Archivio per marzo 2021
Etica e fattualità del restauro degli ecosistemi degradati
Pubblicato da Roberto Mercurio in Etica e Politica del Restauro il marzo 20, 2021
Un sistema biologico degradato (Vásquez-Grandón et al. 2018) ha perso la sua funzionalità ecologica e la capacità di produrre beni e servizi.
Il degrado di un sistema biologico ha riflessi negativi per l’uomo e l’ambiente.
Per capire bene i termini della questione bisogna tener distinto il degrado temporaneo dal degrado duraturo.
Il degrado temporaneo di origine naturale (tempesta, incendio, polluzione di insetti ) rientra nelle dinamiche dei sistemi naturali (Pickett e White 1985, Attiwill 1994, Frelich 2002, Mori 2011). Non si può parlare di per sé di “conseguenze dannose” (almeno nelle aree disabitate), anzi questi fenomeni portano vantaggi perché sono la causa della ripresa di un sistema che presentava delle criticità.
Per quanto riguarda il degrado duraturo, indotto dall’uomo, (fatto salvo che a partire dall’Olocene l’uomo è parte integrante dei processi ecosistemici -Naveh 2000) bisogna introdurre un altro elemento di valutazione, cioé la diversa valenza morale tra:
–Degrado per necessità: alto uso delle risorse per soddisfare i bisogni primari (cibo, riscaldamento).
–Degrado per avidità: sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, l’abuso, oltre ogni “soglia tecnica” di tolleranza.
Sul piano ecologico in entrambi i casi il sistema perde la sua capacità di resilienza.
Fenomeni di degrado di origine antropica sono documentati in ogni parte del Mondo, infatti anche le culture orientali “hanno manipolato la natura e apportato notevoli danni all’ambiente” (Iovino 2004).
Gli agenti del degrado sono stati diversamente attribuiti: all’uomo (storico) (Marsh 1864), al cristianesimo (White 1967), al sistema capitalistico (Bootckin 1989).
George Perkins Marsh (1864) è stato il primo a descrivere la responsabilità umana per i molti guasti del Pianeta e per le foreste sostiene che “dopo averle distrutte ora dobbiamo restaurarle“. Anche James Lovelock (2006) 150 anni dopo è dell’avviso che bisogna riparare i danni fatti. Una delle azioni politiche di portata sociale di Naomi Klein (2015).
Per quanto riguarda il Mondo Occidentale e segnatamente il Bacino del Mediterraneo, Lynn White (1967) ha addebitato al pensiero ebraico-cristiano, la responsabilità culturale dello sfruttamento selvaggio della natura, presentando un’immagine dell’essere umano come dominatore e distruttore (Gen 1,28). Questa interpretazione della Bibbia non è corretta non solo secondo la Chiesa Cattolica ma anche per i filosofi ambientali (Passmore 1986). Il “coltivare” che implica l’uso delle risorse è accompagnato dal “custodire” ossia dal proteggere e conservare le risorse che Dio ha affidato all’Uomo per il suo sostentamento. Il punto di rottura tra Uomo e Ambiente, secondo ebrei e cristiani, stà nella disconnessione dell’Uomo da Dio, nella pretesa di essere autosufficiente e onnipotente (sogno di Prometeo). L’antropocentrismo “biblico” non va confuso con l’antropocentrismo “assoluto” di derivazione Illuminista (Antropocentrismo deviato, secondo Laudato Sì n.118). Passaggio già lucidamente sottolineato da Hargrove (1990): “gran parte delle concezioni ambientalmente negative della religione occidentale non discendono dalla religione ma dalla filosofia occidentale”.
Il problema del degrado dell’ambiente è uscito dagli ambiti accademici e ambientalistici e ha trovato eco nelle autorità religiose.
Significativo è stato l’appello di Papa Francesco (Laudato Sì n.43) “Non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale”. L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme (Laudato Sì n.48) e questo significa che nelle misure antitetiche al degrado, il restauro della coscienza dell’uomo deve avere la priorità sulle tecniche di restauro dell’ambiente.
Ciò apre un tema molto importante e controverso sul piano etico e scientifico del restauro dei sistemi biologici (Cairns 1981, 1986, Hobbs e Harris 2001, Aronson e Alexander 2013, Aronson et al. 2016, Tolvanen e Aronson 2016, Cortina-Segarra et al. 2016, Leighton Reid e Aronson 2017, Mercurio 2018).
Nel 1992 E.O. Wilson scriveva: The next century will, I believe, be the era of restoration in ecology. Oggi la scienza, la politica, l’economia, la pratica professionale riconoscono al restauro ecologico una priorità globale (Aronson e Alexander 2013, Cortina–Segarra et al. 2016, Gann et al. 2019, Aronson et al. 2020).
La Società di Restauro Ecologico (SER 2004) definisce il restauro ecologico: “il processo di assistenza al ristabilimento di un ecosistema che è stato degradato, danneggiato o distrutto”.
La Società Italiana di Restauro Forestale (SIRF 2014) definisce il restauro forestale: l’insieme delle azioni finalizzate a favorire il recupero da parte dell’ecosistema forestale della massima funzionalità ecologica potenziale.
Se in Italia il tema del restauro è stato tenuto in scarsa considerazione dalla comunità scientifica e decisamente ignorato dalle istituzioni, forse bisogna convenire con Aldo Leopold che i problemi ambientali sono sostanzialmente di natura filosofica e richiedono una soluzione prima filosofica perché si possa sperare in una svolta.
Allora quali sono i perni su cui fare leva nelle coscienze?
Il principio di “responsabilità” di Hans Jonas (1979) non riguarda solo “il da farsi” ma anche il “già fatto”, in questo caso il degrado prodotto. Una responsabilità che interessa non solo le nostre “azioni” ma anche le “non azioni”, ad esempio quella di perdere i benefici che deriverebbero da una mancata opera di restauro.
Investe anche i “principi di ecologia profonda e di saggia amministrazione” che prevedono “l’obbligo da parte degli uomini di aiutare il risanamento di quell’ecosistema che loro stessi hanno guastato” (Devall e Sessions 1989).
Il restauro degli ecosistemi degradati risponde al principio etico di “restituzione” per cui l’uomo sarebbe tenuto a rifondere ciò che danneggia (Light 2000) con una dimensione intergenerazionale.
Light (2006) sostiene che il restauro ecologico è una attività inclusiva, che prevede la partecipazione dei cittadini e ne mette in evidenza il ruolo sociale, responsabilizzando i cittadini nella cura della natura. Un atto morale che produce valori positivi, naturali e sociali.
Uno strumento di democrazia e di legalità per il Premio Nobel per la Pace Wangari Maatthai (2007). Un mezzo per lo sviluppo di una coscienza ambientale (Peterson 2007).
Sollecitazioni vengono anche dalla comunità scientifica a seguito di riscontri fattuali. Alcune meta analisi (Rey Benayas et al. 2009, Crouzeilles et al. 2016) hanno mostrato una diretta correlazione tra il restauro ecologico l’incremento della biodiversità, della struttura della vegetazione e dei servizi ecosistemici.
Puntuale l’affermazione di Primack e Boitani (2013): “Alcuni ecosistemi distrutti o profondamente alterati dalle attività umane potrebbero aver perso la loro innata capacità di reazione e potrebbero non essere più in grado di recuperare se non con l’intervento dell’uomo”.
La riparazione degli ecosistemi distrutti – il restauro ecologico- va vista come l’industria del domani, sostengono un ecologo marino e un economista (Danovaro e Gallegati 2019).
Il restauro ecologico degli ecosistemi terrestri è una delle azioni che vengono sollecitate da 11258 scienziati (Ripple et al. 2020) ai decisori politici per la lotta al cambiamento climatico.
Investire nel restauro ecologico rappresenta una opportunità per riavviare le economie in stallo a seguito di COVID 19 (Mansuy 2020).
Non si tratta solo di un operazione prettamente scientifica, ma di una combinazione di arte, scienza, di sensibilità ai bisogni spirituali e biologici del luogo, aggiungono Devall e Sessions (1989).
Il restauro é, in sintesi, lo strumento per intercettare le esigenze di benessere delle comunità e dell’uomo.
Certo, non mancano le voci critiche al restauro dei sistemi biologici. L’atteggiamento degli esperti di etica ambientale su questo argomento è stato prevalentemente negativo (Light 2006).
Secondo alcuni filosofi (Eliot 1982,1997, Katz 1992, 1996, 1997) il restauro ecologico non sarebbe altro che la ricostruzione di una “finta natura” in quanto il restauro non ci riconsegnerebbe “la natura originaria distrutta”, sarebbe addirittura un opera dannosa per la natura, un “artefatto”. Per Kane (1994) e Katz (1996, 2002) il restauro sarebbe l’espressione di un tentativo dell’uomo di “dominare”, di “forzare” la natura. Assunto peraltro contestato da Ladkin (2005).
Il restauro in campo forestale inteso come ritorno “alle forme e agli aspetti originari“ non sarebbe altro che una improponibile operazione di lifting (Ciancio 2014). Sempre secondo Ciancio (2017) il concetto stesso di restauro di forme naturali sarebbe “in evidente contrasto con l’idea di bosco come ecosistema”, ancora, il restauro dei sistemi fortemente degradati sarebbe un’operazione che introdurrebbe fenomeni di “devianza evolutiva”.
A chiarimento di queste legittime perplessità, può essere utile una frase di Balaguer et al. (2014): “contemporary restoration ecologists and practitioners do not aim to ‘recreate’ the past”.
Nelle voci critiche è difficile intravedere, talvolta, motivazioni che abbiano un fondamento scientifico quanto convinzioni ideologiche. Sono molto forti gli echi di datate contrapposizioni tra la visione biocentrica, negazionista del restauro, e quella antropocentrica, fautrice invece del restauro nella pretesa di “migliorare” la natura in tutte le sue espressioni. La pandemia di Covid 19 impone una svolta per convergere verso un “antropocentrismo responsabile” nella gestione integrale e integrata delle risorse naturali. Già Vittorio Lanternari (2003) anticipava la necessità di un cambiamento, quando parlava di “ecoantropocentrismo” cioé di equilibrio fra utilità e rispetto, fra uomo e ambiente.
Liquidare il tema del restauro solo perché si prefiggerebbe uno scopo non raggiungibile: “ritorno a una situazione originaria” è un falso argomentare. Anche se si volesse ammettere che ci sia stata una iniziale posizione “primordiale”, “d’impulso”, “purista” su questo obiettivo, in seguito è stato rifiutato dalla comunità scientifica (Cairns 1986, Bradshaw 1997, Hobbs e Norton 1996, Balaguer et al. 2014), rimanendo (forse) solo nella propaganda ambientalista. Infatti, oggi questo approccio al restauro viene escluso in tutti gli ambiti anche in quello restauro delle opere d’arte, a maggior ragione in quello dei sistemi biologici complessi. A sostegno di queste tesi una semplice considerazione di ordine lapalissiano: non é possibile ricreare lo stato originario (prima dell’intervento umano) di un ecosistema in tutte le sue funzioni se non altro perché “nessuno lo conosce”.
Il punto vero da risolvere sul piano fattuale è se la soluzione di fronte al degrado sia quella di lasciare alla libera evoluzione naturale (la natura sa come fare, Commoner 1977), o di prevedere l’intervento dell’uomo per aiutare il processo naturale.
La riposta è: “dipende”. Antropocentrismo responsabile significa valutare se il sistema degradato comprende un’ area remota, inabitata, o se il sistema degradato minaccia direttamente l’uomo nella sua salute e nelle sue attività. Restauro ecologico, quindi, nell’ottica di un pragmatismo ambientale.
La ricerca di nuovi modelli, direzioni, paradigmi, anima il dibattito nella comunità scientifica e si parla di: “reference systems” (Crouzeilles et al. 2016), “historicallly-based reference models” (Balaguer et al. 2014), di “novel ecosystems” (Hobbs et al. 2006, 2009, 2013a, b, Aronson et al. 2014, Murcia et al. 2014, Morse et al. 2014, Miller e Bestelmeyer 2016, Meine 2017), di“moving targets” (Christensen 2014).
Vi una larga convergenza ad avere un “modello di riferimento”, un ecosistema più o meno naturale o seminaturale (Murcia et al. 2014, Gann et al. 2019).
Un “modello di riferimento”, potrebbe essere ad esempio la “vegetazione naturale potenziale” (Miyawaki 1999, Miyawaki e Box 2007), nelle sue varie declinazioni (Biondi 2011).
Il “modello di riferimento” non è il modello “vero in assoluto” che esisteva prima dell’intervento dell’uomo, ma è un modello “plausibile”, quello che si può percepire ora attraverso una analisi storica e ecologica, nella consapevolezza che nonostante le trasformazioni che hanno subito i sistemi biologici, sia un modello ragionevolmente abbastanza vicino a quello che potrebbe essere il “massimo grado di evoluzione della vegetazione” per una data area.
Un “modello di riferimento”, come strumento operativo e “orientativo”, è necessario senza il quale è difficile progettare, ottenere finanziamenti, realizzare l’opera, valutare i risultati e certificare il lavoro svolto. Sul “modello di riferimento” si traccia “la traiettoria del restauro” (Bradshaw 1996, Stanturf 2005) che può essere diversa secondo le micro situazioni.
Infine per completezza di esposizione bisogna aggiungere alcune considerazioni.
Non è detto che le attuali condizioni ecologiche e sociali consentano di supportare un “modello storico di riferimento” e non è detto nemmeno che esista, per cui ci può essere il caso di pensare a un “altro” sistema di riferimento per il restauro. Ci possono essere più modelli di riferimento se si è di fronte a un “mosaico” di ecosistemi da restaurare.
Un “approccio adattativo” dell’agire (o dell’ “aggiustamento in corso d’opera” o dell’ ”imparare facendo” ma non della “prova ed errore”) sostenuto da un monitoraggio costante, va sempre tenuto presente a proposito di cambiamenti climatici e disturbi, nel lungo arco di tempo di una azione di restauro.
Il tutto è una questione di professionalità e di buon senso.
La transizione ecologica si muove anche attraverso il restauro degli ecosistemi degradati.
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