Archivio per 7 agosto 2021
Piantare alberi: miti, mezze verità, realtà
Pubblicato da Roberto Mercurio in Etica e Politica del Restauro il agosto 7, 2021
L’obiettivo planetario (Accordi di Parigi 2015), non solo della Ue, è di ridurre di emissioni del gas serra del 40% entro il 2030 rispetto al 1990, e la neutralità carbonica per il 2050, per contenere il riscaldamento entro 1.5 °C.
Sulla scia di questo obiettivo é iniziata la gara a chi pianta più alberi da parte di governi, di piccoli e grandi comuni fino alle associazioni di cittadini. Al di là delle buone intenzioni, quanto è realistica questa strategia?
Che superfici sono necessarie per ottenere risultati significativi?
Il recente rapporto Oxfam https://www.oxfamamerica.org/explore/research-publications/tightening-the-net/, calcola che sarebbe necessario un piano di “riforestazione” per almeno 1.6 miliardi di ettari (una superficie pari a tutti i terreni agricoli esistenti sulla Terra).
Ciò è abbastanza in linea con alcuni lavori scientifici.
Piantare alberi su 0.8 miliardi di ettari, porterebbe a una diminuzione della temperatura di 1 °C nelle regioni temperate e 2.5 °C in quelle boreali (Sontag et al. 2018).
Per contenere la temperatura entro 1.5 – 2 °C occorrono piantagioni su 1.1 miliardi di ettari, sempre tenendo presente una quantità mondiale di terre arabili di 1.6 miliardi di ettari (Doelman et al. 2019).
Piantare alberi su 0.9 miliardi di ettari, potrebbe “intrappolare” circa due terzi della quantità di carbonio nell’atmosfera prodotta dalle attività umane dall’inizio della rivoluzione industriale (Bastin et al. 2019).
Sono efficaci le piantagioni di alberi a grande scala sul piano della fissazione della CO2, e del cambiamento del clima (temperature e precipitazioni)?
NI, se si considera lo stato delle attuali conoscenze che spesso non sono concordi. Trattandosi di progetti a scala planetaria non si possono intraprendere scelte politiche e finanziarie sulla base di analisi e previsioni a livello locale (macroregioni). La capacità acquisita degli alberi di assorbire CO2 e di produrre un effetto raffreddante si scontra con una serie di variabili di ordine biofisico ancora difficilmente accertabili e quantificabili.
Un rapporto dell’ IPCC https://www.ipcc.ch/srccl/#:~:text=The%20IPCC%20approved%20and%20accepted,on%202%20%E2%80%93%207%20August%202019 concorda che un aumento della superficie forestale ai tropici, in Europa e Nord America causerebbe un rinfrescamento sia globale che locale. C’è però da osservare che a livello europeo si assiste a un aumento della superficie forestale (+ 9% negli ultimi 30 anni https://foresteurope.org/wp-content/uploads/2016/08/SoEF_2020.pdf) per effetto dell’ abbandono dei terreni agricoli, quindi si dovrebbe pensare a piantare in quelli agricoli rimasti, ossia i migliori, il che lascia spazio a molti dubbi. Mentre sempre secondo il rapporto dell’ IPCC, nelle zone più aride i benefici di estese piantagioni sarebbero marginali nel mitigare il riscaldamento globale.
Alle alte latitudini i risultati non sono sempre concordi infatti la realizzazione di nuove piantagioni avrebbe effetti poco rilevanti nella lotta al riscaldamento globale per Arora e Montenegro (2011) mentre sarebbero molto efficaci secondo Sontag et al. (2018).

Quali sarebbero le difficoltà di realizzazione un simile programma in termini di costi e di logistica (produzione di piantine, acquisizione di terreni, progettazione, organizzazione dei cantieri, ecc?
Indubbiamente richiederebbe uno sforzo molto importante, dai risultati difficilmente prevedibili in quanto gli attori sarebbero sempre gli Stati che attuano scelte politiche autonome, sovrane, che hanno volontà decisionali proprie e capacità organizzative molto diverse. Infine non è chiaro chi si dovrebbe accollare i costi a livello mondiale per attuare un simile programma. Per chiarire meglio: gli interventi su piccola scala ad opera di Stati “generosi” sono inutili sul piano ecologico globale, lo sono solo sul piano della visibilità mediatica e dell’acquisizione di consensi da spendere per i loro fini.
Cosa comporta sul piano sociale la sottrazione di terre agricole per piantagioni di alberi?
Un simile sforzo necessariamente dovrebbe intaccare i terreni arabili da dove si ottiene il cibo, già esigui, se si considera l’aumento della popolazione a livello mondiale. Certo è, che si avrebbe in varia misura:
-un aumento dei prezzi delle derrate alimentari (già aumentati nell’ultimo anno -maggio 2020-2021- del 39.7% http://www.fao.org/news/story/it/item/1403367/icode/),
-una crescita delle diseguaglianze sociali,
-una spinta al land grabbing,
-un aumento delle emigrazioni,
-un inasprimento dei conflitti.
Sintesi conclusiva
La prospettiva di piantare alberi su vaste superfici a scala planetaria per combattere l’effetto serra avrebbe pericolosi riflessi di natura economica e sociale, forse insostenibili.
Piantare alberi è sempre una politica da perseguire per una serie di ricadute positive sul piano ecologico, economico e sociale al di là della lotta al riscaldamento globale. Il buon senso vuole che in questa azione si dovrebbero escludere i terreni di uso agricolo, quelli ad alto contenuto di biodiversità (savane, torbiere, ecc.) e si dovrebbe restringere la “riforestazione” ai terreni degradati o non suscettibili di altri usi. Che poi ci sia una grande disponibilità di terreni per realizzare nuovi boschi all’interno e nei dintorni delle città è possibile, ma tutto da dimostrare in un quadro pianificatorio più ampio.
Piantare alberi è un gesto di alto valore morale, non può essere la panacea per azzerare le emissioni di CO2 ma solo contribuirvi, insieme: alla riduzione delle emissioni, alla conservazione delle foreste tropicali, delle aree umide e delle torbiere, a praticare una agricoltura e una zootecnica sostenibili sul piano degli inquinamenti, e soprattutto a cambiare gli stili di vita e le abitudini alimentari dei Paesi ricchi.
Piantare alberi va bene per compensare il tasso di deforestazione fisiologico che oscilla (http://www.fao.org/forest-resources-assessment/2020/en/) da 7.8-4.7 milioni di ettari a seconda dell’arco temporale considerato e che si concentra prevalentemente (non esclusivamente) nelle regioni tropicali.
La considerazione finale è che quando si affronta il tema del ruolo delle foreste nella lotta al riscaldamento globale, dell’efficienza funzionale delle foreste non si deve dimenticare che si potrebbe intervenire anche sul restauro delle foreste degradate esistenti (Lewis, S. L., Wheeler, C. E., Mitchard, E. T. A. & Koch, A. Restoring natural forests is the best way to remove atmospheric carbon. Nature 568, 25–28 2019) come dimostra la vasta letteratura scientifica internazionale.