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Nature Restoration Law: un dibattito in crescita
Pubblicato da Roberto Mercurio in Etica e Politica del Restauro il gennaio 23, 2026
Da qualche tempo si è svegliato dal torpore il mondo forestale italiano sul tema del restauro delle foreste, per anni ritenuto non meritevole di attenzione.
Innanzitutto per capire il senso della discussione si deve partire da quello che si sta facendo: ci si impegna per attuare una legge (Nature Restoration Law, Reg. Ue 1991/2024) che il Governo italiano non ha approvato al Parlamento europeo, e che ancora non dà segni di far sapere quali siano le sue intenzioni. Buon senso vorrebbe che il tema venisse prima affrontato in chiave etica, culturale, economica, sociale, quindi di scelte politiche, e poi in chiave applicativa.
Il dibattito in ambito tecnico e scientifico non va meglio. I funzionari incaricati di redigere il Piano Nazionale di Ripristino si affannano dietro le interpretazioni, i tempi, i passaggi burocratici, i cavilli, i vincoli, i dati che ci sono e non ci sono. Quello che ancora rimane assente dalla discussione, e che, invece il Piano Nazionale di Ripristino richiede in forma brutale, sono le scelte sul “dove” e “come” agire. Ossia va chiarito bene, ai politici e alla società, quali devono essere gli obiettivi specifici e le azioni consequenziali dell’ Italia, tenendo conto delle sue peculiarità e delle sue criticità, che, se ben documentate, nessuno potrà contestare in sede europea. E’ questione di mettere in sicurezza territori e persone, di ri-funzionalizzare i sistemi forestali che non lo sono più. Ancor prima di “risanare” gli habitat della Rete Natura 2000 o di fare il “maquillage” ai boschi.
Per quanto riguarda “il dove” si dice che si potranno recuperare quei dati che “già ci sono”, mentre “sul come” le idee sono poche e confuse.
Ascoltando e leggendo i vari interventi nei convegni e nelle riviste di settore, emerge un primo dato che, sul piano scientifico, c’é la mancanza di una riflessione su cosa sia il restauro delle foreste e su quali possano essere i risvolti applicativi in Italia. I più parlano di Restoration Ecology, ripetendo la parola come un mantra essendo quella ricorrente sul web. Quando si sostiene il “ripristino delle foreste originali”, significa che già si è fuori dal corrente dibattito scientifico. Per molti non è chiara la differenza tra i criteri di restauro delle foreste in Brasile o in Cambogia, e quelli possibili in Italia. Certo non è facile. Il restauro delle foreste, è di per sé eticamente divisivo: ci sono coloro che lo ritengono una futile attività e quelli che lo ritengono il toccasana per tutta la Terra. Così ci sono molte scuole: da quelle “ideologizzate” a quelle “pragmatiche”, da quelle che sostengono interventi “leggeri” a quelle che sostengono interventi “pesanti”. Una cosa è certa, che la disciplina del restauro dei sistemi biologici si è evoluta concettualmente sul piano etico, scientifico e tecnico da quando è stata concepita a fine ‘800.
Mancando questo background culturale e quindi di discussione, i relatori che finora hanno dato i loro contributi hanno riciclato le loro competenze, barcamenandosi tra vecchie nostalgie sui passati rimboschimenti e vecchie litanie sul “miglioramento dei boschi”.
E’ venuto il momento di mettere da parte le nostalgie sulla attività passata di rimboschimento perché non ci sono più i contesti culturali, economici e sociali del ‘900. Una volta terminate le celebrazioni (o autocelebrazioni) rievocative, non se ne parli più, se non in sede storica, perché i riferimenti non sono utili, o quanto meno, sono di scarso insegnamento per i nuovi interventi. Le esperienze fatte con le piantagioni di latifoglie (Reg. Ue 2080/1992) sono importanti, ma attenzione, sono superate dai nuovi criteri di restauro, vanno tenute sullo sfondo non in primo piano. Il recupero iniziato delle aree distrutte da eventi estremi mette in luce tutte le incertezze possibili.
Il cosiddetto “miglioramento dei boschi” con il suo corollario (aumento della massa e della necromassa, di alberi cavi, della complessità sistemica, resilienza e così di seguito) elude il problema di fondo, perché questa attività attiene alla “selvicoltura” e non al “restauro” o quanto meno si sovrappone. Fino a prova contraria, l’applicazione della Closer to Nature Forestry è una attività di miglioramento selvicolturale sul piano ecologico.
Due incisi. Un ennesimo intervento sui sistemi urbani anche se previsto dalla NRL non sembra prioritario, dopo tutti i soldi già spesi da città metropolitane e comuni con i fondi del PNRR con risultati non sempre meritevoli di essere ricordati. Attenzione ai terreni agricoli. L’Italia ha pochi spazi di pianura dove concentra le sue attività economiche, ogni intervento, che sarà necessario, andrà valutato con molta attenzione e con il consenso dei proprietari. Quindi ci sono altre priorità, lo sguardo va rivolto alle colline e alle montagne abbandonate, da cui dipende la vita delle pianure.
Il restauro è l’arte “del fare” in contrapposizione all’arte del “non fare” propria dei criteri protezionistici attuati fin’ ora nelle aree Natura 2000 con scarsi risultati. Il restauro è un’arma a doppio taglio: può servire a fare del “jardinage” inteso come come un azione effimera, o può servire a fare una attività con ricadute economiche e sociali oltre che ecologiche, e questa è la differenza sostanziale tra “ripristino” e “restauro”.
Il problema vero e derimente, per l’Italia, sono i sistemi degradati-non-più-resilienti (di cui ancora nessuno si è peritato di definire cosa siano, ancor prima di capire dove siano e quanti siano), cioè quelli meritevoli di interventi prioritari. Per evidenziarli in immagini conosciute, sono i paesaggi di Giotto fatti di alberi sparuti su rocce affioranti, gli stessi che si possono ancora vedere, anche all’interno di aree protette. Per questo un viaggio sull’ Aspromonte non farebbe male, a quanti prevedono di argomentare sul restauro forestale.
N.B. Soltanto i risvolti giuridici della NRL sono stati ben trattati e ben chiariti.