L’acero campestre: un passato nei campi, un futuro in città

L’acero campestre (Acer campestre L.) è un albero alto fino a 12-15 m, raramente fino a 20 m. Chioma globosa-ovata, che si espande fino a 8 m. Le foglie virano verso un bel giallo oro in autunno.

Apparato radicale: robusto e ramificato, piuttosto profondo.

L’acero campestre è diffuso dal livello del mare fino a 1200 m (1600 m in Sicilia) con una fascia ottimale compresa da 300 a 800 m nell’Italia centrale.

La specie é frequente nei boschi misti di cerro e carpino nero e altre latifoglie, nelle faggete e nelle zone più basse delle foreste planiziarie.

E’ una specie esigente di luce, moderatamente termofila, resiste abbastanza bene alle basse temperature (-18 °C). Moderatamente xerofila (800-1500 mm di precipitazioni medie annue),sopporta la siccità e allo stesso tempo non teme un eccesso di umidità nel suolo.

Indifferente alla natura del substrato, vegeta con pH da basico a neutro, talora subacido. L’acero campestre é frequente su calcari e calcari argillosi: una delle poche piante arboree che si adatta ai terreni argillosi.

Resistente all’inquinamento atmosferico. Ricerche recenti hanno dimostrato che l’acero è un depuratore naturale dell’aria, essendo in grado di purificare cinquanta volte il volume del suo fogliame.

La fruttificazione, che inizia intorno ai 10 anni, avviene tra settembre e ottobre; la produzione di seme è abbondante quasi tutti gli anni.

Pianta abbastanza longeva che può raggiungere i 200 anni.

Di Acer campestre sono note diverse cultivar ornamentali tra cui:

‘Carnival’ a foglie maculate di rosa, bordate di bianco.

‘Elsrijk’ più piccola di statura rispetto al tipo, a portamento conico e fastigiato, elevata resistenza agli stress, particolarmente adatta agli ambienti urbani.

‘Postelense’ a foglia dorata brillante a primavera, che poi vira al verde e al giallo-arancio in autunno.

‘Pulverulentum‘ a fogliame maculato bianco e avorio.

‘Red Shine’ a foglie rossastre, resiliente all’inquinamento atmosferico, radici che non deformano i marciapiedi.

‘Streetwise’ a foglie giallo brillanti in autunno, resistente a situazioni difficili.

‘William Caldwell’ a portamento fastigiato, a fogliame giallo-rosso in autunno, di effetto per i viali.

Le cultivar colorate hanno lo scopo di dare un “colpo” di colore alle zone “piatte di verde”.

L’acero campestre nel paesaggio agrario tradizionale

L’acero campestre era noto ai contadini toscani come testucchio, oppio, oppo, loppo.

Agli Etruschi va il merito della coltivazione della vite: o tenuta legata ad un singolo albero (alberata) o legata ad alberi disposti in filari (piantata).

Resti di una piantata di origine etrusca in Casentino (Toscana)

Tra gli alberi, forse l’acero non era in testa ai pensieri dei Romani: Vitem maxime populus alit, deinde ulmus, deinde fraxinus, Columella, De Arboribus, XVI, quanto agli agronomi a partire dal XVI secolo.

L’albero è adatto ad essere “maritato alla vite”, ossia per essere usato come tutore vivo della vite. Ciò per vari motivi: accrescimento molto lento e uso parsimonioso delle risorse, sopporta molto bene la potatura (a vaso o a branche orizzontali) anche molto intensa per non ombreggiare la vite (impalcato a circa 2 m da terra con 4-5 branche il più orizzontali possibile). L’uso del testucchio era diffuso soprattutto in Toscana, ma anche nelle Marche, Umbria e Lazio. Nel “sistema chiantigiano” i rami erano potati per rimanere in orizzontale per unirsi a quelli vicini, ottenendo una spalliera continua su cui si aggrappava la vite.

Nella Valle del Metauro nelle Marche, la distanza tra i filari era di 12-15 m, mentre la distanza nel filare dell’acero era di 10 m.

Dai fiori si otteneva il miele, dalle foglie un ottimo foraggio, dal legno attrezzi agricoli e buona legna da ardere.

Componente del paesaggio agrario della Toscana. Nei seminativi arborati settecenteschi, ossia nei campetti larghi 15-30 m lunghi 80-120 m (dimensionati dai ritmi del lavoro animale), l’acero veniva piantato alla distanza di 5 m lungo le “prode” con accanto una o due viti. Dagli anni ‘60 le antiche sistemazioni agrarie a prode e quindi questi filari sono quasi scomparsi a causa della meccanizzazione.

Ultimi seminativi arborati nella piana di Arezzo (Toscana)

Nella pianura veneta l’acero campestre veniva usato per formare le siepi “a gelosia” incrociando le piante a formare un grigliato che servivano soprattutto a impedire il transito degli animali domestici.

Possibili riproposizioni dell’acero campestre per il restauro di paesaggi agrari

-Siepi dense di schermatura, tenendo conto che in inverno l’acero perde le foglie.

-Fasce frangivento. Nella pianura padana sono stati messi a punto vari moduli colturali: ad esempio, siepi alte circa 2 m con acero campestre, carpino bianco, sambuco, viburno lantana, nocciòlo con interdistanza di 1 m.

-Fasce e zone di rifugio, insieme ad altri arberelli e arbusti, per uccelli, piccoli mammiferi, insetti.

Le alberate/piantate con la vite maritata all’acero (ad es. distanza di 5 m sulla fila e di 6 mi tra le file) rientrano nelle strategie aziendali per migliorare la qualità del vino, rispetto ai vigneti specializzati.

Vigneti sperimentali sul modello etrusco, che vedono come tutore acero campestre, sono stati realizzati nella Toscana meridionale. In particolare per l’alberata etrusca i sesti d’impianto erano di 5×5 m, l’impalcatura dell’acero a 1,80-2 m, con 2 viti maritate a ciascun albero.

Possibili riproposizioni dell’acero campestre negli ambienti urbani

-Filari per mantenere la memoria storica degli antichi “fori boari” dove si svolgevano le fiere del bestiame (es. nei centri della Valdichiana). Le distanze d’impianto dovrebbero essere di 6-8 (10) m. Infatti le piante devono poter avere uno sviluppo equilibrato, senza entrare in competizione tra loro nei confronti della luce e una volta raggiunto lo stadio adulto devono avere le chiome che si toccano senza compenetrarsi.

-Gruppi geometrici di piante da porre a 5 (6) m per rappresentare le antiche sistemazioni agrarie. Un esempio interessante si può vedere a Bagno Vignoni (Siena) dove sono stati realizzati al Parco dei Mulini gruppi di piante alla distanza di 4×4 m impalcate a 2 metri con  3-4 branche.

Parco dei Mulini (Bagno Vignoni, Siena)

-Alberature per parcheggi, qui le distanze possono essere ampie dell’ordine di 12 m.

-Figure geometriche solide per l’arredo urbano (es. altezza 2,50x 60x 60 cm).

 

Per approfondimenti:

AA. VV. 1999. La vite maritata. Storia, cultura, coltivazione, ecologia della piantata nella pianura padana, San Giovanni in Persiceto, Editore Comune di San Giovanni in Persiceto.

AA. VV. 2008. Atti del Convegno internazionale “I paesaggi del vino” Perugia, 8-10 maggio 2008. Bollettino della Associazione Italiana di Cartografia Vol. 46 (2009).

Aceto M. A. 2016. Le rappresentazioni della vite maritata: alcune recenti identificazioni. Rivista di Terra di Lavoro 11 (1):1-24.

Associazione culturale Borgo Baver onlus 2017 La piantata veneta. Dossier per la candidatura al Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, MIPAAF, pp. 226.

Buono R., Vallariello G. 2002. La vite maritata in Campania Delpinoa, n.s. 44: 53-63.

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Siti web selezionati

http://www.euforgen.org/fileadmin/templates/euforgen.org/upload/Countries/Italy/Acer_campestre_pagina-singola.pdf

Storia della vite e del vino dalla Preistoria a Roma

https://www.piantedasiepe.it/piante-da-siepe-a-foglia-caduca/acero-campestre.html

http://www.regione.toscana.it/-/piano-di-indirizzo-territoriale-con-valenza-di-piano-paesaggistico

https://www.rhs.org.uk/Plants/166/Acer-campestre/Details

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