Il foliage nei boschi

Foliage, una parola magica (con pronuncia diversa se francese o inglese) che significa il cambio di colore delle foglie e la loro caduta (viraggio dovuto alla perdita di clorofilla e all’affermazione degli altri pigmenti e alla filloptosi, o caduta delle foglie, per liberarsi di organi che in inverno non sono più necessari) che sta entrando nel linguaggio comune italiano. Sulla scia di quello che succede nella fascia delle foreste temperate nord-americane anche in Italia si va diffondendo, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, l’abitudine di visitare le foreste in autunno per ammirarne la loro bellezza, fotografando, dipingendo o semplicemente passeggiando e raccogliendo sentimenti di ammirazione, stupore o di malinconia.

Liquidambar styraciflua (American sweetgum) una delle componenti più appariscenti in autunno nelle foreste americane

Ci sono guide botaniche americane con alcune chiavi di riconoscimento degli alberi basate sul viraggio del colore delle foglie in autunno.

Un modo anche per riappropriarsi delle stagioni dal momento che i supermercati ci hanno fatto perdere le cadenze stagionali.

Riguarda ovviamente i boschi la latifoglie ma anche, unica eccezione, il larice tra le conifere nostrane.

Lo sapeva bene un forestale tedesco, durante il regime nazista, che volle sfruttare il viraggio giallo del larice per realizzare il simbolo del suo credo politico, in pratica disegnò una svastica con allineamenti di larice contornato da abete rosso. Così il contrasto cromatico larice-abete metteva in evidenza in autunno una svastica gialla in uno sfondo verde cupo.

Per ritornare a casa nostra, prendendo come riferimento l’ Appennino centrale fino a 1000 m,  anche le latifoglie più umili sono in grado di stupirci: così un semplice acero campestre si colora di giallo aranciato, un modesto orniello diventa color vinaccia, per arrivare ai gialloni increspati di marrone dei castagni, al rosso-arancio dell’ acero opalo, al giallo-fumante del carpino nero, ai rossi dei ciavardelli  e dei ciliegi.

Al giallo delle foglie la betulla bianca contrappone il bianco della corteccia

Oltre i 1000 m dove predomina il faggio, il colore delle chiome diventa giallo-oro-ruggine  che si arricchisce anche nel suolo man mano che cadono le foglie, che si può punteggiare di giallo-arancio, giallo, verdastro, marrone-ruggine, rosso se compaiono aceri, frassini, olmi, tigli, ciliegi, sorbi, maggiociondoli.

Dopo qualche giorno tutto vira al marrone o ruggine e le foglie cadono ma non tutte, la roverella per esempio, specie a foglie semipersistenti (bronzate) le mantiene ancora per qualche mese.

Nella collina toscana il viraggio e il contrasto dei colori fa emergere una quercia poco nota, perché rara, la sugherella (Quercus crenata Lam.), che conserva la sua impassibilità cromatica in inverno.

Una giornata limpida e soleggiata è il massimo ma non è da meno una giornata nebbiosa dove il grigio contrasta ed esalta i colori delle foglie.

Questo fenomeno smuove iniziative di carattere turistico e culturale. Se poi si volesse aggiungere anche il lato benefico di alcuni alberi (fausti, come dicevano i Romani), una passeggiata, nei boschi (castagneti da frutto) che emettono ioni negativi, sarebbe ancora più allettante; in questo caso però senza raccogliere le castagne e i funghi (se ancora ci sono) senza il permesso del proprietario.

 

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Una Authority nazionale per il restauro delle foreste

Le immagini della distruzione di ettari ed ettari di foreste, di milioni di alberi abbattuti, fanno risalire dal fondo del Paese la solita lamentatio che puntualmente si incentra sulle responsabilità. C’è chi evoca ancora una volta la mancanza della cura del territorio, chi gli effetti dei cambiamenti climatici. Certo che sarebbe bene curare il territorio ma non viene fatto, punto e basta, né nelle regioni virtuose né in quelle meridionali (meno virtuose) ricche di manodopera ma forse povere di progettualità e di organizzazione.

Al sistema culturale dominante piace tirare in ballo i cambiamenti climatici, ma il fallimento degli accordi di Kyoto e forse anche di quelli di Parigi é sotto gli occhi di tutti.

Al di là delle chiacchiere dei talk shows, l’idea della prevenzione non tiene. Nessuno è risuscito a prevenire (anche con misure colturali) le tempeste che hanno causato danni su grandi estensioni in Europa: Vivian (1990), Lothar, Martin (1999),  Kyrill e Per (2007), Klaus (2009).

L’unica azione realistica che si può fare, nel breve termine,  è il restauro delle foreste danneggiate dopo l’evento. Si vada a vedere nella Foresta Nera in Germania cosa è stato fatto dopo il passaggio di Lothar.

E qui viene il punto.

Per colmare eventuali sacche di ignoranza si richiama alla memoria che in Italia (lasciando perdere quello che si fà all’estero) l’argomento è tanto ben conosciuto quanto disconosciuto.

La Repubblica di Venezia con la prima legge forestale del 1475 introdusse principi colturali assolutamente innovativi, tra cui impose la ricostituzione forestale laddove le foreste erano state distrutte.

Arrigo Serpieri, estensore del Regio Decreto Legge n. 3267 del 1923 (la prima legge organica forestale dell’Italia post-unitaria), introdusse una specifica norma per la ricostituzione dei “boschi estremamente deteriorati”. Ariberto Merendi (1941) divulgò in un manualetto di facile lettura le tecniche della ricostituzione dei boschi.

Nella relazione introduttiva al Congresso nazionale sui rimboschimenti e sulla ricostituzione dei boschi degradati che si tenne a Firenze nel 1961, Generoso Patrone, affermava che si era conclusa la fase di deforestazione del nostro Paese e che si apriva una nuova era di ricostituzione del manto boschivo.

Dagli anni’80 alcuni studiosi hanno cominciato ad usare il termine di “restauro” nell’ambito delle scienze forestali.

Per raccogliere questi input nel 2010 fu realizzato l’unico testo organico sul restauro forestale pubblicato in Italia “Restauro della Foresta Mediterranea” edizioni Clueb, Bologna con la collaborazione di 14 specialisti.

Il 26 luglio 2012 si è costituita a Viterbo, presso il Dipartimento DAFNE dell’Università della Tuscia, la Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF).

Nel 2015 per sottolineare il crescente interesse sui temi del restauro forestale è stata istituita una nuova Task Force nell’ambito della IUFRO: “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”. E un Italiano, il prof Donato Chiatante Past President della Società Botanica e Italiana (SBI) e Presidente della SIRF fa parte dell’International Board.

Nel 2016 esce un e-book al prezzo di euro 3,99 per Youcantprint “Otto lezioni sul restauro forestale”.

Nel 2017 si è tenuto a Palermo il primo convegno internazionale sul tema in Italia, organizzato da IUFRO – Task Force “Forest Adaptation and Restoration under Global Change”and RG1.06 Restoration of Degraded Sites; Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF/SERE); Società Botanica Italiana (SBI); Accademia Italiana di Scienze Forestali; Università degli Studi di Palermo:“Sustainable restoration of Mediterranean forests: analysis and perspective within the context of bio-based economy development under global changes”.

Va dato atto al nuovo TUF “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali” (GU Serie Generale n.92 del 20/04/2018, DL 34/2018) del coraggio ad usare la parola restauro anche se non è chiaro né il significato né come si voglia declinare.

Riprendendo questo “coraggio” e per sviluppare l’argomento, forse sarebbe opportuno costituire una Authority nazionale che si occupi del restauro delle foreste degradate (da non confondere né con la conservazione né con la gestione attiva delle foreste) per organizzare gli interventi e per la gestione dei fondi dal momento che si è voluto (e si vuole) spacchettare il tema delle foreste tra: regioni (gestione ossia attività selvicolturali e pianificatorie), MIBAC (paesaggio), MATTM (ambiente) e MIPAAF (che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento).

Ergo, é un problema di scelte politiche.

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Ridiamo le foreste ai monaci

Ridiamo (restituiamo) le foreste ai monaci è uno slogan coniato nel 2010 nel corso di un convegno a Camaldoli (Arezzo) “Il Codice Forestale Camaldolese. Le radici della sostenibilità” che viene ripreso per lanciare alcune idee, non per rivendicare niente.

Il secolarismo, il crollo delle ideologie e la perdita di smalto della Chiesa Cattolica (a seguito dello stillicidio sugli scandali economici e sessuali) stanno dando un forte impulso al nuovo spiritualismo naturalistico laico: la natura come mezzo per trovare una propria pace interiore e un senso alla vita. Un fenomeno che ha trovato potenti alleati nella cultura e nel senso comune della società, nel business, nei mass-media. Forse una nuova dendrolatria e boscolatria come si evince dai numerosi libri, articoli, interviste. L’altra faccia di una società post-cristiana che si riconosce ora su altri valori. Le “direzioni spirituali verdi” dei nuovi eco-guru hanno sostituito quelle dei vecchi confessori. Neologismi, mutuati dalla liturgia cristiana, riciclano concetti della botanica e della selvicoltura.

Sulla base di questa premessa potrebbe sembrare fuori luogo riproporre le esperienze nei boschi di  eremiti e monaci cristiani, che hanno coniugato il rispetto dell’ambiente con la fede.

Tanto vale tentare, proponendo una riflessione su un passo del testamento di San Giovanni di Rila (876-946) che racconta i momenti iniziali della sua vita eremitica:

Non ho trovato nessun uomo qui, ma solo animali selvatici e boschi impenetrabili. Mi sono stabilito da solo in mezzo agli animali selvatici, senza cibo né riparo, ma il cielo era il mio rifugio e la terra il mio letto e le erbe il mio cibo. Ma il buon Dio, per amore del quale ho lasciato tutto e sopportato la fame e la sete, il gelo, il calore del sole e la nudità corporale, non mi ha abbandonato, ma come un padre misericordioso e benevolo verso i piccoli ha generosamente soddisfatto tutte le mie esigenze”.

Senza dubbio un passo forte, che può anche disturbare. Tuttavia fa pensare come questa esperienza umana così al limite, dopo 1000 anni, abbia ancora la forza di interessare e di attrarre. Cosa spinge uomini e donne (nonostante decenni di propaganda atea e di persecuzioni del regime comunista bulgaro) a recarsi nella grotta dove ha vissuto il Santo? Certo la speranza di ottenere quello che non sono riusciti ad avere da altre parti.

Grotta di San Giovanni di Rila: i bigliettini con le richieste sono ovunque.

Sulla base di questa vicenda, le idee di “Ridiamo le foreste ai monaci”  vogliono muovere su due direttrici.

Una dimensione culturale e sociale.

Dopo oltre 100 anni dalla soppressione sabauda dei beni ecclesiastici, alcune foreste sono ancora gestite dallo Stato, altre sono state vendute a privati, altre sono ritornate in possesso degli Enti religiosi proprietari. Molte ricadono all’interno di aree protette (Parchi nazionali, SIC) con una gestione che si discosta, nello spirito, da quella impostata dagli ordini religiosi. Pur non disconoscendo i valori conservazionistici laici, é forse giunto il momento  di aprire una riflessione anche sulle radici culturali e colturali che, tutto sommato, hanno consentito la conservazione di queste foreste fino ai nostri giorni. Allo scopo di riportare lo spirito degli ordini religiosi (non l’amministrazione) nella gestione delle foreste e, di rivedere i criteri di gestione delle foreste che si trovano all’interno delle aree protette. Integrare i valori materiali (conservazione della biodiversità, ecc.) con i valori religiosi potrebbe rappresentare un approccio innovativo nella gestione delle aree protette.

Una dimensione personale ed esistenziale.

In un periodo storico caratterizzato dalla “indeterminatezza” in tutti i campi del sapere, le foreste possono contribuire a “riposizionare” l’Uomo (quindi con le sue coordinate in Terra e in Cielo).

Forme di gestione mirate (quelle attuali delle aree protette prestano attenzione soltanto agli aspetti ecologico-materialistici) possono aiutare l’Uomo a “rientrare in sé stesso”, a capire il senso della sua esistenza. Ad esempio può essere efficace la creazione di spazi per sostare in silenzio, per l’ascolto e la riflessione personale, con l’aiuto di opportune letture della cultura cristiana (dalle “vite” di Santi uomini, ai testi di ascetica e di mistica, ai Vangeli  canonici).

Suggestioni nel bosco sacro di Monteluco (Spoleto, Perugia) (Caterina Mercurio)

L’inizio di un percorso per aiutare l’Uomo moderno a ri-trovare il Dio della Storia, senza correre il rischio di incontrare, proprio nelle foreste, il dio dell’immaginazione.

 

 

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L’acero campestre: un passato nei campi, un futuro in città

L’acero campestre (Acer campestre L.) è un albero alto fino a 12-15 m, raramente fino a 20 m. Chioma globosa-ovata, che si espande fino a 8 m. Le foglie virano verso un bel giallo oro in autunno.

Apparato radicale: robusto e ramificato, piuttosto profondo.

L’acero campestre è diffuso dal livello del mare fino a 1200 m (1600 m in Sicilia) con una fascia ottimale compresa da 300 a 800 m nell’Italia centrale.

La specie é frequente nei boschi misti di cerro e carpino nero e altre latifoglie, nelle faggete e nelle zone più basse delle foreste planiziarie.

E’ una specie esigente di luce, moderatamente termofila, resiste abbastanza bene alle basse temperature (-18 °C). Moderatamente xerofila (800-1500 mm di precipitazioni medie annue),sopporta la siccità e allo stesso tempo non teme un eccesso di umidità nel suolo.

Indifferente alla natura del substrato, vegeta con pH da basico a neutro, talora subacido. L’acero campestre é frequente su calcari e calcari argillosi: una delle poche piante arboree che si adatta ai terreni argillosi.

Resistente all’inquinamento atmosferico. Ricerche recenti hanno dimostrato che l’acero è un depuratore naturale dell’aria, essendo in grado di purificare cinquanta volte il volume del suo fogliame.

La fruttificazione, che inizia intorno ai 10 anni, avviene tra settembre e ottobre; la produzione di seme è abbondante quasi tutti gli anni.

Pianta abbastanza longeva che può raggiungere i 200 anni.

Di Acer campestre sono note diverse cultivar ornamentali tra cui:

‘Carnival’ a foglie maculate di rosa, bordate di bianco.

‘Elsrijk’ più piccola di statura rispetto al tipo, a portamento conico e fastigiato, elevata resistenza agli stress, particolarmente adatta agli ambienti urbani.

‘Postelense’ a foglia dorata brillante a primavera, che poi vira al verde e al giallo-arancio in autunno.

‘Pulverulentum‘ a fogliame maculato bianco e avorio.

‘Red Shine’ a foglie rossastre, resiliente all’inquinamento atmosferico, radici che non deformano i marciapiedi.

‘Streetwise’ a foglie giallo brillanti in autunno, resistente a situazioni difficili.

‘William Caldwell’ a portamento fastigiato, a fogliame giallo-rosso in autunno, di effetto per i viali.

Le cultivar colorate hanno lo scopo di dare un “colpo” di colore alle zone “piatte di verde”.

L’acero campestre nel paesaggio agrario tradizionale

L’acero campestre era noto ai contadini toscani come testucchio, oppio, oppo, loppo.

Agli Etruschi va il merito della coltivazione della vite: o tenuta legata ad un singolo albero (alberata) o legata ad alberi disposti in filari (piantata).

Resti di una piantata di origine etrusca in Casentino (Toscana)

Tra gli alberi, forse l’acero non era in testa ai pensieri dei Romani: Vitem maxime populus alit, deinde ulmus, deinde fraxinus, Columella, De Arboribus, XVI, quanto agli agronomi a partire dal XVI secolo.

L’albero è adatto ad essere “maritato alla vite”, ossia per essere usato come tutore vivo della vite. Ciò per vari motivi: accrescimento molto lento e uso parsimonioso delle risorse, sopporta molto bene la potatura (a vaso o a branche orizzontali) anche molto intensa per non ombreggiare la vite (impalcato a circa 2 m da terra con 4-5 branche il più orizzontali possibile). L’uso del testucchio era diffuso soprattutto in Toscana, ma anche nelle Marche, Umbria e Lazio. Nel “sistema chiantigiano” i rami erano potati per rimanere in orizzontale per unirsi a quelli vicini, ottenendo una spalliera continua su cui si aggrappava la vite.

Nella Valle del Metauro nelle Marche, la distanza tra i filari era di 12-15 m, mentre la distanza nel filare dell’acero era di 10 m.

Dai fiori si otteneva il miele, dalle foglie un ottimo foraggio, dal legno attrezzi agricoli e buona legna da ardere.

Componente del paesaggio agrario della Toscana. Nei seminativi arborati settecenteschi, ossia nei campetti larghi 15-30 m lunghi 80-120 m (dimensionati dai ritmi del lavoro animale), l’acero veniva piantato alla distanza di 5 m lungo le “prode” con accanto una o due viti. Dagli anni ‘60 le antiche sistemazioni agrarie a prode e quindi questi filari sono quasi scomparsi a causa della meccanizzazione.

Ultimi seminativi arborati nella piana di Arezzo (Toscana)

Nella pianura veneta l’acero campestre veniva usato per formare le siepi “a gelosia” incrociando le piante a formare un grigliato che servivano soprattutto a impedire il transito degli animali domestici.

Possibili riproposizioni dell’acero campestre per il restauro di paesaggi agrari

-Siepi dense di schermatura, tenendo conto che in inverno l’acero perde le foglie.

-Fasce frangivento. Nella pianura padana sono stati messi a punto vari moduli colturali: ad esempio, siepi alte circa 2 m con acero campestre, carpino bianco, sambuco, viburno lantana, nocciòlo con interdistanza di 1 m.

-Fasce e zone di rifugio, insieme ad altri arberelli e arbusti, per uccelli, piccoli mammiferi, insetti.

Le alberate/piantate con la vite maritata all’acero (ad es. distanza di 5 m sulla fila e di 6 mi tra le file) rientrano nelle strategie aziendali per migliorare la qualità del vino, rispetto ai vigneti specializzati.

Vigneti sperimentali sul modello etrusco, che vedono come tutore acero campestre, sono stati realizzati nella Toscana meridionale. In particolare per l’alberata etrusca i sesti d’impianto erano di 5×5 m, l’impalcatura dell’acero a 1,80-2 m, con 2 viti maritate a ciascun albero.

Possibili riproposizioni dell’acero campestre negli ambienti urbani

-Filari per mantenere la memoria storica degli antichi “fori boari” dove si svolgevano le fiere del bestiame (es. nei centri della Valdichiana). Le distanze d’impianto dovrebbero essere di 6-8 (10) m. Infatti le piante devono poter avere uno sviluppo equilibrato, senza entrare in competizione tra loro nei confronti della luce e una volta raggiunto lo stadio adulto devono avere le chiome che si toccano senza compenetrarsi.

-Gruppi geometrici di piante da porre a 5 (6) m per rappresentare le antiche sistemazioni agrarie. Un esempio interessante si può vedere a Bagno Vignoni (Siena) dove sono stati realizzati al Parco dei Mulini gruppi di piante alla distanza di 4×4 m impalcate a 2 metri con  3-4 branche.

Parco dei Mulini (Bagno Vignoni, Siena)

-Alberature per parcheggi, qui le distanze possono essere ampie dell’ordine di 12 m.

-Figure geometriche solide per l’arredo urbano (es. altezza 2,50x 60x 60 cm).

 

Per approfondimenti:

AA. VV. 1999. La vite maritata. Storia, cultura, coltivazione, ecologia della piantata nella pianura padana, San Giovanni in Persiceto, Editore Comune di San Giovanni in Persiceto.

AA. VV. 2008. Atti del Convegno internazionale “I paesaggi del vino” Perugia, 8-10 maggio 2008. Bollettino della Associazione Italiana di Cartografia Vol. 46 (2009).

Aceto M. A. 2016. Le rappresentazioni della vite maritata: alcune recenti identificazioni. Rivista di Terra di Lavoro 11 (1):1-24.

Associazione culturale Borgo Baver onlus 2017 La piantata veneta. Dossier per la candidatura al Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, MIPAAF, pp. 226.

Buono R., Vallariello G. 2002. La vite maritata in Campania Delpinoa, n.s. 44: 53-63.

Ciacci A, Rendini P, .Zifferero A. 2012. Archeologia della vite e del vino in Toscana e nel Lazio, All’insegna del Giglio, Borgo San Lorenzo (FI), pp. 832.

Columella Lucio Giunio Moderato, L’arte dell’agricoltura e libro sugli alberi. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Giulio Einaudi, Torino 1977.

Corti R., Pavari A. 1956. Acero campestre. Monti e Boschi 7 (11-12): 569-573.

Dé Crescenzi P.  1605. Trattato dell’ Agricoltura. Appresso Cosimo Giunti, Firenze.

Del Corto G.1898. Storia della Valdichiana. Sinatti, Arezzo, pp. 439.

Fabbrini F. 2003. I vigneti sperimentali in Toscana, Arsia Firenze, pp. 319.

Fenaroli L., Gambi G. 1976. Alberi. Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento, pp. 541-544.

Ferrari M., Medici D. 2003. Alberi e arbusti in Italia. Manuale di riconoscimento. Edagricole, Bologna.

Gallo D., Zanetti P.G. 2014. Paesaggi agrari della pianura veneta. Veneto Agricoltura, Padova.

Giulj G.1828-1830. Statistica agraria della Valdichiana. Niccolò Capurro, Voll. 2, Pisa.

Jacamon M. 2001. Guide de dendrologie. Arbre, arbutes, arbrisseaux de forêts françaises. ENGREF, pp. 264-265.

Manaresi A. 1936. Notizie storiche e colturali sugli alberi usati sino dall’antichità in Italia come tutori per le viti. Annali della Società Agraria della Provincia di Bologna, Volume LXIV.

Moriani G., Tomasi D. 2015. Veneto. Terre e paesaggi del vino. Consorzio Vini Venezia, pp. 184.

Pazzagli C. 1973. L’agricoltura toscana nella prima metà dell’800: tecniche di produzione e rapporti mezzadrili. Olschki, Firenze, pp. 572.

Pirone G. 2015. Alberi, arbusti e liane d’Abruzzo. Seconda Edizione Cogecstre, Penne, pp. 322-323.

Rombai L., Stopani R. 2011. Valdichiana toscana. Territorio, storia e viaggi. Polistampa, Firenze, pp. 284.

Sereni E. 2010. Storia del paesaggio agrario italiano. Laterza, pp. 499.

Soderini G.V., Davanzati Bostichi B. 1622. Coltivazione toscana delle viti, e d’alcuni alberi. appresso i Giunti, Firenze.

Tanara V. 1644. L’economia del cittadino in villa. Edizioni Analisi 1987.

Van Gelderen D.M., de Jong P.C., Oterdom H.J. 1995. Maples of the World. Timber Press Inc., USA.

Zifferero A. 2012. Archeologia e circolazione varietale:prospettive di ricerca e valorizzazione  del paesaggio agrario in Italia centrale. In: Archeologia della vite e del vino in Toscana (A. Ciacci, P. Rendini, A. Zifferero ed), All’insegna del Giglio, Borgo San Lorenzo (FI) pp. 93-118.

 

 

Siti web selezionati

http://www.euforgen.org/fileadmin/templates/euforgen.org/upload/Countries/Italy/Acer_campestre_pagina-singola.pdf

http://lastoriaviva.it/storia-della-vite-e-del-vino-dalla-preistoria-a-roma/

https://www.piantedasiepe.it/piante-da-siepe-a-foglia-caduca/acero-campestre.html

http://www.regione.toscana.it/-/piano-di-indirizzo-territoriale-con-valenza-di-piano-paesaggistico

https://www.rhs.org.uk/Plants/166/Acer-campestre/Details

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Il Monastero e la Foresta di Rila (Bulgaria)

Il monastero ortodosso di Rila si trova a 1100 m di quota al centro di un complesso montuoso con vette che superano i 2000 m nella Bulgaria sud-occidentale.

Il monastero fu fondato agli inizi del X sec. da San Giovanni di Rila (Ivan Rilski) un eremita che ha vissuto gli ultimi anni della sua vita, in una grotta a circa 4 km dall’attuale monastero. Rappresenta un grande centro culturale identitario del popolo bulgaro, roccaforte della lingua nazionale con una grande biblioteca e una preziosa collezione di icone. Nel 1983 il monastero è stato incluso nella lista dei World Heritage Sites dell’UNESCO.

Il cortile con la Chiesa della Natività della Vergine Maria

Il monastero era proprietario e gestiva l’intera foresta circostante quando nel 1947 il governo comunista nazionalizzò l’intera proprietà, ma nel 1998 con il ritorno della democrazia iniziò la restituzione del bene alla Chiesa Ortodossa. Questo fatto pone degli interrogativi per quanto riguarda l’Italia, in quanto non bisogna dimenticare che a seguito della soppressione sabauda del 1866 e dell’esproprio delle foreste ai monaci, nessuno ha mai pensato di restituirle ai legittimi proprietari (vedi le foreste di Vallombrosa e di Camaldoli).

Tutti i luoghi santi e la foresta sono molto frequentati dai bulgari per la devozione a San Giovanni di Rila che è il patrono della Bulgaria.

Il Parco Naturale del Monastero di Rila fu istituito dal Ministero dell’ambiente e delle risorse idriche nel 2000 ed è incluso nel Parco Nazionale di Rila.  Si articola da 800 a 2500 m su una superficie di 25000 ettari di cui 19000 appartenenti alla Chiesa Ortodossa e 3600 allo Stato. Comprende 35 specie arboree (tra cui l’Abies alba, l’Abies Borisii-regis, il Pinus peuce e la Quercus protoroburoides) e molte specie endemiche, 85 diversi tipi di habitats, 28 laghi la maggior parte di origine glaciale. La foresta che si sviluppa attorno al monastero è costituita da un bosco monumentale di faggio che localmente si arricchisce di frassini, tigli, aceri, sorbi, olmi, carpini e abete rosso. La componente faunistica riguarda la parte terminale della piramide trofica con l’orso bruno.

La veduta del bosco attorno al monastero

Il piano di gestione prevede la conservazione della composizione, della struttura e delle dinamiche ecologiche della foresta, e (aspetto alquanto desueto nelle società occidentali) la salvaguardia dei valori religiosi. A tal riguardo la foresta è stata suddivisa in 7 zone funzionali, tra cui quella di conservazione delle aree limitrofe ai siti di interesse religioso e culturale. Non è prevista la caccia e le utilizzazioni, nella zona dove sono ammesse, riguardano una quota (< 15%) per soddisfare le necessità della comunità monastica. Il piano prevede iniziative per sviluppare il turismo e l’educazione.

E’ un esempio di integrazione delle attività della Chiesa Ortodossa e degli obiettivi delle istituzioni statali, di armonica conservazione dei valori religiosi, culturali e naturalistici.

Il foro di uscita (dal basso e dall’alto) dalla grotta di San Giovanni di Rila

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La nave di Teseo e il restauro culturale

Prima di tutto è necessario ri-chiarire due termini ancora ben confusi: si parla di conservazione se vi vuole mantenere un bene di cui viene riconosciuto il pregio e l’unicità, si parla invece di restauro di un bene, che è ancora presente ma che è degradato e di cui si vogliono ripristinare la funzionalità ecologica e/o il pregio estetico.

Cercare di ottenere definizioni condivise da tutti è una impresa ardua, defatigante e lunga , in un tema dove si confrontano biologi, forestali, agronomi, architetti del paesaggio, ingegneri, geologi con le loro diverse sensibilità professionali. Non a caso per dire “grosso modo” la stessa cosa, si usano termini come restauro ecologico, restauro forestale, restauro del paesaggio, ingegneria ecologica, ingegneria naturalistica e tanti altri. Tali sottigliezze sfuggono ai committenti pubblici e privati, per cui si tranciano le raffinatezze concettuali e lessicali con “forestazione” e “piantumazione”.

Un ulteriore riflessione sul tema del restauro in campo biologico  è sempre necessaria per esplicitare i concetti e delineare nuovi approcci, se non altro per innalzare il livello della conoscenza, al di là degli steccati professionali.

Tiziano Fratus, uomo di cultura letteraria che da qualche tempo si occupa di alberi, mette il dito sulla piaga del restauro, partendo dal paradosso della nave di Teseo cioé sull’effettiva persistenza dell’identità originaria per un bene le cui parti mutano (venendo sostituite) nel tempo. E in particolare pone l’interrogativo ”E’ dunque quella nave, e il suo spirito è salvo, oppure è un falso, qualcosa di nuovo che quel simbolo non può più rappresentare?”

Riferendosi al campo biologico s.l. le risposte possono essere diverse: se ne propongono alcune.

Una prima risposta

Il rischio di creare dei falsi storici è reale quando cambiano i materiali, le funzioni, le  tecniche colturali e gli uomini che hanno originato un dato bene o paesaggio. Franco Zagari sostiene, ad esempio, che qualsiasi paesaggio ha una sua legge evolutiva o si modifica o muore.

In questa categoria rientrano i “set cinematografici” cioè la ricostruzione di ambienti del passato per scopi pubblicitari e/o turistici o le pacchianerie lasveghiane.

Non si può parlare di falsi quando si istituiscono degli agri-selvimusei, imponendo vincoli (ma anche assicurando incentivi) per continuare ad applicare (o ripristinare), a scopo educativo e storico-culturale, tecniche colturali o processi produttivi desueti in situazioni circoscritte e particolari. Gli esempi in alcune aree protette europee non mancano.

Una seconda risposta

Mauro Agnoletti sostiene che il restauro dei paesaggi rurali, che hanno una valenza storica riconosciuta e ancora conservati, è un punto di forza non solo per la loro salvaguardia al fine di sostenere un progetto culturale, ma anche per legare la loro conservazione alla valorizzazione dei prodotti e delle economie rurali. Va chiarito però il senso di questa affermazione con un esempio, e questo potrebbe derimere la questione sollevata da Fratus, dove attraverso cambiamenti appropriati, si può mantenere l’”essenza originaria” di un paesaggio. Una azienda vitivinicola toscana ha ricevuto quest’anno la medaglia d’oro con il Pegaso dalla Regione Toscana. In breve la storia e la motivazione è questa. Questa azienda aveva trasformato i vecchi vigneti terrazzati con nuovi impianti a rittochino (cambiandone l’orientamento), per razionalizzare e meccanizzare tutte le tecniche colturali. Ora al momento dell’entrata in produzione dei nuovi vigneti venne fuori che si otteneva un peggioramento della qualità del vino. Indagini scientifiche dimostrarono che le pietre dei terrazzamenti erano indispensabili per assorbire e rilasciare l’energia che, a sua volta, influiva sulla gradazione e quindi sulla bontà del vino. Per cui fu deciso di ri-terrazzare i vigneti, con nuovi criteri, con gli antichi vitigni, per salvaguardare gli aspetti paesaggistici (che però non erano più quelli originari sette-ottocenteschi) e la qualità dei prodotti. In questo caso i puristi non potrebbero più accettare la parola restauro ma di riqualificazione paesaggistica, poco male. Questo processo colturale innovativo ha segnato, ad un tempo, una discontinuità rispetto alle vecchie pratiche tradizionali, non più possibili, ma ha mantenuto una linea di continuità ereditata dal passato, dando seguito a una funzionalità agronomica e a una produzione tipica con le tecniche del nostro tempo.

Una terza risposta

Il conservatorismo che si oppone a qualsiasi modifica nel campo dell’arte dei giardini, non ha alcun fondamento scientifico dal punto di vista biologico, ma solo emozionale. Pensare di trovare oggi al Giardino dei Boboli a Firenze tutte le piante cinquecentesche è assurdo. Nei giardini storici, nel corso dei secoli, le piante (alberi) che muoiono di volta in volta, sono state e vengono sostituite, forse non sempre con la stessa specie, ma con “entità affini” per morivi ecologici, fitosanitari ed estetici. Questo si chiama restauro conservativo, perché salvaguarda e mantiene il valore simbolico originario.

Una quarta risposta

Nel caso dei boschi di origine naturale, (ma degradati) si prescinde dal concetto di “originario” e di “simbolico” per dare corpo al significato della funzionalità  ecologica.

I biologi della conservazione (cfr Richard B. Primack e Luigi Boitani) insistono nel  considerare il restauro ecologico come “la pratica di ripristino di specie ed ecosistemi che in precedenza occupavano quel sito”.

Ma anche le recenti distinzioni della Society of Ecological Restoration pur confernando tale impostazione se ne discostano “Restoration seeks to re-establish the pre-existing biotic integrity, in terms of species composition and community structure, while rehabilitation aims to reinstate ecosystem functionality with a focus on provision of goods and services rather than restoration”  .

La prima definizione di restauro come già rimarcato più volte, è opinabile, se non altro perché non conosciamo quali fossero le condizioni “pre-esistenti” al disturbo, a meno che non si tratti di una distruzione del bene “recente” di cui ci siano documentazioni ineccepibili e che sussistano le stesse condizioni ecologiche per riavviare un processo di recupero. In questo senso non è più un restauro ma un ripristino.

In Italia e nei Paesi di antica trasformazione del territorio lo scopo non è quello di ricreare ecosistemi originari, quanto di riattivare le funzioni e i processi fondamentali dei sistemi degradati. E, nel caso dei popolamenti antropogeni storicizzati, di tener conto anche del fattore estetico e culturale.

Di fronte ai cambiamenti globali l’obiettivo generale si integra con quello di creare ecosistemi più resilienti, ossia maggiormente capaci di adattarsi a nuovi scenari.

Il restauro non può essere rigido ma sempre adattativo, chiarendo che il temine significa “monitoraggio” e non “indeterminatezza nell’agire”.

Una conclusione possibile

La questione si affronta in maniera costruttiva mettendo da parte il pessimismo di John Ruskin “Il restauro è la peggior forma di distruzione”, e ponendo la questione prima di tutto sul piano culturale poi confrontando idee, approcci e tecniche.

Il restauro dei sistemi (agro-forestali) degradati è la sfida per questo millennio nei Paesi avanzati, continuare a sottovalutare l’argomento significa accentuare il ritardo culturale con le altre nazioni.

 

Per approfondimenti

Agnoletti  M. 2010 a. Paesaggio rurale. Edagricole, pp. 348.

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Agriturismo e rivisitazione del paesaggio in Toscana

L’agriturismo è una attività che segna un trend in aumento negli ultimi anni. Sta avendo una stagione d’oro, complice il paesaggio ordinato, l’arte, i prodotti eno-gastronomici e nel complesso il “buen vivir” della Toscana. Molte aziende agricole hanno trovato la quadra per i loro bilanci, i giovani hanno ottenuto un’occupazione, gli investitori sono venuti in Toscana.

La configurazione del paesaggio, e segnatamente la presenza del cipresso in Val d’Orcia, è un elemento qualificante e insostituibile. Secondo una indagine condotta dall’Università di Firenze, i turisti che sono stati ospiti gli agriturismi della Val d’Orcia si sono dimostrati disposti a pagare una tassa turistica per alimentare un fondo per la salvaguardia e la cura del cipresso. Quindi viene riconosciuta alla presenza del cipresso, una componente premiale di un’attività economica.

La Cappella di Vitaleta uno dei punti più fotografati della Val d’Orcia, in questo caso di lato.

Le evidenze storiche e attuali del paesaggio. Nei vecchi fabbricati colonici non c’era un giardino. Le uniche piante che si trovavano attorno a questi edifici rurali, poveri e semplici, anche se grandi, erano le specie aromatiche (salvia, rosmarino, finocchio, alloro, molto usate in cucina), le specie da fiore (rose, gigli, iris, settembrini, ecc), il resto delle piante per uso alimentare si trovava nell’orto, spesso con i fruttiferi (noce, giuggiolo, fico, susino ecc). Talvolta era presente una grande quercia per la “finitura” del maiale e per l’ombra. Non mancava il cipresso nell’aia, per segnare i confini di proprietà  e l’ingresso di strade, che all’occasione serviva per ricavare lo “stollo” del pagliaio. I filari di cipressi conducevano alle case padronali, alle ville delle grandi Tenute, e fiancheggiavano le strade comunali. Una presenza per punti, per linee e per curve. Eccezioni, erano i boschetti piantati per la caccia, per fare la dote alle figlie o per qualsiasi altra ragione.

Un tratto della strada tra Montecchio e Pienza.

Fattoria dell’Amorosa (Sinalunga, SI): viale di accesso.

Il Tuscan Style. Con questo termine si intende lo stile che si è affermato negli ultimi decenni nelle sistemazioni esterne attorno a questi fabbricati, per renderli più funzionali e più attraenti. Ciò che caratterizza questo stile è la “villificazione” dell’immobile, non tanto per la scelta delle specie (a volte azzeccata) quanto per una composizione suntuosa e improbabile (aristocratici viali di cipressi, ingombranti gruppi monocromatici di arbusti che richiamano le opere di Burle Marx in Brasile, impegnativi tappeti erbosi, ecc.) creando appunto una discrepanza tra l’essenza della struttura architettonica e il “nuovo giardino”. Spesso un giardino “chiuso” non collegato al paesaggio circostante.

Gli interventi migliorativi sono sempre necessari. Se è vero che cambiano gli uomini, le funzioni, il paesaggio, si tratta di reinterpretare e coniugare l’antico con il nuovo. Ma rispettando alcuni punti, da adattare ai singoli casi.

La regola aurea. Prendendo a prestito il pensiero di Pietro Porcinai che senza dubbio se ne intendeva, l’intervento deve essere improntato al razionalismo: tutto deve avere una funzione, una logica, un senso ed evitare le ridondanze. La linearità, la semplicità sono da tenere a mente. Da dimenticare i colori forti e le disarmonie. Un disegno progettuale (del resede o delle pertinenze) di bassa-intensità, senz’altro aperto e integrato con il paesaggio.

La fedeltà paesaggistica è un dovere. Ma a quale paesaggio? Il paesaggio non è qualcosa di immaginario e di soggettivo, ma è quello reale in cui si inserisce il fabbricato, e sarà, ora quello della pianura (Valdichiana), ora quello della collina (Chianti, Val d’Orcia, come ha messo in evidenza e descritto il PIT della Toscana.

 

 

 

 

La scelta delle specie. In Toscana sono numerose e dettagliate le conoscenze storiche (documenti, trattati, mappe, immagini, tradizioni) che descrivono soprattutto i paesaggi agrari del ‘700-’800 fino al momento delle grandi trasformazioni della seconda metà del secolo scorso, tanto da poter evitare sproloqui botanici e compositivi. Oltre all’adattabilità ecologica, le specie vanno scelte per il loro significato simbolico, funzionale ed estetico. Bandita l’ostentazione di magnolie e di cedri nei fabbricati rurali, come sono deplorevoli tutte le banalizzazioni e le omologazioni vegetali. La debolezza dell’offerta del sistema vivaistico italiano è nota, ma oggi ci sono anche vivaisti specializzati che consentono di raffinare gli interventi, basta saper trovare e scegliere.

La notte. Non aver rispetto della notte significa perdersi uno dei piaceri più importanti della vita in campagna durante l’estate. La notte estiva dei contadini era illuminata dalle lucciole. Punto. Quindi le illuminazioni (necessarie) devono essere sobrie e non impattanti.

L’acqua. Escluso l’uso eccessivo dell’acqua. In antico non c’erano grandi risorse idriche e le poche erano destinate ai bisogni della famiglia, agli animali e all’orto. Quindi una scelta delle piante calibrata per ambienti secchi (se non altro, per il cambiamento climatico, per chi ci crede). Inutile dire che i tappeti erbosi non hanno una patria nella collina toscana, meno che meno nelle case coloniche, tuttavia se non se ne vuole fare a meno, devono almeno essere contenuti, usando le specie adatte agli ambienti aridi.

Gli elementi decorativi. Vanno bene le terrecotte per i fiori (non mancano a Pienza, Petroio, Impruneta), senza farne un magazzino all’aperto. Un tocco di raffinatezza sono, per i fabbricati importanti, le ceramiche a muro con i temi locali, o le opere d’arte povera (l’ideale potrebbero essere quelle di Emo Formichi, ma notoriamente non sono in vendita). Bene i pergolati di vite con tavoli, sedie e divani, certo in stile semplice, per la vita all’aperto.

Riuso di un vecchio ziro per l’olio.

Il camouflage. Il mascheramento di nuovi inserimenti tecnologici, funzionali al riuso dell’immobile cosi come di vedute inopportune cave, strade, elettrodotti, impianti eolici, ripetitori, ecc. sono determinanti per accrescere l’apprezzamento della struttura ricettiva.

Il vialetto di cipressi accresce l’efficacia del mascheramento della struttura.

La canalizzazione delle visuali. Riguarda la valorizzazione di ciò che viene percepito positivamente: ossia le visuali sulle parti identitarie del paesaggio (es. alternanza di boschetti a seminativi, strade bianche, skylines di paesi e colline).

Le nuove esigenze. Tra queste la piscina e il parcheggio potranno trovare una adeguata collocazione sempre con misura e senza impatti estetici.

Se il tutto verrà poi amalgamato da un buon senso contadino il successo sarà assicurato.

Per concludere, un tocco accademico: forse più che di restauro paesaggistico si dovrebbe parlare, in questi casi, di riqualificazionerivisitazione o di rifunzionalizzazione (linguaggio pessimo ma utile per capirsi) del paesaggio.

 

 

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