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Le sfide dei nuovi sistemi biologici: le pinete litoranee
Pubblicato da Roberto Mercurio in Tecniche di restauro il febbraio 7, 2026
Il concetto di “nuovo” espresso in vario modo: Novel Ecosystem (Chapin e Starfield 1997 Hobbs et al. 2013, Emerging (Clewell e Aronson 2013, Truitt et al. 2015), Transformed (Aronson et al. 2014), Ecological Novelty (Heger et al. 2019), Impacted Ecosystems, Designed Ecosystems (Morse et al. 2014, Higgs 2017) é stato posto all’attenzione per descrivere i sistemi alterati dalle azioni dell’uomo in maniera molto più rapida di quanto non fosse avvenuto in passato. I nuovi sistemi si affermano a causa di stress abiotici (cambiamento delle disponibilità idriche, luce, temperatura), e di stress biotici (invasioni di specie aggressive più adatte alle nuove condizioni ecc.). Sono sistemi che definiscono nuove estetiche e che ridisegnano quel paesaggio già acquisito nel meme delle popolazioni locali. Le interazioni tra disturbi e cambiamenti globali possono portare a nuovi percorsi dinamici in una nuova combinazione di specie (anche non coerenti con il contesto biogeografico), dalla potenziale capacità di modificare la struttura e il funzionamento del sistema. Si può categorizzare come “nuovo sistema” quello che si “stabilizza” nella nuova situazione, quando, a seguito di una trasformazione irreversibile, non è più possibile il ritorno allo stato precedente.
Accettare questa impostazione teoretica significa, per le scienze biologiche, modellizzare i nuovi futuri scenari, dovuti a nuovi assetti vegetali, dinamiche, interazioni, processi ecosistemici.
La prima sfida è pertanto quella scientifica, di comprensione dei fenomeni.
Una seconda sfida riguarda invece la futura gestione dei sistemi biologici.
Le “bionovità” ecologiche relativizzano molte espressioni e convincimenti scientifici consolidati: “vegetazione forestale autoctona”, “identità della vegetazione locale”, “vegetazione naturale potenziale”, “resilienza”. Viene meno quell’insieme di conoscenze codificate e accettate che hanno guidato le scelte di gestione fino ad ora. In discussione sono i tradizionali approcci di “conservazione”, di “gestione” e di “restauro” dei sistemi degradati che avevano per obiettivo un “sistema storico”. E si aprono nuove prospettive di gestione.
Si possono paragonare queste “bionovità” a dei “convitati di pietra” con cui dovranno fare i conti coloro che si occupano di selvicoltura, di pianificazione, di conservazione e di restauro dei sistemi forestali.
Il caso della Pineta Granducale di Alberese (Grosseto, Toscana).
Le pinete costiere ricadono all’interno di aree protette e sono oggetto della normativa europea di cui si dovrà occupare il Piano Nazionale di Ripristino previsto dalla Nature Restoration Law (Reg. Ue 1991/2024). Infatti le pinete di pino domestico sono riconosciute ai sensi della Direttiva Habitat (43/92/CEE) come:
-2270* ‘Wooded dunes with Pinus pinea and/or Pinus pinaster”
-9540 “Mediterranean pine forests with endemic Mesogean pines”.
Pinete non solo di rilevante interesse conservazionistico, ma anche economico e culturale.
L’origine della Pineta Granducale di Alberese risale a fine ‘800 e si estende per circa 600 ettari su dune sabbiose, costituita in prevalenza da pino domestico e da pino marittimo in forma residuale. Una pineta che un tempo era importante dal punto di vista economico per la produzione di pinoli, legno, funghi, tartufi, miele, per l’allevamento dei bovini maremmani e anche per la caccia. Una pineta interessata da qualche anno da pesanti attacchi di insetti (bastofago, cimicione), da infiltrazioni della falda salina, da ondate di siccità che hanno compromesso la vitalità del pino. Questo ha posto l’interrogativo di una possibile alternativa al pino domestico. Precedenti studi della vegetazione inquadravano la pineta di pino domestico nel Phyllyreo-Ericetum multiflorae evidenziando una possibile evoluzione naturale della pineta, in assenza di pascolo e di interventi selvicolturali, verso i boschi di leccio (Arrigoni et al. 1985). Ora questo approccio di tipo naturalistico viene ipotecato dai recenti studi di Brunetti et al. (2026) che descrivono le cause del declino del leccio e ipotizzano l’affermazione di cenosi a macchia dove dovrebbero prevalere la fillirea e il lentisco.
Questo caso evidenzia come si può complicare il quadro della gestione di un’area protetta anche in un’ottica conservazionistica.
Le possibili ipotesi di una futura gestione, da verificare a livello pianificatorio e ecologico, sono quelle di restringere la pineta, con interventi di sostegno colturale, alle zone ancora ottimali per il pino e di lasciare evolvere la parte rimanente verso le nuove formazioni vegetali.
Una ineluttabilità destinata a cambiare anche il paesaggio che ha caratterizzato la costa negli ultimi 200 anni.
Scelte, come questa, difficili che comunque dovranno trovare riscontro fattivo anche nel Piano Nazionale di Ripristino.
