettere agli ungulati l’attraversamento delle strade senza rischi per gli automobilisti.

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Il valore culturale delle pinete litoranee

Le pinete litoranee di pino domestico (Pinus pinea L.) hanno un’origine storica che risale al periodo Romano e che si sono conservate nel corso dei secoli per il loro interesse economico e protettivo. Tanto da divenire per la costa toscana un elemento identitario, come rappresentato dal movimento pittorico dei Macchiaioli.

Con l’affermarsi della cultura ambientista, e la perdita della funzione produttiva (essenzialmente pinoli anche se rimane l’interesse per il legno, i tartufi, e il miele) si è dimenticato il significato originario.

Oggi il tema della gestione delle pinete è di viva attenzione e urgenza, per due motivi: 1) di ordine biologico, legato all’abbandono e all’invecchiamento delle pinete, alle crisi ecologiche locali (erosione costiera, variazioni e salinizzazione del livello di falda, aerosol marino inquinato, comparsa del cimicione del pino, ridotta manutenzione dei canali di bonifica, invasione di robinia e ailanto, ecc.).; 2) di ordine sociale, legato alla sicurezza, attraverso le vicende della cronaca delle pinete litoranee si potrebbe tracciare una mappa del malaffare: rilascio di rifiuti, incendi, prostituzione, insediamenti abusivi di immigrati non in regola, abusi edilizi, sepolture illegali, diffusione di animali domestici inselvatichiti, abbandono della gestione corsi d’acqua, ecc.

L’argomento non può essere affrontato alla maniera dei Guelfi e dei Ghibellini, né con appelli, sottoscrizioni e raccolte di firme ma con lucidità professionale.

Nel frattempo le contrapposizioni hanno generato l’inazione, e l’abbandono culturale ha portato alla diminuzione della superficie delle “pinete pure” e alla crescita esponenziale delle “pinete miste con latifoglie”.

Grazie ad una lodevole iniziativa dell’Accademia dei Georgofili si è tenuta una giornata di studio “Le pinete litoranee come patrimonio culturale” presso la Sala Gronchi nel Parco Naturale di Migliarino, S. Rossore e Massaciuccoli (Pisa) il 25 gennaio 2019. Una lettura “nuova” del bosco, quella culturale (che si può scomporre in termini di estetica, paesaggio, tradizioni colturali, religiosità ), a cui speriamo se ne aggiungano altre come quelle del degrado e del restauro dei boschi.

L’argomento del valore culturale è complesso, qui si vuole porre la questione nei termini della gestione o meglio del trattamento selvicolturale.

Come é stato ricordato dai relatori, il tema è sempre stato oggetto di contrapposizioni e conflittualità, e proprio nell’allora Tenuta Presidenziale di S. Rossore, si consumò lo strappo agli inizi degli anni ‘80 tra l’Accademia Italiana di Scienze Forestali nella persona del Prof. Mario Cantiani, segretario generale della stessa Accademia e autore del Piano di assestamento della Tenuta e l’allora direttore della Direzione Generale dell’Economia Montana e Foreste Dott. Alfonso Alessandrini (sostenuto dalla gran parte del mondo ambientalista) facendo decadere la logica del taglio a raso e della rinnovazione artificiale posticipata su cui si era basata per secoli la gestione della pineta.

Tenuta Presidenziale di S. Rossore, taglio a raso con rinnovazione artificiale posticipata (1984)

Ebbene quel tipo di gestione determinava una pineta pura, monoplana a livello particellare, ma multiplana a livello di compresa in cui si alternavano particelle di diverse classi cronologiche e altezze. Questa impostazione costituiva un punto di forza sul piano produttivo, estetico, della fruizione turistica e della prevenzione antincendio.

Ora per conservare il valore culturale e mantenere le pinete monospecifiche e monoplane senza (o parziale) sottobosco non si può fare a meno del taglio a raso con rinnovazione artificiale posticipata, e se si fa riferimento alle pinete litoranee della Toscana settentrionale, al modello di Biondi e Righini (1910) concepito per privilegiare la produzione di frutto, ora semmai riletto in chiave estetico-percettiva. Bene inteso nelle aree ecologicamente adatte al pino (pineta dunale a leccio, pineta dunale mesomediterranea, pineta dunale termomediterranea), diversamente la pineta sarà oggetto di rinaturalizzazione.

Oltre al significato storico-culturale, questo è il modello di bosco più apprezzato dai fruitori sul piano psicologico, della funzionalità (percorribilità) e della sicurezza.

Sul piano gestionale-applicativo significa creare delle corsie preferenziali di trattamento per i boschi in cui viene riconosciuto il valore culturale (creando ad esempio un silvomuseo) da coniugare con le normative nazionali che vietano il taglio a raso, e in particolare con il Codice Urbani (D.lgs 42/2004, art 142, 149) (in quanto il taglio a raso non rientra tra i tagli colturali), le norme di gestione dei SIC e dell’Habitat prioritario 2270*: Dune con foreste di Pinus pinea e/o Pinus pinaster e lo stesso TUF D.lgs 34/2018 (art. 7).

Mentre il Regolamento Forestale della Toscana (D.P.G.R. 5 maggio 2015, n. 53/R) ammette all’art 37 comma 2 il taglio raso nel caso in cui “siano motivati da interesse pubblico e in particolare da finalità paesaggistiche quando il taglio a raso costituisce l’unico intervento selvicolturale di utilizzazione idoneo a mantenere una determinata tipologia di fustaia di particolare rilevanza storica, ambientale e paesaggistica”. E nel comma 3 specifica che i tagli “devono avere estensione non superiore a 3 ettari” e “devono essere distribuiti nello spazio al fine di evitare contiguità tra le tagliate prima di cinque anni. La contiguità è interrotta dal rilascio di fasce boscate di almeno 100 metri di larghezza”.

Ovviamente sono possibili anche altri modelli colturali di riferimento, ad esempio quello della Pineta Granducale di Alberese (Maremma toscana), ma ai fini culturali, ognuno dovrebbe essere applicato nella zona in cui è stato concepito e si è affermato.

 

Riferimenti bibliografici selezionati attinenti al tema dei valori culturali delle pinete di pino domestico in Italia

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