Archivio per 19 agosto 2021
La coltura di un bosco notevole di cipresso in Toscana
Pubblicato da Roberto Mercurio in Dendrologia, Reportages il agosto 19, 2021
In Toscana nonostante una presenza bi millenaria del cipresso comune (Cupressus sempervirens L.) e i quasi 5000 ettari di superficie, non è stata messa a punto una tecnica selvicolturale sua propria. Sembra un paradosso nella regione dove la ricerca ha dato un grande contributo conoscitivo sul piano del miglioramento genetico e della lotta agli agenti patogeni del cipresso.
In ambito accademico sono stati proposti due trattamenti selvicolturali: il taglio a raso per le cipressete pure e coetanee e il taglio saltuario per quelle disetanee e/o miste, che sono la maggioranza.
Cesare Arretini e Fabio Cappelli che conoscono bene le cipressete toscane, chiariscono il rapporto che i contadini toscani hanno con il cipresso: “lo piantano per segnare i confini”, “lo diffondono nelle porzioni incoltivabili dei loro poderi” ed esercitano nei boschi misti di cipresso “il pascolo e i continui prelievi di legna e di frasca”.
Si potrebbe aggiungere che la gestione reale delle cipressete toscane era di fatto affidata ai “saperi” dei contadini che avevano poca dimestichezza con i trattamenti classici della selvicoltura, ma che, per necessità vitali, erano avvezzi da secoli a “sterzare” bene i boschi, ossia a tagliare le piante giunte a maturità, a diradare, a ripulire e spalcare per ottenere frasche e fascine. Con i cicli e i momenti dell’anno che sapevano loro.
Scarsa attenzione è stata data alle forme selvicolturali più complesse come quelle praticate nel Bosco di S. Agnese nel Chianti, ora Riserva Naturale Regionale e Bosco da Seme. Si tratta di un governo misto fustaia (cipresso) – ceduo (leccio). Al momento del taglio del ceduo si eliminavano parte delle matricine di leccio (di diverse classi cronologiche) e delle piante di cipresso che avevano raggiunto un certo diametro. Proprio con il taglio del ceduo di leccio si favoriva la rinnovazione del cipresso. Si manteneva una struttura bistratificata con uno strato dominante, piuttosto rado, di piante di cipresso di diversa età e matricine di leccio, e con uno strato dominato costituito da polloni di leccio e rinnovazione naturale di cipresso.

Una fisionomia abbastanza comune nel Bosco di S. Agnese
La singolarità del Bosco di S. Agnese sta nella presenza di individui sparsi di cipresso che dominano sul resto del bosco che venivano privati dei rami bassi (per raccogliere la frasca e favorire lo sviluppo di un buon fusto) fino a 12 m di altezza, rilasciando solo una piccola chioma rotondeggiante. Si tratta di soggetti che alcuni hanno un diametro di 50 cm e un altezza di 18 m. Quello che più richiama l’attenzione é il pregio estetico e tecnologico di queste piante.

Niccolò Frassinelli ritiene, nella sua tesi di Dottorato di Ricerca, che queste piante erano legate ad attività venatorie. Senza voler escludere questa funzione, si potrebbe pensare (tenendo presente che esiste una Pieve limitrofa dall’ XI secolo) a una selvicoltura molto più integrata, volta ad ottenere fusti di cipresso di alto pregio tecnologico, legna da ardere e ghianda dal leccio per il pascolo suino.
Oggi rispetto a 50 anni fa, a causa dell’abbandono della gestione aumenta la componente del leccio e del corbezzolo e in parallelo diminuisce quella del cipresso.
Un blocco delle attività che rischia di far perdere la dinamica funzionale di questo bosco e la memoria storica di questo modello selvicolturale vecchio di secoli.
Qualche anno fà hanno avuto eco nella stampa le proteste di alcuni intellettuali che lamentavano la eccessiva diffusione del cipresso in Toscana nei nuovi filari, viali, rotonde, ecc. legata allo sviluppo dell’agriturismo.
Apprensioni legittime e meritevoli di considerazione, ma si stava ripetendo il caso di coloro che guardano alla pagliuzza e non alla trave evangelica.

La trave consiste, in questo caso, nell’abbandono colturale di questi esempi di selvicoltura sociale e nel cambiamento del paesaggio delle cipressete naturaliformi (cioè a rinnovazione naturale, non autoctone) a causa dell’erosione dei boschi non più a causa del cancro ma di nuovi vigneti e oliveti. Ma su queste evidenze il silenzio è stato assordante.
Un esempio per far capire che ci sono battaglie in difesa del paesaggio di serie A e di serie B a seconda, ovviamente, degli interessi e delle ideologie in gioco.
