Archivio per novembre 2021
Le specie forestali esotiche: III atto
Pubblicato da Roberto Mercurio in Dendrologia il novembre 22, 2021
L’uomo nel suo girovagare, per poi ritornare alla sua Terra di origine, ha pensato bene di riportare con sé i semi (facili da trasportare) delle piante che gli potevano essere utili per scopi alimentari, ornamentali, produttivi. L’uomo del Simulaun di 5000 anni fà, insegna. Ne consegue che da quando l’uomo “si muove” ha modificato la composizione della vegetazione originaria. Con un impatto che è cresciuto con le scoperte dei nuovi Continenti e soprattutto, nel nostro tempo, con l’incremento degli scambi commerciali e della mobilità turistica e lavorativa (globalizzazione).
Il dibattito sulle specie forestali esotiche ha appassionato non solo i forestali ma i letterati da Giuseppe Tommasi di Lampedusa a Antonio Pennacchi, e ovviamente gli ambientalisti: memorabili gli articoli di Fulco Pratesi.
Che cosa sia o non sia la “vegetazione forestale autoctona” è oggetto di discussione. Il concetto di “identità della vegetazione locale” (come per le comunità umane e animali), quando si considera l’inserimento di altri elementi estranei in una comunità originaria, si relativizza, almeno in alcuni casi.
Per comprendere la presenza delle specie forestali esotiche in Italia è necessario ripercorrere le fasi della loro introduzione in epoca moderna.
Atto I
Lo studio delle specie forestali esotiche si deve ad Aldo Pavari all’inizio del ‘900 per rispondere a una esigenza nazionale. La prima delle quali era quella di poter accrescere la disponibilità di legno di conifere, a più rapido accrescimento rispetto a quelle autoctone.
Il lavoro preliminare riguardò lo studio dendrologico delle potenziali specie da introdurre, osservando il comportamento delle specie arboree già presenti nei parchi e nei giardini storici. Una volta individuate le specie più interessanti bisognava scegliere dove poterle impiantare, tenendo presente che non si sarebbero potute fare tutte le cure che normalmente si facevano nei giardini (irrigazioni, concimazioni, protezione dal freddo ecc). Aldo Pavari si recò in Germania per specializzarsi in materie forestali, dove imparò, tra l’altro, la classificazione climatica di Mayr, che gli fu utile per lo studio delle specie forestali esotiche, infatti il primo passo fu quello di mettere a punto il “metodo degli analoghi climatici”, e quindi una sua classificazione fitoclimatica. Due strumenti indispensabili per potere scegliere le specie in funzione della loro potenziale zona di adattabilità ecologica. Si trattava di una analisi comparata tra le condizioni ecologiche nelle zone di origine delle varie specie e quelle simili che si potevano ritrovare in Italia. Queste conoscenze preliminari consentirono l’impianto di 459 parcelle sperimentali tra il 1920 e il 1935.
Dopo 20 anni di osservazioni, nel 1942, Aldo Pavari insieme al suo allievo Alessandro de Philippis poterono trarre le prime conclusioni sulle specie che avevano dato buoni risultati in fatto di acclimatazione e quindi meritevoli di ulteriori indagini e approfondimenti conoscitivi.
Atto II
Agli inizi degli anni ’80 si assiste a un rinato interesse per la produzione di legno nelle aree marginali. Si avvia il Progetto Speciale n. 24 della Cassa per il Mezzogiorno. Ecco che si riprende la sperimentazione iniziata da Aldo Pavari portata avanti dall’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo, un ente di ricerca del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste ma anche da altre istituzioni scientifiche private (Saf, Ipla).
Questa circostanza consentì di fare una verifica ulteriore della adattabilità delle specie forestali esotiche. E, di conseguenza, di mettere a punto la tecnica di coltivazione e soprattutto di saggiare la potenzialità produttiva in impianti pilota al di fuori delle piccole parcelle sperimentali. Fece seguito la rivisitazione di tutte le parcelle sperimentali originarie, analizzandole in maggior dettaglio (accrescimenti, fruttificazione, rinnovazione, stato fitosanitario ecc.) estendendo le indagini a tutte le piantagioni che erano state realizzate in Italia. Un lavoro poderoso durato 4 anni, che consentì di riassumere tutte le informazioni in due volumi (XII e XII) degli Annali dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo nel 1984. Le specie su cui si sarebbe potuto puntare per le nuove piantagioni furono, tra le conifere, la douglasia per l’Appennino, seguita dal pino radiata nelle regioni meridionali e da poche altre specie per situazioni particolari (cedro dell’Atlante, abete greco, cipresso dell’Arizona, pino delle Canarie, pino strobo, cipresso di Lawson). Per le latifoglie i risultati ottenuti ingenerarono più dubbi che certezze, comunque il giudizio fu abbastanza positivo nonostante alcune criticità per quercia rossa, eucalitti, noce nero. Da notare che la robinia e l’ailanto non erano state prese in esame dalla sperimentazione di Aldo Pavari.
ATTO III
È quello che si sta svolgendo ora. Con il crescere dell’età le piante hanno cominciato a fruttificare abbondantemente: alcune specie hanno mostrato buone possibilità di rinnovarsi naturalmente, altre (robinia, ailanto, quercia rossa, ciliegio tardivo, acacie) si sono rivelate addirittura invasive, tanto da sostituire la vegetazione “originaria” e a diffondersi in tutti gli spazi liberi.
Il capitolo degli eucalitti e del pino radiata che creò molte aspettative tra gli anni ‘50 e ’80, oggi si può considerare chiuso, fatti salvo pochi casi particolari. Certamente non si pensa più a interventi su grande scala a scopo produttivo, non sussistendo più la sostenibilità economica per la concorrenza dei paesi tropicali.

La douglasia rimane l’unica specie di attenzione per le sue potenzialità produttive anche in età avanzata: doppie rispetto alla conifera autoctona di riferimento, l’abete bianco. Inoltre la douglasia è in grado di colonizzare con facilità i boschi di specie quercine e ostrieti e le vecchie cenosi di sostituzione di castagno.

Al di là dell’esito positivo della sperimentazione alcuni fatti meritano di essere considerati in una prospettiva futura circa l’uso delle specie esotiche. Il primo, è sul piano normativo, in quanto é vietata (in molte aree protette) l’introduzione di specie forestali esotiche. Il secondo, è sul piano psicologico, dal momento che la specie esotica viene percepita negativamente come una “cosa” aliena e fastidiosa che minaccia la naturalità dei luoghi. Il terzo, sul piano scientifico é che oggettivamente le specie esotiche “inquinano” i popolamenti vegetali autoctoni.
In futuro si dovrà affrontare la gestione delle specie esotiche con lucidità scientifica e pragmatismo tecnico senza pregiudizi ideologici e generalizzazioni interessate.
Di fronte alle “specie forestali esotiche invasive” non ci sono molti margini operativi per gli impianti esistenti. La Strategia europea sulla biodiversità per il 2030 https://www.isprambiente.gov.it/files/biodiversita/StrategieCoE.pdf pone particolare attenzione alle specie esotiche invasive in quanto possono minare gli sforzi per la conservazione e il restauro dei sistemi naturali. Si deve prestare attenzione a non introdurre ulteriormente le specie di cui é nota la loro pericolosità https://www.mite.gov.it/pagina/specie-esotiche-invasive. L’eradicazione generalizzata non è pensabile, mentre è possibile agire in aree limitate e di interesse naturalistico. Vedi i tentativi fatti per l’ailanto nella Riserva Naturale Statale dell’Isola di Monte Cristo o per la robinia nel Parco naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino vercellese in Piemonte.

Per le “specie forestali esotiche naturalizzate” ci sono maggiori possibilità di manovra. L’eliminazione dei cosiddetti cipressi dell’Arizona diviene una scelta obbligata laddove vi sono interessi naturalistici, considerato che il valore tecnologico del legno è decisamente scarso, mentre nelle zone argillose possono costituire ancora un presidio per la difesa del suolo. Lo stesso criterio può valere per il cedro, tenuto conto, a maggior ragione, del pregio tecnologico del legno. Merita soffermarsi sulla douglasia. Dopo 60 anni di sperimentazione si affermava che era possibile “rinnovare sperimentalmente gli impianti di douglasia, applicando idonei metodi di trattamento”, evidenziando la capacità di colonizzare i boschi “originari” senza essere invadente.
A tal riguardo un esempio interessante è dato dalla particella n. 284 di 8000 m2 a Frugnolo (Arezzo), impiantata nel 1928. La douglasia si è via via diffusa in tutto il bosco circostante (circa 50 ettari), costituito da querceti mesofili con carpino nero un tempo trasformati in castagneti da frutto e poi ceduati.
L’accrescimento eccezionale in questa parte del Pre-Appennino toscano conferma che la douglasia è un elemento importante per la valorizzazione economica dei territori appenninici su substrati silicei, in abbandono da vari decenni.
In questi casi bisogna diversificare l’approccio gestionale a seconda delle diverse situazioni. Il criterio di “tipo selvicolturale” è di mantenere e di favorire la diffusione della douglasia migliorando le potenzialità di disseminazione (rilascio di alberi dominanti in grado di resistere alle intemperie), ceduando i boschi di latifoglie in cui si diffonde per aiutare l’insediamento e lo sviluppo dei semenzali. Gestendo con continuità i vari momenti colturali (diradamenti) nelle piantagioni da legno ancora giovani.

La douglasia più essere l’elemento per sostituire i vecchi rimboschimenti di pino nero (clima e suolo permettendo) come ha messo in evidenza il recente progetto DoNaTo https://www.progettodonato.it/.

Nelle aree protette, invece l’approccio alla gestione segue un criterio di “tipo conservativo” che prevede misure per contrastare la diffusione della douglasia se ci sono impianti realizzati prima della istituzione dell’area protetta e per eliminare progressivamente i popolamenti esistenti. Il “pensiero unico” concorda nel non introdurre ulteriormente le specie esotiche. Ma fino a che punto sia da considerare una scelta scontata non è ancora certo. Per coerenza, forse si dovrebbe vietare la coltivazione della patata nel Parco Nazionale della Sila?
Quando la scienza non da risposte esaurienti e convincenti, è bene dare spazio, nella gestione delle aree protette, al pragmatismo e al buon senso, sempre tenendo fuori le ideologie.
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