Archivio per luglio 2021

I peri da legno e da ornamento

Le vecchie classificazioni inquadravano Pyrus communis L. con varie entità sottospecifiche che, i forestali, nel linguaggio corrente, riassumevano con il nome di perastro.

Ora nella Flora italiana il genere Pyrus  è rappresentato da:

Pyrus castribonensis Raimondo, Schicchi & Mazzola

Pyrus ciancioi Marino, Castellano, Raimondo & Spadaro

Pyrus communis L.

Pyrus communis L. subsp. communis

Pyrus communis L. subsp. pyraster (L.) Ehrh

Pyrus cordata Desv.

Pyrus nivalis Jacq.

Pyrus sicanorum Raimondo, Schicchi & Marino

Pyrus spinosa Forssk.

Pyrus vallis-demonis Raimondo & Schicchi

Perastro

Il perastro s.l. (Pyrus communis L.), è un albero che raggiunge altezze molto variabili: da 3-4 m con fusto presto ramificato fino a soggetti di 15-20 m. Il tronco può raggiungere i 50 cm di diametro.  Un soggetto nel Pollino misura 15 m in altezza e una circonferenza di 4,05 m. Gli individui di questa specie raggiungono i 150 anni, ma forse il perastro può vivere per diversi secoli.

Foglie di perastro

Il sistema radicale è fittonante.

La fogliazione avviene fra aprile e giugno. La fioritura, che anticipa di poco l’emissione delle foglie, è compresa tra aprile e maggio.

La fruttificazione avviene tra settembre e ottobre. I  frutti  sono  eduli, particolarmente graditi all’avifauna e adatti all’alimentazione degli animali selvatici e domestici. 

Il  perastro  è  specie  mellifera, produce un ottimo miele dal colore chiaro, soggetto a cristallizzazione molto rapida, mediamente fine e pastosa, particolarmente indicato in abbinamento con i formaggi freschi.

La specie rinnova per seme, per polloni radicali e polloni alla base del fusto.

Il perastro veniva usato in bosco come porta innesti di varietà pregiate, quella che veniva chiamata “ frutticoltura a carattere silvano”, al pari dell’olivastro.

Specie  relativamente  termofila, (le passate classificazioni distinguevano una var. amygdaliformis – pero mandorlino- sin. Pyrus amygadaliformis Vill., Pyrus spinosa  Forssk.) della zona mediterranea con un adattamento xerofilo anche a terreni argillosi come quelli della Calabria),  parimenti resiste  bene al  freddo, adattandosi a vivere nelle conche intermontane del Pollino. 

Pero mandorlino

Specie  rustica, ubiquitaria, capace di adattarsi a suoli differenti, da quelli freschi (preferiti), drenati a quelli asciutti. Esigente di luce, tollera la mezz’ombra.

Il perastro è presente in tutte le regioni, dal livello del mare fino a 800-1000 m  ma risale fino a 1400 m in Toscana, 1500 m nel Pollino.

Perastri nei pascoli del Pollino

Il perastro s.l. (tenendo ben presente le mutevoli  variabilità tassonomiche) compone le cenosi della macchia mediterranea, dei querceti caducifogli (roverella, rovere, cerro), dei castagneti, ostrieti, faggete.

Il legno del perastro è pregiato, indifferenziato, bruno-rossiccio, a tessitura fine e fibratura dritta, duro e compatto. La massa volumica media è di 680 kg/m 3 a umidità normale, il ritiro è elevato.

Si presta bene per i lavori al tornio, intarsio, falegnameria fine, xilografia. Inoltre il legno di perastro viene usato per strumenti musicali (flauti, fagotti, tastiere dei clavicembali).

I toppi di diametro più elevato, netti da difetti (conformazione del fusto, deviazioni della fibratura, nodi, alterazioni di colore) vengono sottoposti a tranciatura e utilizzati per il rivestimento di parti a vista di piccoli mobili, sfruttandone soprattutto l’aspetto fiammato.

Il pero nelle sistemazioni paesaggistiche e nel verde  ornamentale

Si possono realizzare con il pero filari puri o misti, semplici o doppi, dove vi sono esigenze di carattere estetico e paesaggistico e per valorizzare porzioni di territorio non utilizzabili diversamente.  La distanza tra le piante, con soggetti più sviluppati (alti 1,50-3 m) é di  5-7 m.

Anche singoli soggetti isolati in un prato sono interessanti sul piano estetico-compositivo, se si vogliono ricreare antiche tradizioni di conservare piante di perastro nei pascoli per fornire ombra e nutrimento agli animali.

Tra le specie e cv che si distinguono per il portamento, la fioritura, la colorazione delle foglie:

 Pyrus calleryana ‘Chanticleer’ (colonnare-conica), ‘Aristocrat’ (ovale-piramidale, ricca fioritura), ‘Redspire’, (colorazione rossa), ‘Capital’ (colonnare)

Pyrus salicifolia  ‘Pendula’ (pendula)

Pyrus eleagrifolia subsp. Kotschyana (colonnare)

Pyrus communis ‘Beech Hill’ (colorazione rossa-arancione)

Ottimi soggetti di Pyrus calleryana ‘Chanticleer’

Il perastro nell‘arboricoltura da legno

Se si vuole produrre legno di qualità e ci si trova il situazioni difficili (suolo-clima) il perastro è la specie più adatta. La tecnica colturale non è ancora affinata per mancanza di esperienze compiute. In ogni caso si usano piantine di 1-2 anni allevate a radice nuda o in contenitore,  alte 30-50 cm, la distanza d’impianto varia da 3×3 a 5×5 m. il ciclo colturale è di 40-60 anni.

Può essere usato in consociazione con sorbo domestico e ciavardello.

Il perastro nel restauro forestale

La tendenza è verso gli impianti misti per la coesistenza sulla stessa superficie di più specie della stessa associazione vegetale. La mescolanza può avvenire in area mediterranea con leccio, sughera, lentisco, oleastro. Oppure con sorbi, ciliegi, maggiociondoli nelle montagne calcaree. Per evitare i sesti regolari per ridurre l’impatto negativo e il senso di artificialità delle piante allineate. In alternativa si possono perciò adottare:       

Disposizione a piccoli gruppi. Distribuiti in maniera casuale. In questi casi si otterrà una copertura parziale del suolo alternata con spazi, arbusti, rocce, ecc., ripristinando così il modo di disporsi della vegetazione naturale. La tecnica dello stepping stones  è particolarmente utile nella ricucitura del paesaggio frammentato. Si tratta di piccoli nuclei di piantagione di forma isodiametrica e margini lobati, di estensione variabile, distribuiti in modo discontinuo nel mosaico paesaggistico

Disposizione curvilinea, le curve possono essere trasversali alla linea di massima pendenza oppure oblique. Questo tipo di disposizione consente la meccanizzazione dei lavori d’impianto e delle cure colturali successive. La distanza tra le curve sarà di 3 m per facilitare le lavorazioni. La distanza tra le piante nelle curve sarà di 2 o 3 m, pari a circa 1667-1100 piante ad ettaro. 

Si possono utilizzare piante di 1-2 anni allevate in contenitore.

Per la ricostituzione di formazioni pre-forestali in ambienti aridi  si impiega il pero mardorlino insieme a biancospino, terebinto, lentisco, ecc.

Alla piantagione devono seguire puntuali cure colturali (tra cui risarcimenti, lavorazioni superficiali, diserbi, potature di formazione) che si protraggono per un periodo variabile da 3 fino a 5 anni.

Per approfondimenti

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Siti web

http://dryades.units.it/floritaly/index.php

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Il nocciolo: la pianta dalle molte opportunità

Al pari di altre latifoglie arboree anche il nocciolo (Corylus avellana L.) è una specie eclettica per la molteplicità dei prodotti e funzioni che può fornire, diversificando le tecniche colturali. Ciò comporta prima di tutto una buona conoscenza della dendrologia, della biologia e dell’autoecologia della specie.

Alberello caducifoglio, con fusti policormici (di tipo arbustivo) che può raggiungere 5-7 m di altezza. Poco longevo: 60-70 anni.

La fioritura (fiori maschili) avviene in genere tra dicembre e febbraio (marzo). L’impollinazione tra gennaio e febbraio e quindi la fecondazione tra maggio e giugno, in questo lasso di tempo le avversità climatiche possono pregiudicare la produzione di frutto dell’anno. Ciò impone di evitare le coltivazioni da frutto nelle zone esposte ai venti freddi, alle bassure dove ristagnano le nebbie.

La comparsa degli amenti (fiori maschili) gialli nel periodo invernale, senza le foglie, rappresenta il momento della maggiore attrazione del nocciolo sul piano estetico-decorativo.

Amenti di nocciolo

La maturazione delle nocciole (grosso achenio legnoso) va da agosto a settembre.

In bosco la fruttificazione inizia a 15-20 anni, nei polloni a 10-12 anni.

La rinnovazione gamica (da  seme) è quella preminente, grazie anche all’azione di trasporto del seme della fauna. La disseminazione avviene in autunno. La facoltà germinativa del seme è del 60-70%. La riproduzione avviene anche per via agamica, con una formazione continua di polloni che divengono senescenti dopo 10-15 (20-30) anni. I polloni basali hanno una loro radicazione indipendente. La moltiplicazione vegetativa è possibile anche per polloni radicali, margotta, propaggini e con moderne biotecnologie.

Polloni di nocciolo, in destra

Il sistema radicale è dapprima fittonante, poi ha uno sviluppo per lo più superficiale.

Specie eminentemente plastica, adatta a vegetare in climi molto diversi, anche a temperature di -25°C, ma è bene tenere presente un livello di piovosità di 800-1000 mm annui per le coltivazioni da frutto.

Nelle Alpi  e nell’Appennino si trova tra 600 e 1700 m. In coltivazione specializzata si trova anche a 100 m come nell’agro nocerino-sarnese in Campania.

Esigente di luce, ma vegeta anche nella mezza ombra, sensibile alla siccità prolungata. Specie ubiquitaria, preferisce i terreni freschi, drenati, profondi, ricchi di sostanza organica, pH compreso tra 6,5 e 7,5. Non tollera un contenuto di argilla superiore al 40-50%. La lettiera si degrada rapidamente ed è miglioratrice del suolo.

Il nocciolo è un colonizzatore degli spazi aperti dei querceti, orno-ostrieti, carpineti, castagneti, aceri-frassineti, pinete mesofile, faggete, abetine, peccete, lariceti (non pascolati), creando quindi le condizioni per la riaffermazione delle specie mature di questi boschi. Nei processi di ri-colonizzazione il nocciolo entra nelle fasi iniziali, permane per periodi più o meno lunghi (sempre entro poche decine di anni) in relazione alla fertilità del suolo e della capacità di competizione delle altre specie che lo accompagnano nel processo evolutivo.

Talvolta si comporta come una pianta “infestante” dei terreni abbandonati nelle dinamiche di post-coltura. Nei ex terreni agricoli terrazzati del Pratomagno (Toscana), dopo 50 anni dall’insediamento del nocciolo, i popolamenti di neoformazione raggiungono un’altezza media di 6 m con un grado di copertura del 70%. Sotto queste formazioni, lacunose, a dominanza di nocciolo si insediano semenzali a frequenza decrescente di: abete bianco, acero campestre, sorbo domestico, orniello, douglasia.

Nei processi di ri-colonizzazione si associa a vari arbusti e alberi: Crategus, Cornus, Rosa, Cytysus, Prunus, Salix, Laburnum, Sorbus, Acer, Carpinus, Fraxinus.  

Nella dinamica della vegetazione ha un duplice comportamento: o completa l’azione delle specie pioniere oppure riempie le lacune dei boschi degradati dalla pressione antropica, determinando una fase successionale “intermedia”.

I processi di ri-colonizzazione non sono omogenei e si formano diversi tipi di cenosi: “effimere” di breve durata su suoli profondi (terreni ex agricoli), “temporanee” quando non riesce ad assumere un ruolo ecologico decisivo nel processo di ri-colonizzazione, “durevoli” se interessate dal passaggio del fuoco o dall’eccessivo pascolamento. Ciò consiglia strategie di gestione e di restauro  differenti.

Colonizzazioni di nocciolo in seminativi terrazzati

Questi processi determinano trasformazioni nel paesaggio coltivato, nella struttura del mosaico agro-forestale e nella sua funzionalità che devono essere valutati a livello di pianificazione territoriale.

Il nocciolo fornisce molti prodotti: frutti (nocciola, olio per profumi), biomasse per usi energetici (gusci delle nocciole, residui di potature e spollonature), tartufi, carbone (polvere pirica, carboncini da disegno), oggettistica (bastoni, manici di ombrello, pipe, cesti), frasca per foraggio, legacci.

Verde ornamentale

Tra le varietà più conosciute ci sono quelle a fogliame rosso o rosso porpora (fusco-rubra, rode zellernoot), giallo-dorato (aurea), laciniato (heterophylla), a portamento piangente (pendula), a rami contorti (contorta).

Arboricoltura da frutto

Le prime evidenze della coltivazione del nocciolo in Italia risalgono ai secoli V-IV a.C. riguardano ritrovamenti archeologici in Campania.

In Italia, la coricoltura si è sviluppata nel viterbese (Lazio), nell’avellinese (Campania) nel Monferrato e nelle Langhe (Piemonte), nel messinese (Sicilia). Merita ricordare la singolare consociazione tra noce comune e nocciolo dell’agro nocerino-sarnese in Campania.

Noccioleti nell’Alto Lazio

In Italia l’industria dolciaria vanta una grande tradizione per la trasformazione delle nocciole che richiede molti quantitativi di prodotto in un mercato dominato dalla Turchia (dalla quale importano anche i gusci delle nocciole per usarli come biomasse per produrre energia elettrica).

Le proposte da parte di alcune aziende per la stipula di contratti di filiera consentono di intraprendere nuove coltivazioni di nocciolo, che offrono il ritiro garantito del prodotto a un prezzo minimo. Una occasione per rimettere a coltura terreni abbandonati, grazie anche al supporto finanziario dedicato di una banca per realizzare gli impianti. Potenzialità si hanno, oltre che nelle regioni tradizionali corilicole, anche in Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Calabria, ovviamente nelle zone adatte.

Noccioleto da frutto

Per i noccioleti da frutto si impiegano cv selezionate certificate tra cui: Tonda Gentile delle Langhe, Tonda Gentile Romana, Tonda di Giffoni, Tonda di Avellino, Tonda Francescana, Lunga di S. Giovanni, Tombul, Barcelona, Camponica, Nocchione. E’ in corso il miglioramento genetico e la selezione da parte di vari Enti di ricerca di cloni di particolare interesse produttivo. Il materiale di propagazione che da migliori garanzie di attecchimento sono le barbatelle autoradicate di altezza minima di 100 cm o le barbatelle di 1 anno ottenute da margotta di ceppaia, anche se l’offerta vivaistica é molto ampia (piante a radice nuda,, con pane di terra, provenienti da polloni, da talea, da micropropagazione, innestate). L’impianto del noccioleto prevede una lavorazione incrociata, profonda, con ripper o ripuntatori, seguita da lavorazione superficiale a 40 cm e affinamento del terreno. La distanza d’impianto è di 5×5 m (4×4; 6×6 m). Ora ci si stà riorientando verso distanze tra le file da 4 a 6 m, e da 2,5 a 4 m nelle file. Le principali forme di allevamento sono: a cespuglio, a vaso cespugliato, a alberello, a palmetta. Importante é la scelta quali-quantitativa delle piante impollinatrici. Tra le buone pratiche colturali post-impianto, da eseguire ogni anno, vi sono: la potatura invernale delle branche disseccate, malate, sovrannumerarie, la spollonatura-ripulitura tra maggio e giugno (luglio) per agevolare il passaggio e la raccolta, la concimazione di fondo con ammendanti o concimi organico-minerali in inverno. L’irrigazione (spesso a ala gocciolante ma ci sono altri sistemi forse più efficaci) é necessaria in alcune zone a partire dal mese di giugno e in condizioni di siccità superiori a 30 gg. La quantità di acqua necessaria é dell’ordine di 1500-2000 metri cubi ad ettaro. La raccolta ormai meccanizzata avviene a terra tra la fine agosto e la fine ottobre. La resa media alla sgusciatura è del 45% (Tonda Gentile Romana) comunque compresa tra il 28 e il 50%. La produzione è di  1,5-3,0 t ad ettaro in asciutto che può aumentare con l’irrigazione. Il ciclo produttivo inizia dal 4° anno per raggiungere il massimo intorno al 10° anno, ma in pratica la coltivazione prosegue fino al 30° anno. Il frutto può essere consumato fresco, essiccato o tostato.

Macchina raccogltrice

La tecnica colturale tradizionale che si praticava nell’ Alta Langa (Bossolasco, Piemonte) prevedeva; l’uso di barbatelle di 1 anno, 2-3 per buca; distanza d’impianto 5×5 o meglio 6×6 m;  diradamento nella ceppaia dei polloni seccaginosi; eliminazione dei succhioni tutti gli anni; ciclo colturale di 40 anni.

Tartuficoltura

Altro prodotto di qualità del nocciolo sono i tartufi con cui la pianta vive in simbiosi e in particolare con: Tuber melanosporum, T. aestivum, T. aest. f. uncinatum, T. brumale, T. brumale f. moschatum, T. macrosporum, T. mesentericum, T. magnatum, T. borchii.

Per realizzare gli impianti tartufigeni si usano semenzali di nocciolo di 1 – 3 anni micorrizati con T. melanosporum, T. aestivum, T. borchii, T. uncinatum, T. brumale. La distanza d’impianto varia da 3×3 a 7×6 m, in media 5×4 m. Il sesto può essere in quadro, a quinconce o a siepone  (7 m  tra le file 2,5 m nella fila). Il periodo migliore per la messa a dimora delle piantine è in autunno rispetto a quello primaverile che può andare incontro a rischi di periodi siccità. Buona norma è dotare la piantagione di impianto di irrigazione.

Selvicoltura

Laddove vi è richiesta, è possibile il trattamento a taglio a raso (ceduo semplice) per piccola paleria, oggetti artigianali, con turni di 10 (15) anni.

Con le ceduazioni si mantiene un bosco a struttura monoplana, dominato dal nocciolo. Diversamente con l’interruzione delle ceduazioni queste formazioni tendono ad una struttura biplana con nocciolo in quello inferiore e altre latifoglie (carpino nero ecc.) nel piano superiore.

Restauro forestale

Nei seminativi abbandonati il noccioleto è da considerare come una cenosi di post-coltura che se non vi sono fattori ostativi, conviene lasciare alla evoluzione naturale. Con l’invecchiamento e la morte delle piante di nocciolo si affermano le specie arboree delle fasi più mature. Tagli generalizzati non fanno altro che mantenere il nocciolo.

Il noccioleto che deriva dalla degradazione della faggeta in seguito ad una eccessiva ceduazione, crea nello stesso tempo le condizioni per l’evoluzione verso il ritorno della faggeta stessa. Per accelerare i processi evolutivi si possono inserire nei vuoti (o creati appositamente), di terreni più fertili, alberi della serie dinamica locale in grado di vincere la competizione con il nocciolo (es. faggio).

Nelle pendici franose o nelle zone degradate si effettua la semina diretta delle nocciole nell’autunno dello stesso anno e nell’inverno seguente. Oppure la messa dimora di semenzali (nocciolo selvatico) di 1 anno o 2 anni allevati a radice nuda: alti 15-25 cm o 30-70 cm con disposizioni irregolari.

Per approfondimenti

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